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TESTIMONIANZA
Dal 17 al 24 Giugno 2004 il Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano
ha indetto un “Cammino ecumenico di pace a Gerusalemme”.
Non si è trattato di un tradizionale pellegrinaggio, ma di un viaggio
per incontrare le “pietre viventi”, persone e comunità, che abitano
la terra dove è nato, vissuto, morto e risorto nostro Signore e che
sono alla ricerca di quello “shalom” che Gesù ha annunciato, ma che
gli uomini tardano a riconoscere ed a vivere.
Al “Cammino”, al quale è intervenuto per tutto il suo svolgimento
l’Arcivescovo di Milano Cardinale Tettamanzi, hanno partecipato,
appartenenti ad undici Chiese cristiane diverse, centoventi persone,
di cui dieci provenienti dal RnS della Lombardia, e tra queste
l’intera équipe regionale del Ministero dell’ecumenismo.
Salvatore continua ad affermare che è venuto il tempo di uscire dal
Cenacolo, intendendo con questo che non possiamo più rimanere nel
chiuso protettivo dei nostri Gruppi, ma che dobbiamo percorrere le vie
del mondo a testimoniare la nostra fede.
Questo, alla lettera, è quanto accaduto a noi.
Fuori dal Cenacolo abbiamo trovato uomini e donne che soffrono pene
indicibili per lutti e violenze, ma anche sorgenti di speranza e
persone di buona volontà che cercano di far rimarginare le ferite.
Il Cardinale Martini ci aveva ammoniti, in due insegnamenti
all’inizio del nostro cammino, che avremmo dovuto astenerci dal
giudicare, unico modo per amare i due popoli e comprendere le loro
reciproche ragioni.
Ci aveva anche chiesto di “intercedere” per questi fratelli e per
queste sorelle, nel senso letterale della parola, poiché
inter-cedere vuol dire “andare stando in mezzo”.
Con questo spirito abbiamo affrontato la realtà tragica dei campi
profughi, che ci è venuta incontro con tutto il suo carico di
disperazione, di sordo rancore e di rivolta, tra le case o ridotte a
macerie o segnate dai fori dei proiettili, con il “muro” che incombe
a poche centinaia di metri di distanza: vederlo con i propri occhi non
è come ascoltarne la descrizione o intravederlo in televisione.
Con questo spirito ci siamo recati a “Yad Vashem”, (Un luogo ed un
nome” da Is.56,5) e, tra gli altri, abbiamo visitato il padiglione dei
bambini, del milione e mezzo di bambini innocenti, assassinati nei
campi di sterminio; con questo spirito siamo entrati nel Kibbutz “I
combattenti del ghetto” ed abbiamo incontrato una superstite di
Auschwitz con il numero dei deportati indelebilmente impresso sul
braccio ed abbiamo ascoltato la sua testimonianza di chi ha perduto
tutti i parenti inghiottiti nei forni crematori la quale, dopo tanti
orrori, desidera solo sicurezza e pace.
Ma alla Knesset (il Parlamento) dello Stato d’Israele ed
all’Assemblea dell’Autorità palestinese abbiamo percepito
l’esistenza di un altro “muro” fatto di diffidenza reciproca e di
sfiducia nei confronti dell’altro, un muro di rancore, generato
dalla disperata volontà di sopravvivere e di veder riconosciuto il
proprio diritto all’esistenza.
Le persone pongono domande alle quali non si sa come rispondere, se
non nell’amore che germoglia dalla preghiera a Chi, totalmente privo
di colpe, ha patito la sofferenza più totale.
Ed abbiamo compreso come il riconoscimento dei nostri
pregiudizi e delle nostre responsabilità lontane implica, anche da
parte nostra, richiesta di perdono di fronte alle sofferenze di oggi.
Se si cammina così, stando in mezzo, più che dare, si riceve speranza
e ricerca di dialogo.
Questo è avvenuto a contatto con molte realtà: come il villaggio
“Nevè Shalom-Wahat as Salam”, in cui convivono israeliti, mussulmani
e cristiani, convinti che il compito più urgente è quello di educare
alla pace; come l’iniziativa “Windows”, promossa da insegnanti delle
due parti che cercano di abituare i loro bambini a dialogare; ma
soprattutto con l’Associazione “Parents’ Circle”, che raccoglie circa
cinquecento famiglie ebree e palestinesi che hanno avuto congiunti
stretti uccisi in questi ultimi anni.
Ci sono venuti a parlare un esponente ebreo di questa Associazione,
la cui figlia di 14 anni è morta in un autobus dove un uomo-bomba si
era fatto esplodere, ed un esponente palestinese il cui padre è stato
ucciso da un estremista ebreo.
Entrambi ci hanno mostrato come è possibile sottrarsi all’odio ed alla
volontà di vendetta per percorrere la strada del dialogo e di una
possibile riconciliazione: quale lezione che ci ha fatto vergognare
dei risentimenti che portiamo in noi per le piccole beghe della
nostra vita quotidiana!
E quanta altra sofferenza abbiamo incontrato nelle parole dei tre
Patriarchi di Gerusalemme, Armeno, Ortodosso e Latino, che condividono
la realtà dei propri fedeli, piccolo gregge sempre più povero ed
esiguo.
Dagli esponenti delle diverse Chiese abbiamo appreso come il sentirsi
minoranza emarginata li conduce a riconoscersi non più nella secolare
identità ecclesiale, ma nella comune origine cristiana.
A Betlemme un frate francescano italiano ed un pastore luterano
palestinese, in momenti e luoghi diversi, hanno usato la stessa
espressione: “Qui, noi Cristiani siamo in dodicimila”.
Costoro ci hanno fatto riflettere perché anche da noi, non
l’emarginazione e talvolta la persecuzione strisciante, ma la comune
origine dovrebbe farci sentire in primo luogo seguaci di Gesù Cristo e
poi appartenenti ad una particolare Chiesa, in modo che i pagani di
oggi abbiano a riconoscerci per l’amore che nutriamo gli uni verso gli
altri.
Di tutto questo si è reso interprete l’Arcivescovo di Milano che sul
Monte delle Beatitudini ha invitato tutti a sperimentare un “annuncio
del Vangelo del Regno fatto insieme dai testimoni dell’unico Signore
appartenenti a tradizioni confessionali differenti”.
Noi, piccolo resto del Rinnovamento della Lombardia, abbiamo gioito
poiché questi erano stati i sentimenti che abbiamo provato nella notte
tra il Sabato e la Domenica sul Calvario, nella Basilica del Santo
Sepolcro, dove abbiamo vissuto l’esperienza indimenticabile di un
Roveto ardente silenzioso mentre attendevamo l’inizio della Veglia
notturna di Risurrezione.
I medesimi sentimenti li abbiamo rivissuti nella serata di preghiera
carismatica in una stanza dell’albergo quando ci siamo presentati a
Gesù, nostro Signore e Salvatore, per chiederGli che ci faccia
diventare suoi strumenti per annunciare, insieme ai fratelli delle
Chiese cristiane, alle persone, che sono nella sofferenza, nel rancore
e nell’odio, “la conversione ed il perdono dei peccati, cominciando
da Gerusalemme” (Lc. 24,47) perché nel Suo Nome siano guariti e
ritrovino la fede.
L’équipe del Ministero dell’ecumenismo
della Lombardia
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