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Radio Mater

Rubrica tenuta a Radio Mater il 22 maggio 2009 (ore 17,45) da una coppia del Ministero della famiglia del RnS

 
 

 

 

Carissimi amici e fratelli nello Spirito, buona sera a tutti da Luigi e Susanna.

Essere qui con voi, per noi, è sempre una grande gioia, ma questa sera la nostra gioia è ancora più grande perché oggi, oltre che ad essere un bellissimo giorno del mese di maggio tutto dedicato alla nostra cara Mamma Celeste, è anche il 22 maggio giorno della festa di S. Rita.

Questa santa è una santa molto speciale per noi perché noi abitiamo a Milano proprio a due passi dal Santuario di Santa Rita.

Questo santuario è anche la nostra parrocchia e intorno a questo Santuario è ruotata tutta la nostra vita spirituale di tanti anni di cammino e da questo luogo, grazie all’intercessione di S. Rita, abbiamo ricevuto l’annuncio che ha cambiato la nostra storia personale: Cristo è risorto, è veramente risorto!

Qui la famiglia di Luigi veniva ogni anno in pellegrinaggio per offrire gioie e dolori ed è così che Luigi ed io ci siamo incontrati.

Qui fin da adolescente ho cominciato a frequentare l’oratorio, a fare esperienze spirituali molto forti e servire il Signore nella gioia.

Qui, circa 32 anni fa, è nato il gruppo, di cui ancora oggi Luigi ed io facciamo parte e l’appartenenza a questa realtà ci ha aperto una strada per camminare in maniera più profonda nella Chiesa.

Qui i nostri figli hanno ricevuto i sacramenti e si sono introdotti in una cammino spirituale che ha dato loro il là per le scelte fondamentali della loro vita.

Ancora oggi ,con nostro figlio più piccolo, facciamo una bella esperienza parrocchiale in un gruppo che si chiama “famiglie catechiste”.

In qs momento nel nostro santuario e negli altri santuari italiani dedicati alla grande santa una grande folla di pellegrini, con un bagaglio di sofferenze più o meno pesanti, si reca a fare una visita alle sua reliquia, a comprare un cero da accendere, a comprare una rosa benedetta da portare a casa o ad una persona ammalata, ad ascoltare la S. Messa, a recitare il santo rosario, a ricevere il sacramento della penitenza ed ad aprire il proprio cuore a uno dei tanti padri confidenti.

Per chi vive, come noi, da tanti anni questa fortissima  esperienza di accoglienza ed evangelizzazione, possiamo dire che tutto questo ha arricchito moltissimo il nostro cammino di fede: abbiamo visto coi nostri occhi come lo Spirito ha agito facendo scaturire da questi incontri grazie e conversioni insperate. Ogni anno  usciamo da questo evento sorpresi e riconoscenti perché il nostro Dio, grazie a s. Rita, si rivela in tutta le sua grandezza e generosità. Lode e gloria a te Signore Gesù.

Ed è proprio in compagnia di S. Rita che desideriamo iniziare la nostra riflessione di questa sera.

Lei è stata un esempio “perfetto” di donna cristiana col suo essere figlia obbediente, sposa e madre fedele, vedova-testimone di pace e monaca agostiniana, tracciando all’interno della Chiesa un autentico cammino di santità.

In lei troviamo riassunte le due vocazioni  alle quali ogni uomo è chiamato da Dio per realizzare a pieno la sua felicità: la vocazione alla famiglia e alla totale consacrazione a Dio.

Ed è proprio questa argomento “Famiglia, cuore della vocazione”, inserito nel nostro tema specifico di questa rubrica “rapporto genitori-figli” che questa sera vorremmo trattare con voi, lasciandoci ispirare dall’esempio S. Rita.  

 

Santa Rita è DONNA: donna di fede che  ha difeso, con tutte le sue forze, la dignità della persona umana, i suoi diritti e i suoi doveri facendo di questa difesa una missione di vita. Alle donne che hanno sposato la causa della giustizia e della pace, della solidarietà, della famiglia, dell'infanzia, dei poveri, dei profughi S. Rita, ancora oggi, chiede di continuare a prodigarsi perché il bene continui a vincere sul male.

 

Santa Rita è FIGLIA: figlia accogliente , obbediente e sottomessa alla volontà dei genitori. Fin da piccola avrebbe desiderato farsi suora, ma le necessità della famiglia gli hanno imposto un altro tipo di cammino. Per il bene della sua famiglia ha accettato e ha offerto questo sacrificio al Signore. Questa offerta si è trasformata, non senza tante prove, in un dono per chi le era accanto. Senza questa totale sottomissione alla volontà di Dio non si sarebbero convertite tante persone e non si sarebbero manifestati tanti prodigi.

 

Santa Rita è SPOSA: giovanissima si unì a Paolo  di Ferdinando Mancini; la scelta dello sposo, come era allora abituale, venne fatta dai suoi genitori; la sua vita quotidiana di sposa si svolgeva soprattutto tra le pareti di casa, nei lavori domestici.

Santa Rita, però ,pur avendo sperimentato una condizione femminile per molti aspetti diversa da oggi, rimane attuale ed attraente perché le sue difficoltà di vita a due con Paolo sono storia di ogni giorno per la maggior parte delle coppie.

Infatti sono cronaca quotidiana le separazioni, le incomprensioni , le infedeltà, le incompatibilità di carattere. Rita non fu una sposa triste e rassegnata al suo destino, ma intelligente e attiva visse in pieno la sua femminilità e attraverso le piccole cose di ogni giorno costruì con il marito un legame ed un rapporto profondo tanto da trasformare qs uomo violento in un figlio di Dio.

La Santa sposa di Cascia è un grande segno di speranza per le famiglie di oggi e per ogni donna, anche quando si trovasse a vivere situazioni aggrovigliate e molto dolorose.

 

Santa Rita è’ MADRE: ricordiamo che la vicenda umana di Santa Rita come madre è simile a quella di tanti genitori del mondo di oggi. Nell'educazione dei suoi figli Rita non fu appoggiata né dal marito Paolo, né dall'ambiente sociale  lacerato da odi di parte ed interessi di potere.

Come tante mamme del nostro tempo, Rita soffriva nel constatare che Giangiacomo e Paolomaria seguivano modelli sbagliati, giudicando gli uomini e le cose più alla luce delle idee  alla moda che a quelle del Vangelo.

Santa Rita intercede per le MADRI, che vivono il dolore di vedere il proprio figlio intrappolato da gravi dipendenze ( sesso, droga, alcool, gioco d’azzardo, ecc)  o implicato nella delinquenza, paragonando la loro sofferenza allo sgomento di Rita davanti ai suoi figli vinti dall'odio verso gli uccisori del loro padre.

Ed è altamente istruttivo per ogni genitore il coraggio della Santa di Roccaporena che lotta con la preghiera e con le armi della fede per salvare i propri figli dalla terribile piovra della faida, giungendo fino al sacrificio estremo che il cuore di una mamma possa compiere: chiedere la salvezza della loro anima al di sopra di ogni cosa.

 

Santa Rita è VEDOVA:  vedova di pace.

Possiamo e dobbiamo paragonare, senza timore di forzature ed esagerazioni, la sua situazione a quella di una donna di oggi a cui sia stato ucciso il marito o un altro familiare.

Anche Lei sperimentò dolore, vuoto e solitudine, come ogni sposa e mamma affezionata, privata dell'affetto e del sostegno del proprio uomo e dei propri figli.

Santa Rita insegna che la pace tra le famiglie, tra i gruppi sociali e tra i popoli è possibile; è attuale perché costruì la pace, volle la pace seguendo la strada maestra del perdono  sincero e del dialogo paziente; è attuale perché invita a colmare la solitudine con il servizio al bisognoso e con l'incontro con Dio nella preghiera, come fece lei a Roccaporena nel lazzaretto e sullo scoglio.

 

Santa Rita è monaca agostiniana:fu consacrata a Dio per 40 anni nella clausura del monastero di Santa Maria Maddalena di Cascia . Negli ultimi 15 anni della sua vita ebbe una stigmata sulla fronte, partecipando così anche fisicamente alla passione redentrice di Gesù.

Nell'essere monaca Agostiniana Rita cercò di saziare quella inquietudine del cuore, che è anelito e capacità di possedere Dio e, perciò, come afferma uno scritto del 1457, "tutta a Lui si diede". In monastero non cercò una fuga dal mondo e dalle proprie responsabilità, ma un impegno a più vasto raggio per la pace e la riconciliazione .

 

STACCO MUSICALE

 

Dice il nostro arcivescovo card. Dionigi nella sua lettera pastorale Famiglia diventa anima del mondo che NON C’E’ VITA SENZA VOCAZIONE.

 

Tra i compiti fondamentali che vengono affidati alle famiglie sta quello di aiutare un figlio che cresce a prendere sempre più consapevolezza che “la vita è bella” perché è “una vocazione”. “Il Signore da sempre ti pensa, ti desidera, ti vuole, il Signore ti chiama, ti aspetta e ha bisogno di te, il Signore ti manda”:  con questi sentimenti un papà e una mamma cristiani dovrebbero guardare il loro figlio. 

Il prezioso dono della vita, infatti, è da ricondurre a Dio: la vita non è il risultato del caso o del calcolo o della necessità o del “destino”, ma il frutto della provvidenza amorosa e paterna di Dio. Non riesco a dimenticare, prosegue l’arcivescovo, le parole che Dio rivolge a me –  a ciascuno di noi – attraverso la voce del profeta: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Non temere, perchè io sono con te» (Isaia 43,4-5).

Questo messaggio sulla vita come vocazione le famiglie cristiane lo devono accogliere e vivere nel cuore e proclamare al mondo. E il centro di questo messaggio è che la libertà del figlio è una libertà che conosce il suo splendido compimento nel rispondere a Dio, nel dire il proprio “sì” al grande “sì” di Dio che dona la vita. Per questo le comunità cristiane devono saper riproporre alle famiglie il compito grandissimo di pregare il Signore con assiduità per l’itinerario vocazionale dei propri i figli e di disporsi ad aiutarli a discernere la loro vocazione. 

Infatti, come ai suoi inizi, così in tutte le altre fasi dell’esistenza di un figlio, la famiglia è la prima e più fedele testimone del fatto che la vita, in quanto desiderata, amata, generata, custodita, ci è affidata perché la rendiamo un dono di noi stessi agli altri, un segno della vicinanza di Dio al mondo, un aiuto e un sostegno per coloro che il Signore ci fa incontrare. Sappiamo così nella fede che anche la vita degli altri è un dono per noi, un dono da accogliere con rispetto e gratitudine. Così ci ha insegnato il Concilio: a immagine di Dio, che è amore che liberamente e gratuitamente si dona, «l’uomo in terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa e che non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, n. 24).

In un contesto culturale in cui tutto è frammentato e parziale e tutto diviene ricerca della soddisfazione immediata dei propri piccoli desideri, non è facile comprendere la nozione stessa di “vocazione”. Si preferisce piuttosto pensare la vita come un susseguirsi di progetti a breve, di relazioni capaci di suscitare emozioni intense, di traguardi intermedi e convenienti. Spesso mancano il coraggio e la forza di rispondere a ciò che il Signore chiede, impegnando la propria vita in un progetto che guarda in avanti, facendo fruttare i doni e i talenti ricevuti per il bene di tutti.

È proprio la frammentarietà tipica del vivere contemporaneo a rendere estremamente debole l’idea del-la vita come vocazione. Di qui l’urgente compito della famiglia: è nella famiglia che si deve riscoprire questa straordinaria prospettiva ed è a partire dalla famiglia che questo modo di intendere la vita deve ritornare a illuminare e a riscaldare il mondo.

Così la vita di ogni persona diventa veramente un dono di Dio per il bene degli altri; ma anche la vita dell’altro diventa per me un dono e una responsabilità. Ciascuno di noi diventa  il “custode” della vita del proprio fratello (cfr Genesi 4,9). Questo cammino educativo è meraviglioso e carico di consolazione, ma è lungo e difficile: bisogna iniziarlo nella famiglia, fin da quando i figli sono piccoli, mediante parole, esempi ed esperienze che invitano al vero e al bene, nella preghiera e nella carità. Così si genera e si rigenera continuamente la qualità umana della vita. Così ci si immette nel cammino della santità: dopo aver donato la vita, i genitori introducono i figli alla ricerca della volontà di Dio su di loro e quindi del posto ad essi assegnato nella storia, nella Chiesa e nella società.

Nello spirito di una nuova attenzione che la Diocesi riserva alla pastorale battesimale, sarebbe bene che nelle famiglie e nelle comunità cristiane, non appena giunge la notizia di una nuova vita in arrivo, non si ragioni con le misure strette del mondo, ma si pensi e si gioisca con i sentimenti che Maria nutriva in attesa di Gesù, in particolare con i sentimenti vissuti durante la visitazione, quando cioè lo Spirito la riempì di gioia e la Parola trovò in lei il suo compimento (cfr Luca 1,39-56). Maria, icona di tutta la Chiesa che porta in sé il mistero del Figlio di Dio fatto uomo, desidera che questo bambino prenda sempre più corpo e più vita nel mondo. L’attesa allora diviene compimento di una promessa, motivo di gioia, di speranza, di lode, di aperta contemplazione della grandezza mirabile dell’opera di Dio: «Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo» (Salmo 139,13-14).

Questo stile di attesa non è solo per la famiglia o per la Chiesa: è per tutto il mondo. Esso rivoluziona anche la stessa vita sociale, innalzando i piccoli e gli umili, rovesciando i criteri convenzionali e i luoghi comuni, prendendo in seria considerazione i poveri e mettendo i ricchi di fronte alle loro precise responsabilità. Maria non trattiene per sé il dono della vita, ma prontamente si dispone a condividerlo: è infatti immagine splendida della Chiesa che custodisce in sé il mistero  della vita, ma per il bene e la salvezza del mondo.

«Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli insegnanti, ai tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione» (CEI, Messaggio per la Gior-nata per la vita, 3 febbraio 2008).

 

STACCO MUSICALE

 

Leggiamo ora una testimonianza di una coppia di genitori della ns diocesi che ha collaborato con Dio perché i propri figli riconoscessero la propria  autentica vocazione.

 

I GENITORI DI FRONTE ALLA VOCAZIONE DEI FIGLI

 

Tommaso, 25 anni compiuti e una grande gioia nel cuore sabato 7 giugno in Duomo sarà consacrato dal cardinal Tettamanzi insieme ad altri 22 compagni.

Ma la sua non è l’unica vocazione che papà Antonio e mamma Elisabetta hanno accompagnato.
La primogenita Giulia infatti si è sposata nel 2006, ha una bambina e ora è in attesa del secondo figlio. In casa restano Marta, che ha compiuto 18 anni e studia ancora, e Luca, che frequenta il primo anno professionale ed è in affido alla famiglia Nava da quando ne aveva 5.

«I figli vanno aiutati a crescere, ma poi le scelte devono essere loro - dice Antonio -, noi offriamo solo gli strumenti, poi loro decidono. Questo l’abbiamo vissuto in particolare con i più grandi».

I due coniugi si sono sempre confrontati sulle scelte educative, «anche in passato, quando Giulia e Tommaso erano piccoli». Entrambi hanno frequentato la scuola di Maria Ausiliatrice a Lecco dove «era molto vivo il rapporto scuola-famiglia sull’educazione dei figli e si organizzavano tanti incontri». Il metodo era quello di Don Bosco. «Già allora - continua il padre - si diceva che i figli devono seguire il progetto che Dio ha su di loro. Non è giusto infatti che noi interferiamo».
«Con Giulia abbiamo avuto, nel periodo della giovinezza, anche qualche diversità di veduta», ma non è mai mancato il confronto e non abbiamo mai imposto nulla. Dopo alcuni anni di esperienza scout «ha optato per la vita dell’oratorio» perché diceva: «È inutile che stia a dividermi su due fronti». A 18 anni ha smesso di frequentarlo e ha fatto nuove amicizie, abbandonando lo sport per la danza, «ma ha sempre mantenuto i principi cristiani». Ora è maestra presso un asilo nido e con suo marito frequenta un gruppo familiare.
Tommaso ha fatto un lungo cammino prima di arrivare alla grande decisione. «I primi segni si sono manifestati presto», racconta il padre, alla fine delle elementari. «La sua maestra, una suora di Maria Ausiliatrice, ci diceva che Tommaso andava spesso in chiesa a dire una preghiera». Quando si è trattato di iscriverlo alle medie la scelta è andata su una scuola statale che aveva anche la sezione musicale, Tommaso infatti voleva imparare a suonare la tromba. Una passione che non ha mai abbandonato.

Intanto Elisabetta ed Antonio hanno chiesto aiuto al sacerdote di pastorale giovanile della loro parrocchia, «per capire che cosa significavano questi “segnali”». Tommaso iniziava a rivolgere ai genitori alcune domande «anche se non sempre erano chiare». Chiedeva per esempio «come pregare» o «come stare con il Signore» e in modo indiretto poneva qualche interrogativo sul sacerdozio. Così Antonio ed Elisabetta hanno chiesto al prete della parrocchia di seguire il loro figlio dal punto di vista spirituale. «L’anno successivo - spiega il padre - ci ha indirizzato al Seminario di Venegono, che per la prima volta organizzava l’itinerario vocazionale “Se tuo figlio ti chiede un pane…”». Erano 6 o 7 incontri in un anno condotti dall’Arcivescovo di allora, il cardinal Martini. «Tommaso aveva 11 anni e insieme abbiamo partecipato all’iniziativa: si rifletteva sul progetto di Dio e sul futuro della vita di ciascuno.

 Un percorso che ci ha aiutato molto».
Nei due anni successivi, oltre a frequentare la scuola media, Tommaso andava una volta al mese in Seminario per partecipare a una giornata insieme ad altri ragazzi e tra le diverse vocazioni veniva presentata loro anche quella del sacerdote. Per le superiori Tommaso, ormai adolescente, ha deciso di andare in Seminario, a Venegono. «I cinque anni di liceo sono stati di discernimento vocazionale, in quarta ginnasio erano in 23 e solo 3 di loro ora diventano preti», dice il padre «Questo significa che il percorso ha dato la possibilità ai ragazzi di capire se effettivamente quella del sacerdozio poteva essere la loro strada».
Ma il grande “salto” per Tommaso è venuto dopo. «Il passaggio in Teologia è stato chiaramente espressione di una scelta, perché se durante il liceo c’era il dubbio e il desiderio di capire, in seguito Tommaso era molto più sicuro». Il suo cammino di seminarista negli ultimi anni è stato quindi lineare, «ora è davvero felice e questo ci lascia molto sereni», assicurano Antonio e sua moglie. Certo quest’anno hanno avuto poche occasioni di vedere il loro figlio, perché per quattro giorni alla settimana va in una parrocchia dove collabora con un sacerdote per la pastorale giovanile.

«Lo vediamo poco e sempre di sfuggita - ammette il padre -, per questo cerchiamo di stare uniti nella preghiera, dal punto di vista spirituale».

Anche un’altra parrocchia è molto vicina a Tommaso e lo segue con la preghiera. A maggio, in questa parrocchia, è stata organizzata anche una settimana vocazionale con incontri per ragazzi e adulti. L’ordinazione di un giovane è sempre un’occasione importante anche per promuovere altre iniziative perché, «come dice l’Arcivescovo, oggi la prospettiva della vocazione al sacerdozio rimane spesso in ombra, gli stessi genitori non la vedono come una scelta da favorire e neppure ne parlano».
Antonio ed Elisabetta si sentono responsabili e sono sempre stati vicini ai figli, «anche se è chiaro che le scelte sono loro. Diciamo sempre che noi ci siamo, qualunque cosa abbiano bisogno, per quello che possiamo…». Giulia per esempio ha potuto contare sull’aiuto della madre, che si è presa cura in questi anni della piccola Sofia e a settembre andrà alla scuola materna.

 

LA REAZIONE DEI FRATELLI

 

I genitori di don Tommaso non sono gli unici ad essere «molto contenti della sua scelta». Anche Marta è felicissima. «Ha sempre seguito i passi di suo fratello - spiega il padre -, che ama molto giocare a calcio. Tommaso dice che quando sarà in parrocchia troverà una sera per fare gli allenamenti con la squadra». Marta invece gioca a pallone nella squadra femminile e come Tommaso ha frequentato la scuola musicale, ma ha scelto di suonare il flauto.
«Luca è un tipo particolare - continua Antonio -, anche per le esperienze che ha vissuto nella sua vita. Ma al di là del carattere difficile, apprezza e ammira la scelta di Tommaso, nei suoi confronti ha sempre avuto una predilezione. Quando Tommaso veniva a casa, Luca era contento e gli chiedeva sempre di dedicargli del tempo, anche solo per giocare alla Playstation o per fare due tiri a pallone.

Giulia è la più vicina di età a Tommaso, hanno solo quattro anni di differenza, per questo sono molto legati tra loro. «Tommaso ha vissuto con commozione la nascita di Sofia e il suo battesimo», ma ha anche seguito con attenzione il cammino verso il matrimonio di sua sorella e del cognato.
La famiglia Nava è una famiglia normale, come possono essercene tante nelle nostre parrocchie. Il pregio dei due genitori è quello di aver saputo mettersi in ascolto di Dio e dei loro figli, accompagnandoli sempre nella loro vita, nelle scelte grandi e piccole. Sanno infatti che il Signore ha un progetto su ognuno dei figli e loro non hanno il diritto di ostacolarlo, ma il dovere di favorirlo, perché quello è il vero bene. Per tutti.

Cari amici, dopo qs semplice testimonianza di vita ordinaria, per la quale ringraziamo e lodiamo il Signore, desideriamo concludere la ns esposizione condividendo alcuni flash di un percorso molto bello, durato una settimana circa, dal 29 aprile al 3 maggio, indetto dall’ufficio di pastorale familiare della CEI, svoltosi a Nocera Umbria che aveva proprio come argomento “Famiglia cuore della vocazione”.

Durante qs seminario si sono aperti sette laboratori per dei lavori di gruppo che hanno colpito la ns attenzione per le tematiche riportate. Ve le comunichiamo perché siano anche per voi motivo di riflessione.

Nel primo laboratorio si è parlato della difficoltà dei ns giovani di pronunciare la parola PER SEMPRE.

Nel secondo laboratorio si è affrontato il tema della libertà: liberi DA o liberi PER. Molti esitano a decidere perché hanno paura di limitare con la scelta la propria libertà.

Nel terzo laboratorio si è riflettuto sulla missione della famiglia  come scuola di amore e di relazione.

Nel quarto laboratorio si è parlato di un Dio, così buono, che è sempre disponibile a ritracciare pèr noi un cammino vocazionale dopo che gli imprevisti della vita ci hanno disorientato. Anche gli eventi che inizialmente si considerano negativi o fallimentari possono costringere a ritrovare il disegno di Dio in una situazione che non si è previsto e scelto come la vedovanza, il fallimento di un matrimonio, la sterilità, la malattia.

Nel quinto laboratorio si è voluto mettere in evidenza la bellezza del dono del servizio: c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Nel sesto laboratorio il Signore ha fatto una chiamata specifica a tutti le famiglie partecipanti: Vieni e seguimi. Provocando nel cuore di molti la domanda: la famiglia si lascia interpellare dall’attuale mancanza di risposte a chiamate alla vita consacrata?

Nel settimo laboratorio si è approfondito il tema della chiamata da vivere attraverso il dono dell’ascolto, del silenzio, della contemplazione, della preghiera. E’indispensabile trovare il tempo per andare “in disparte con Lui” perché è Lui che sa quello che è bene per noi.

All’inizio della novena allo Spirito Santo, per intercessione di S. Rita, chiediamo per tutti NOI il dono del discernimento. Lo chiediamo in particolare per i ns giovani, per le famiglie che li accompagnano, per i  sacerdoti e i  direttori spirituali, per gli educatori e  perché ognuno di noi sappia vedere, sempre più con chiarezza, la strada che dobbiamo percorrere per realizzare in pienezza la nostra vocazione. Amen Alleluia!

 

 
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