Home   Organismi   Gruppi   Ministeri   Formazione   Agenda  Comunicazioni  Mappa  
Dio ti Ama adesso!
Ministero Famiglia

Radio Mater

Rubrica tenuta a Radio Mater il 13 ottobre 2006 (ore 17,45) da una coppia del Ministero della famiglia del RnS

Famiglia e il Sociale

DALLA PARTE DELLA VITA, SEMPRE E COMUNQUE

 

Carissimi ascoltatori di Radio Mater, bentrovati tutti: Renato e Maria Grazia vi salutano all’inizio di questo nuovo incontro di “Famiglie che parlano ad altre famiglie”.

Siamo qui per passare un’ora con tutti voi sotto lo sguardo amorevole di Maria.

Ultimamente, sfogliando i giornali o ascoltando i notiziari televisivi, non sono mancati avvenimenti, affermazioni o prese di posizione che possono aver provocato in noi delle reazioni diventando occasione di riflessione e di approfondimento.

Con semplicità, senza nessuna pretesa, oggi desidereremmo ragionare con voi, come si fa in famiglia e quindi anche senza alcuna competenza professionale, su uno di questi argomenti.

A tutti capita di cogliere una notizia, un fatto, un episodio che risuona particolarmente nel proprio animo in modo tale da farlo divenire oggetto di maggiore conoscenza e di condivisione, magari nel momento in cui ci si ritrova tutti intorno alla mensa, trasformandolo così in una occasione di crescita per tutti, figli compresi.

Anche qui a Radio Mater siamo in famiglia, ci aiutiamo vicendevolmente e mettiamo poi in comune, tramite le telefonate, la ricchezza che caratterizza ognuno di noi.

Questioni molto importanti ci provocano, questioni che possono avere ricadute pesanti sulla vita ordinaria delle persone quali siamo noi e ci riferiamo alla intolleranza islamica che ha preso di mira il Papa e all’eutanasia che è ritornata in primo piano con la lettera inviata da Piergiorgio Welby al Capo dello Stato, ci riferiamo al ritiro della firma dell’Italia in Europa per fermare il rifinanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali: è prevedibile che nei prossimi mesi si discuterà intensamente di questi problemi e se ne parlerà in rapporto ad eventuali leggi da elaborare ed approvare.

 

Ci sentiamo particolarmente chiamati in causa dal discorso sull’eutanasia perché noi siamo volontari del Movimento per la Vita, nato per difendere e promuovere la vita minacciata specie nelle sue fasi estreme, agli albori e al tramonto.

Se non si accetta il principio della sacralità della vita umana e del rispetto che le si deve, viene a mancare la base di ogni umanesimo, inteso come visione dell’uomo, del suo vero significato e del suo senso.

Se la vita umana perde la sua dignità e sacralità, allora si apre la strada a malvagità inaccettabili, che la storia, nel suo svolgersi, ci ha più volte mostrato: non abbiamo infatti alcun bisogno di andarle a ricercare nel mondo fantastico. Queste malvagità sono sotto gli occhi di tutti.

Si uccide applicando la pena di morte, che molti stati prevedono nel loro sistema giudiziario quale punizione estrema per chi commette particolari reati.

Si può uccidere in guerra, ad esempio in operazioni che si svolgano in centri abitati provocando vittime che non hanno alcuna possibilità di difendersi, senza poter gridare il proprio diritto alla vita.

Si uccide per omissione: per non aver prestato soccorso, per non aver dato a chi muore di fame un po’ di quel cibo per noi largamente disponibile, ma si uccide anche quando si negano le cure necessarie per curare un disturbo e vincere una malattia.

L’omissione diventa causa di  morte anche quando si ignora il proprio vicino che, se aiutato, non avrebbe preso la decisione di suicidarsi. E’ come se la società gli dicesse: non ci importa nulla di te, puoi anche ucciderti.

Ma c’è anche qualcosa di più che Papa GPII al n. 64 dell’enciclica Evangelium Vitae chiarisce molto bene: Oggi, in seguito ai progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza, l’esperienza del morire si presenta con alcune caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad prezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata «assurda» se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa invece «una liberazione rivendicata» quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad un’ulteriore più acuta sofferenza. Si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità, si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della «cultura di morte», che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate.

Il presidente del Movimento per la Vita Carlo Casini commenta così il riaccendersi del dibattito sull’eutanasia: “Non è questione religiosa. Ancora una volta è in gioco la ragione. In questa materia non c’è nulla di peggio dell’avviare dibattiti sotto l’effetto di un’onda emotiva. Sarebbe folle arrivare in parlamento avendo negli occhi le immagini di Piergiorgio Welby che le televisioni hanno profuso in questi giorni. La presentazione di un caso particolarmente coinvolgente e capace di commuovere l’opinione pubblica è un metodo di azione radicale ben noto e sperimentato, perché intende cancellare con il fascino dell’emozione la lucidità della ragione”.

 

La logica del caso umano portata come argomento decisivo e ispiratore di una legge è potente. L’immagine di quei testimoni è molto eloquente e zittisce ogni obiezione perché quel dolore è autentico: non è una fiction.

Ma il rischio è di lasciarsi portare da questa strategia già usata dai sostenitori dell’aborto, delle provette libere e selvagge e della ricerca sugli embrioni, il rischio è quello di lasciarsi dominare dall’emotività.

Questa emotività è apparentemente caritatevole perché poterebbe a leggi che diano una buona morte ai disperati, un figlio sano alle coppie malate, speranze di vita –forse- agli inguaribili al prezzo del sacrificio di pochi embrioni, che sono sempre vite umane.

“Per far partire le cose la gente ha bisogno di racconti prodigiosi” e questi “racconti prodigiosi” sono quelli offerti non solo da parte di politici e imprenditori, ma a volte anche da prestigiose riviste scientifiche. La promessa di cure prodigiose diviene, ad es., una sorta di strategia  nel caso di attività che comportino la distruzione di embrioni per superare le obiezioni morali che le vietano.

Il giornale ‘Avvenire’, il giovedì offre ai suoi lettori un inserto che si chiama “E’ VITA” prettamente dedicato al tema della vita e alle questioni relative.

Su questo inserto abbiamo letto che il 18 settembre scorso, a Roma, davanti alla sede del ministero della salute, è stato effettuato un sit-in da parte di un gruppo di persone gravemente ammalate per domandare di poter vivere e vivere dignitosamente.

Questa notizia non ha avuto risonanza: certamente a livello mediatico fa più notizia una persona che vuole morire che coloro che chiedono di vivere dignitosamente seppur malati.

La vera risposta al grido di aiuto dell’uomo che soffre e per il quale non vi sono più terapie proporzionate, come al grido della mamma in difficoltà ad accettare una gravidanza indesiderata, come al grido del bambino minacciato di morte nel grembo della madre è prendersene cura, sia alleviando il dolore e la sofferenza, sia sostenendoli nei momenti di difficoltà e di smarrimento, sia facendosi voce di chi voce non ha nella società odierna.

Grave sarebbe il messaggio che la legge invierebbe se la legge legittimasse forme esplicite o occulte di eutanasia. Si direbbe che la medicina, la legge, lo Stato sono impotenti quando si tratta di difendere la vita, o aiutare le persone a lottare contro il dolore e si affermerebbe il principio per il quale la vita va difesa solo quando è ricca e bella, fonte di soddisfazioni, quando si fa dura e difficile non merita di essere vissuta né difesa.

E’ molto grave, e qui ritorna lo stesso ragionamento che ha permesso l’approvazione della legge 194 sull’aborto, dire che una legge che permette l’eutanasia non obbliga nessuno a togliersi la vita, ma lo permette soltanto a coloro che lo vogliono.

Anche rispetto all’aborto si diceva (e lo dicevano anche tanti cattolici): io non lo farò mai, ma non posso impedire agli altri che lo vogliono, di farlo, perché è una questione di libertà.

In entrambi i casi è illusorio pensare che lo spegnimento della vita non abbia influenza sugli altri.

 

Si rovescerebbero le cose se, invece di discutere di eutanasia o di aborto, si lavorasse a leggi che vanno incontro a chi soffre per approntare misure concrete che allevino o annullino queste sofferenze, aiutando il malato e la sua famiglia, sostenendoli in tante piccole e grandi necessità, materiali e morali.

Sono due ottiche diverse dalle quali si deduce che il no all’eutanasia è un sì molto più grande e impegnativo a favore della vita e a sostegno di chi soffre.

Ognuno di noi ha provato, almeno una volta nella vita, la fatica del vivere. La disperazione, unica vera malattia mortale, fa parte del bagaglio dell’uomo.

La malattia, la vecchiaia, la solitudine, accentuano questa tentazione. Non c’è bisogno di essere depressi, basta semplicemente non trovare in sé e fuori di sé la dimensione della speranza, la gioia della quotidianità, la vita come un dono.

Il coraggio nessuno se lo può dare da solo. E infatti la civiltà ha risposto alle paure del morire con quelle forme di accompagnamento del morente, di sostegno nella malattia, che fanno dell’assistenza sanitaria, dei processi di cura, un’arte umana prima che una tecnica meccanica.

Ma anche la tecnica meccanica permette, ad esempio, a persone disabili di continuare a vivere, a lavorare, ad alternare il desiderio della morte a quello della vita, come facciamo noi, finora sani, ma spaventati di fronte alle sofferenze altrui e personali.

Abbiamo letto la settimana scorsa affermazioni del tipo: “l’eutanasia è un rimedio: disumano rifiutarla a chi la richiede”.

La morte non è un diritto, non un bene da mettere a disposizione di qualcuno, non è un bene che la società può garantire inventando una categoria di esecutori di morte.

Un’affermazione come quella precedente rivendica con orgoglio la propria volontà di dominio sulla propria esistenza: chiedendo che questa volontà diventi un diritto si impone alla società il riconoscimento di un dovere, quella che qualcuno si faccia omicida.

La fragilità è certamente una inevitabile esperienza di ogni uomo. Non vi è solo la morte: vi sono le malattie, i limiti di mente e di cuore, le ferite inferte dagli altri, le debolezze fisiche, psicologiche, morali, spirituali.

Tutti, prima o poi, incontrano la fragilità. Non solo la morte, ma anche la nascita ne costituisce il sigillo.

Maggiore di qualunque altra per quantità, la povertà dell’uomo all’inizio della sua esistenza è maggiore anche per qualità. E’ terribile che i bambini muoiano di fame in Africa, ma nessuno osa sostenere che la loro morte è un bene, un elemento di progresso civile, il frutto dell’esercizio di un diritto altrui. Per l’uomo chiamato embrione questo invece viene detto.

 

Sta per iniziare il Convegno ecclesiale di Verona che si terrà la settimana entrante. Chiamati a riflettere sull’essere -testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo-, desideriamo sottolineare che la famiglia è il segno di speranza che Dio ha posto tra gli uomini per parlare di sé attraverso una testimonianza umana, è un dono che Dio suscita per la crescita di tutti.

Marito e moglie seminano speranza educando i figli, occupandosi dei genitori anziani, ascoltandosi vicendevolmente.

La famiglia cristiana, se cerca di comprendere da dove nasce la speranza, si accorge che è al di fuori di lei, è nelle mani alzate verso un mistero che può incontrare solo andando al di là del proprio vissuto.

E questo mistero ha un nome: Gesù, volto e parola di Dio. Cristo, il Crocifisso-Risorto è il nome della speranza cristiana.

Quando tutti scivolano verso la disperazione, noi famiglie cristiane dobbiamo sapere offrire una parola di speranza che permette di risalire la corrente, saper proporre il confronto con la morte per amare veramente la vita, rilanciare la vittoria della vita per restituire a tutti la gioia di essere signori perfino della morte.

Credere nel Risorto significa sperare che la vita e la morte, la sofferenza e la tribolazione, la malattia e le catastrofi non sono l’ultima parola della storia, ma che c’è un compimento trascendente per la vita delle persone e il futuro del mondo.

 

In questa rubrica di “famiglie che parlano ad altre famiglie” vorremmo riprendere alcuni pensieri tratti dall’omelia del Papa a Valencia in occasione del V incontro mondiale delle famiglie che ci ha visti partecipi; egli ci aiuta a fondare il nostro impegno di famiglie sulla speranza cristiana, quella speranza che non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato: per questo noi possiamo rendere ragione della speranza che è in noi.

Quelle che riprendiamo sono parole del Papa che ci servono per dire che sì, cercheremo di trasmettere ai nostri figli e a tutti coloro che incontreremo quella speranza perché sappiamo a chi abbiamo dato la nostra fiducia:

Nessun uomo si è dato l’essere da sé stesso né ha acquisito da solo le conoscenze elementari della vita. Tutti abbiamo ricevuto da altri la vita e le verità basilari di essa e siamo chiamati a raggiungere la perfezione in relazione e comunione amorosa con gli altri. La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, esprime questa dimensione relazionale, filiale e comunitaria, ed è l’ambito dove l’uomo può nascere con dignità, crescere e svilupparsi in modo integrale.

I figli crescono e maturano umanamente nella misura in cui accolgono con fiducia quel patrimonio e quell’educazione che continuano ad assumere progressivamente; in questo modo sono capaci di elaborare una sintesi personale tra ciò che hanno ricevuto e quello che imparano e che ognuno e ogni generazione è chiamata a realizzare.

Ecco perché come famiglie abbiamo un compito insostituibile: quello di crescere i nostri figli affinché raggiungano quella maturità umana e cristiana necessaria per una vita piena. E’ certamente un impegno umile, nascosto e  prolungato che darà frutto a suo tempo e permetterà di incidere sulla cultura, sulla società e sulla politica.

Qui sono in gioco la formazione intellettuale e morale e l’educazione delle giovani generazioni e dei cittadini tutti che hanno comunque nella famiglia il loro luogo originario e insostituibile di apprendimento.

Successivamente Papa Benedetto si è rivolto anche ai governanti:

Invito dunque i governanti e i legislatori a riflettere sul bene evidente che i focolari domestici in pace e armonia assicurano all’uomo, alla famiglia, centro nevralgico della società. L’oggetto delle leggi è il bene integrale dell’uomo, la risposta alle sue necessità e alle sue aspirazioni. Inoltre la famiglia è una scuola di umanesimo, affinché cresca fino a diventare veramente uomo.

TELEFONATE

A conclusione di questa trasmissione, mentre vi ringraziamo cari radioascoltatori, affidiamo a Maria la causa della vita e tutte le famiglie del mondo.

Riprendendo le parole pronunciate dal Papa domenica scorsa all’Angelus, chiediamo l’intercessione di Maria perché possano i coniugi cristiani costruire una famiglia aperta alla vita e capace di affrontare unita le molte e complesse sfide del nostro tempo. C’è oggi particolarmente bisogno della loro testimonianza. C’è bisogno di famiglie che non si lascino travolgere da moderne correnti culturali ispirate all’edonismo e al relativismo e siano pronte piuttosto a compiere con generosa dedizione la loro missione nella chiesa e nella società. Amen.

 

Per la prossima trasmissione saranno con voi Maria Assunta e Giorgio.

 
 
Accedi alla libreria online... Segreteria Regionale
RnS Lombardia

scrivici Scrivici...