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Carissimi ascoltatori di Radio Mater, bentrovati tutti: Renato e Maria
Grazia vi salutano all’inizio di questo nuovo incontro di “Famiglie che
parlano ad altre famiglie”.
Siamo
qui per passare un’ora con tutti voi sotto lo sguardo amorevole di
Maria.
Ultimamente, sfogliando i giornali o ascoltando i notiziari televisivi,
non sono mancati avvenimenti, affermazioni o prese di posizione che
possono aver provocato in noi delle reazioni diventando occasione di
riflessione e di approfondimento.
Con
semplicità, senza nessuna pretesa, oggi desidereremmo ragionare con voi,
come si fa in famiglia e quindi anche senza alcuna competenza
professionale, su uno di questi argomenti.
A tutti
capita di cogliere una notizia, un fatto, un episodio che risuona
particolarmente nel proprio animo in modo tale da farlo divenire oggetto
di maggiore conoscenza e di condivisione, magari nel momento in cui ci
si ritrova tutti intorno alla mensa, trasformandolo così in una
occasione di crescita per tutti, figli compresi.
Anche
qui a Radio Mater siamo in famiglia, ci aiutiamo vicendevolmente e
mettiamo poi in comune, tramite le telefonate, la ricchezza che
caratterizza ognuno di noi.
Questioni molto importanti ci provocano, questioni che possono avere
ricadute pesanti sulla vita ordinaria delle persone quali siamo noi e ci
riferiamo alla intolleranza islamica che ha preso di mira il Papa e
all’eutanasia che è ritornata in primo piano con la lettera inviata da
Piergiorgio Welby al Capo dello Stato, ci riferiamo al ritiro della
firma dell’Italia in Europa per fermare il rifinanziamento della ricerca
sulle cellule staminali embrionali: è prevedibile che nei prossimi mesi
si discuterà intensamente di questi problemi e se ne parlerà in rapporto
ad eventuali leggi da elaborare ed approvare.
Ci
sentiamo particolarmente chiamati in causa dal discorso sull’eutanasia
perché noi siamo volontari del Movimento per la Vita, nato per difendere
e promuovere la vita minacciata specie nelle sue fasi estreme, agli
albori e al tramonto.
Se non
si accetta il principio della sacralità della vita umana e del rispetto
che le si deve, viene a mancare la base di ogni umanesimo, inteso come
visione dell’uomo, del suo vero significato e del suo senso.
Se la
vita umana perde la sua dignità e sacralità, allora si apre la strada a
malvagità inaccettabili, che la storia, nel suo svolgersi, ci ha più
volte mostrato: non abbiamo infatti alcun bisogno di andarle a ricercare
nel mondo fantastico. Queste malvagità sono sotto gli occhi di tutti.
Si
uccide applicando la pena di morte, che molti stati prevedono nel loro
sistema giudiziario quale punizione estrema per chi commette particolari
reati.
Si può
uccidere in guerra, ad esempio in operazioni che si svolgano in centri
abitati provocando vittime che non hanno alcuna possibilità di
difendersi, senza poter gridare il proprio diritto alla vita.
Si
uccide per omissione: per non aver prestato soccorso, per non aver dato
a chi muore di fame un po’ di quel cibo per noi largamente disponibile,
ma si uccide anche quando si negano le cure necessarie per curare un
disturbo e vincere una malattia.
L’omissione diventa causa di morte anche quando si ignora il proprio
vicino che, se aiutato, non avrebbe preso la decisione di suicidarsi. E’
come se la società gli dicesse: non ci importa nulla di te, puoi anche
ucciderti.
Ma c’è
anche qualcosa di più che Papa GPII al n. 64 dell’enciclica Evangelium
Vitae chiarisce molto bene: Oggi, in seguito ai
progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla
trascendenza, l’esperienza del morire si presenta con alcune
caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad prezzare
la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la
sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre
liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata «assurda» se interrompe
improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili
esperienze interessanti, diventa invece «una liberazione rivendicata»
quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel
dolore e inesorabilmente votata ad un’ulteriore più acuta sofferenza. Si
fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi
della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente»
alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico
e umano, visto in profondità, si presenta assurdo e disumano. Siamo qui
di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della «cultura di morte», che
avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una
mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e
insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate.
Il
presidente del Movimento per la Vita Carlo Casini commenta così il
riaccendersi del dibattito sull’eutanasia: “Non è questione religiosa.
Ancora una volta è in gioco la ragione. In questa materia non c’è nulla
di peggio dell’avviare dibattiti sotto l’effetto di un’onda emotiva.
Sarebbe folle arrivare in parlamento avendo negli occhi le immagini di
Piergiorgio Welby che le televisioni hanno profuso in questi giorni. La
presentazione di un caso particolarmente coinvolgente e capace di
commuovere l’opinione pubblica è un metodo di azione radicale ben noto e
sperimentato, perché intende cancellare con il fascino dell’emozione la
lucidità della ragione”.
La
logica del caso umano portata come argomento decisivo e ispiratore di
una legge è potente. L’immagine di quei testimoni è molto eloquente e
zittisce ogni obiezione perché quel dolore è autentico: non è una
fiction.
Ma il
rischio è di lasciarsi portare da questa strategia già usata dai
sostenitori dell’aborto, delle provette libere e selvagge e della
ricerca sugli embrioni, il rischio è quello di lasciarsi dominare
dall’emotività.
Questa
emotività è apparentemente caritatevole perché poterebbe a leggi che
diano una buona morte ai disperati, un figlio sano alle coppie malate,
speranze di vita –forse- agli inguaribili al prezzo del sacrificio di
pochi embrioni, che sono sempre vite umane.
“Per far
partire le cose la gente ha bisogno di racconti prodigiosi” e questi
“racconti prodigiosi” sono quelli offerti non solo da parte di politici
e imprenditori, ma a volte anche da prestigiose riviste scientifiche. La
promessa di cure prodigiose diviene, ad es., una sorta di strategia nel
caso di attività che comportino la distruzione di embrioni per superare
le obiezioni morali che le vietano.
Il
giornale ‘Avvenire’, il giovedì offre ai suoi lettori un inserto che si
chiama “E’ VITA” prettamente dedicato al tema della vita e alle
questioni relative.
Su
questo inserto abbiamo letto che il 18 settembre scorso, a Roma, davanti
alla sede del ministero della salute, è stato effettuato un sit-in da
parte di un gruppo di persone gravemente ammalate per domandare di poter
vivere e vivere dignitosamente.
Questa
notizia non ha avuto risonanza: certamente a livello mediatico fa più
notizia una persona che vuole morire che coloro che chiedono di vivere
dignitosamente seppur malati.
La vera
risposta al grido di aiuto dell’uomo che soffre e per il quale non vi
sono più terapie proporzionate, come al grido della mamma in difficoltà
ad accettare una gravidanza indesiderata, come al grido del bambino
minacciato di morte nel grembo della madre è prendersene cura, sia
alleviando il dolore e la sofferenza, sia sostenendoli nei momenti di
difficoltà e di smarrimento, sia facendosi voce di chi voce non ha nella
società odierna.
Grave
sarebbe il messaggio che la legge invierebbe se la legge legittimasse
forme esplicite o occulte di eutanasia. Si direbbe che la medicina, la
legge, lo Stato sono impotenti quando si tratta di difendere la vita, o
aiutare le persone a lottare contro il dolore e si affermerebbe il
principio per il quale la vita va difesa solo quando è ricca e bella,
fonte di soddisfazioni, quando si fa dura e difficile non merita di
essere vissuta né difesa.
E’ molto
grave, e qui ritorna lo stesso ragionamento che ha permesso
l’approvazione della legge 194 sull’aborto, dire che una legge che
permette l’eutanasia non obbliga nessuno a togliersi la vita, ma lo
permette soltanto a coloro che lo vogliono.
Anche
rispetto all’aborto si diceva (e lo dicevano anche tanti cattolici): io
non lo farò mai, ma non posso impedire agli altri che lo vogliono, di
farlo, perché è una questione di libertà.
In
entrambi i casi è illusorio pensare che lo spegnimento della vita non
abbia influenza sugli altri.
Si
rovescerebbero le cose se, invece di discutere di eutanasia o di aborto,
si lavorasse a leggi che vanno incontro a chi soffre per approntare
misure concrete che allevino o annullino queste sofferenze, aiutando il
malato e la sua famiglia, sostenendoli in tante piccole e grandi
necessità, materiali e morali.
Sono due
ottiche diverse dalle quali si deduce che il no all’eutanasia è un sì
molto più grande e impegnativo a favore della vita e a sostegno di chi
soffre.
Ognuno
di noi ha provato, almeno una volta nella vita, la fatica del vivere. La
disperazione, unica vera malattia mortale, fa parte del bagaglio
dell’uomo.
La
malattia, la vecchiaia, la solitudine, accentuano questa tentazione. Non
c’è bisogno di essere depressi, basta semplicemente non trovare in sé e
fuori di sé la dimensione della speranza, la gioia della quotidianità,
la vita come un dono.
Il
coraggio nessuno se lo può dare da solo. E infatti la civiltà ha
risposto alle paure del morire con quelle forme di accompagnamento del
morente, di sostegno nella malattia, che fanno dell’assistenza
sanitaria, dei processi di cura, un’arte umana prima che una tecnica
meccanica.
Ma anche
la tecnica meccanica permette, ad esempio, a persone disabili di
continuare a vivere, a lavorare, ad alternare il desiderio della morte a
quello della vita, come facciamo noi, finora sani, ma spaventati di
fronte alle sofferenze altrui e personali.
Abbiamo
letto la settimana scorsa affermazioni del tipo: “l’eutanasia è un
rimedio: disumano rifiutarla a chi la richiede”.
La morte
non è un diritto, non un bene da mettere a disposizione di qualcuno, non
è un bene che la società può garantire inventando una categoria di
esecutori di morte.
Un’affermazione come quella precedente rivendica con orgoglio la propria
volontà di dominio sulla propria esistenza: chiedendo che questa volontà
diventi un diritto si impone alla società il riconoscimento di un
dovere, quella che qualcuno si faccia omicida.
La
fragilità è certamente una inevitabile esperienza di ogni uomo. Non vi è
solo la morte: vi sono le malattie, i limiti di mente e di cuore, le
ferite inferte dagli altri, le debolezze fisiche, psicologiche, morali,
spirituali.
Tutti,
prima o poi, incontrano la fragilità. Non solo la morte, ma anche la
nascita ne costituisce il sigillo.
Maggiore
di qualunque altra per quantità, la povertà dell’uomo all’inizio della
sua esistenza è maggiore anche per qualità. E’ terribile che i bambini
muoiano di fame in Africa, ma nessuno osa sostenere che la loro morte è
un bene, un elemento di progresso civile, il frutto dell’esercizio di un
diritto altrui. Per l’uomo chiamato embrione questo invece viene detto.
Sta per
iniziare il Convegno ecclesiale di Verona che si terrà la settimana
entrante. Chiamati a riflettere sull’essere -testimoni di Gesù risorto,
speranza del mondo-, desideriamo sottolineare che la famiglia è il segno
di speranza che Dio ha posto tra gli uomini per parlare di sé attraverso
una testimonianza umana, è un dono che Dio suscita per la crescita di
tutti.
Marito e
moglie seminano speranza educando i figli, occupandosi dei genitori
anziani, ascoltandosi vicendevolmente.
La
famiglia cristiana, se cerca di comprendere da dove nasce la speranza,
si accorge che è al di fuori di lei, è nelle mani alzate verso un
mistero che può incontrare solo andando al di là del proprio vissuto.
E questo
mistero ha un nome: Gesù, volto e parola di Dio. Cristo, il
Crocifisso-Risorto è il nome della speranza cristiana.
Quando
tutti scivolano verso la disperazione, noi famiglie cristiane dobbiamo
sapere offrire una parola di speranza che permette di risalire la
corrente, saper proporre il confronto con la morte per amare veramente
la vita, rilanciare la vittoria della vita per restituire a tutti la
gioia di essere signori perfino della morte.
Credere
nel Risorto significa sperare che la vita e la morte, la sofferenza e la
tribolazione, la malattia e le catastrofi non sono l’ultima parola della
storia, ma che c’è un compimento trascendente per la vita delle persone
e il futuro del mondo.
In
questa rubrica di “famiglie che parlano ad altre famiglie” vorremmo
riprendere alcuni pensieri tratti dall’omelia del Papa a Valencia in
occasione del V incontro mondiale delle famiglie che ci ha visti
partecipi; egli ci aiuta a fondare il nostro impegno di famiglie sulla
speranza cristiana, quella speranza che non delude perché l’amore di Dio
è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è
stato dato: per questo noi possiamo rendere ragione della speranza che è
in noi.
Quelle
che riprendiamo sono parole del Papa che ci servono per dire che sì,
cercheremo di trasmettere ai nostri figli e a tutti coloro che
incontreremo quella speranza perché sappiamo a chi abbiamo dato la
nostra fiducia:
Nessun uomo si è dato l’essere da sé stesso né ha acquisito da solo le
conoscenze elementari della vita. Tutti abbiamo ricevuto da altri la
vita e le verità basilari di essa e siamo chiamati a raggiungere la
perfezione in relazione e comunione amorosa con gli altri. La famiglia,
fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, esprime
questa dimensione relazionale, filiale e comunitaria, ed è l’ambito dove
l’uomo può nascere con dignità, crescere e svilupparsi in modo integrale.
I
figli crescono e maturano umanamente nella misura in cui accolgono con
fiducia quel patrimonio e quell’educazione che continuano ad assumere
progressivamente; in questo modo sono capaci di elaborare una sintesi
personale tra ciò che hanno ricevuto e quello che imparano e che ognuno
e ogni generazione è chiamata a realizzare.
Ecco
perché come famiglie abbiamo un compito insostituibile: quello di
crescere i nostri figli affinché raggiungano quella maturità umana e
cristiana necessaria per una vita piena. E’ certamente un impegno umile,
nascosto e prolungato che darà frutto a suo tempo e permetterà di
incidere sulla cultura, sulla società e sulla politica.
Qui sono
in gioco la formazione intellettuale e morale e l’educazione delle
giovani generazioni e dei cittadini tutti che hanno comunque nella
famiglia il loro luogo originario e insostituibile di apprendimento.
Successivamente Papa Benedetto si è rivolto anche ai governanti:
Invito dunque i governanti e i legislatori a riflettere sul bene
evidente che i focolari domestici in pace e armonia assicurano all’uomo,
alla famiglia, centro nevralgico della società. L’oggetto delle leggi è
il bene integrale dell’uomo, la risposta alle sue necessità e alle sue
aspirazioni. Inoltre la famiglia è una scuola di umanesimo, affinché
cresca fino a diventare veramente uomo.
TELEFONATE
A
conclusione di questa trasmissione, mentre vi ringraziamo cari
radioascoltatori, affidiamo a Maria la causa della vita e tutte le
famiglie del mondo.
Riprendendo le parole pronunciate dal Papa domenica scorsa all’Angelus,
chiediamo l’intercessione di Maria perché
possano i coniugi cristiani costruire una famiglia aperta alla vita e
capace di affrontare unita le molte e complesse sfide del nostro tempo.
C’è oggi particolarmente bisogno della loro testimonianza. C’è bisogno
di famiglie che non si lascino travolgere da moderne correnti culturali
ispirate all’edonismo e al relativismo e siano pronte piuttosto a
compiere con generosa dedizione la loro missione nella chiesa e nella
società. Amen.
Per la
prossima trasmissione saranno con voi Maria Assunta e Giorgio.
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