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Carissimi amici e fratelli nello Spirito, buona sera a tutti da Luigi e
Susanna.
Essere qui con voi, per noi, è sempre una grande gioia, ma questa sera
la nostra gioia è ancora più grande perché oggi, oltre che ad essere un
bellissimo giorno del mese di maggio tutto dedicato alla nostra cara
Mamma Celeste, è anche il 22 maggio giorno della festa di S. Rita.
Questa santa è una santa molto speciale per noi perché noi abitiamo a
Milano proprio a due passi dal Santuario di Santa Rita.
Questo santuario è anche la nostra parrocchia e intorno a questo
Santuario è ruotata tutta la nostra vita spirituale di tanti anni di
cammino e da questo luogo, grazie all’intercessione di S. Rita, abbiamo
ricevuto l’annuncio che ha cambiato la nostra storia personale: Cristo è
risorto, è veramente risorto!
Qui la famiglia di Luigi veniva ogni anno in pellegrinaggio per offrire
gioie e dolori ed è così che Luigi ed io ci siamo incontrati.
Qui fin da adolescente ho cominciato a frequentare l’oratorio, a fare
esperienze spirituali molto forti e servire il Signore nella gioia.
Qui, circa 32 anni fa, è nato il gruppo, di cui ancora oggi Luigi ed io
facciamo parte e l’appartenenza a questa realtà ci ha aperto una strada
per camminare in maniera più profonda nella Chiesa.
Qui i nostri figli hanno ricevuto i sacramenti e si sono introdotti in
una cammino spirituale che ha dato loro il là per le scelte fondamentali
della loro vita.
Ancora oggi ,con nostro figlio più piccolo, facciamo una bella
esperienza parrocchiale in un gruppo che si chiama “famiglie
catechiste”.
In qs momento nel nostro santuario e negli altri santuari italiani
dedicati alla grande santa una grande folla di pellegrini, con un
bagaglio di sofferenze più o meno pesanti, si reca a fare una visita
alle sua reliquia, a comprare un cero da accendere, a comprare una rosa
benedetta da portare a casa o ad una persona ammalata, ad ascoltare la
S. Messa, a recitare il santo rosario, a ricevere il sacramento della
penitenza ed ad aprire il proprio cuore a uno dei tanti padri
confidenti.
Per chi vive, come noi, da tanti anni questa fortissima
esperienza di accoglienza ed
evangelizzazione, possiamo dire che tutto questo ha arricchito
moltissimo il nostro cammino di fede: abbiamo visto coi nostri occhi
come lo Spirito ha agito facendo scaturire da questi incontri grazie e
conversioni insperate. Ogni anno usciamo
da questo evento sorpresi e riconoscenti perché il nostro Dio, grazie a
s. Rita, si rivela in tutta le sua grandezza e generosità. Lode e gloria
a te Signore Gesù.
Ed è proprio in compagnia di S. Rita che desideriamo iniziare la nostra
riflessione di questa sera.
Lei è stata un esempio “perfetto” di donna cristiana col suo essere
figlia obbediente, sposa e madre fedele, vedova-testimone di pace e
monaca agostiniana, tracciando all’interno della Chiesa un autentico
cammino di santità.
In lei troviamo riassunte le due vocazioni
alle quali ogni uomo è chiamato da Dio per realizzare a pieno la
sua felicità: la vocazione alla famiglia e alla totale consacrazione a
Dio.
Ed è proprio questa argomento “Famiglia, cuore della vocazione”,
inserito nel nostro tema specifico di questa rubrica “rapporto
genitori-figli” che questa sera vorremmo trattare con voi, lasciandoci
ispirare dall’esempio S. Rita.
Santa Rita è
DONNA: donna di fede
che ha difeso, con tutte le
sue forze, la dignità della persona umana, i suoi diritti e i suoi
doveri facendo di questa difesa una missione di vita. Alle donne che
hanno sposato la causa della giustizia e della pace, della solidarietà,
della famiglia, dell'infanzia, dei poveri, dei profughi S. Rita, ancora
oggi, chiede di continuare a prodigarsi perché il bene continui a
vincere sul male.
Santa Rita è
FIGLIA: figlia
accogliente , obbediente e sottomessa alla volontà dei genitori. Fin da
piccola avrebbe desiderato farsi suora, ma le necessità della famiglia
gli hanno imposto un altro tipo di cammino. Per il bene della sua
famiglia ha accettato e ha offerto questo sacrificio al Signore. Questa
offerta si è trasformata, non senza tante prove, in un dono per chi le
era accanto. Senza questa totale sottomissione alla volontà di Dio non
si sarebbero convertite tante persone e non si sarebbero manifestati
tanti prodigi.
Santa Rita è
SPOSA: giovanissima si
unì a Paolo di Ferdinando
Mancini; la scelta dello sposo, come era allora abituale, venne fatta
dai suoi genitori; la sua vita quotidiana di sposa si svolgeva
soprattutto tra le pareti di casa, nei lavori domestici.
Santa Rita, però
,pur avendo sperimentato una condizione femminile per molti aspetti
diversa da oggi, rimane attuale ed attraente perché le sue difficoltà di
vita a due con Paolo sono storia di ogni giorno per la maggior parte
delle coppie.
Infatti sono
cronaca quotidiana le separazioni, le incomprensioni , le infedeltà, le
incompatibilità di carattere. Rita non fu una sposa triste e rassegnata
al suo destino, ma intelligente e attiva visse in pieno la sua
femminilità e attraverso le piccole cose di ogni giorno costruì con il
marito un legame ed un rapporto profondo tanto da trasformare qs uomo
violento in un figlio di Dio.
La Santa sposa di
Cascia è un grande segno di speranza per le famiglie di oggi e per ogni
donna, anche quando si trovasse a vivere situazioni aggrovigliate e
molto dolorose.
Santa Rita è’
MADRE: ricordiamo che
la vicenda umana di Santa Rita come madre è simile a quella di tanti
genitori del mondo di oggi. Nell'educazione dei suoi figli Rita non fu
appoggiata né dal marito Paolo, né dall'ambiente sociale
lacerato da odi di parte ed
interessi di potere.
Come tante mamme
del nostro tempo, Rita soffriva nel constatare che Giangiacomo e
Paolomaria seguivano modelli sbagliati, giudicando gli uomini e le cose
più alla luce delle idee
alla moda che a quelle del Vangelo.
Santa Rita
intercede per le MADRI, che vivono il dolore di vedere il proprio figlio
intrappolato da gravi dipendenze ( sesso, droga, alcool, gioco
d’azzardo, ecc) o implicato
nella delinquenza, paragonando la loro sofferenza allo sgomento di Rita
davanti ai suoi figli vinti dall'odio verso gli uccisori del loro padre.
Ed è altamente
istruttivo per ogni genitore il coraggio della Santa di Roccaporena che
lotta con la preghiera e con le armi della fede per salvare i propri
figli dalla terribile piovra della faida, giungendo fino al sacrificio
estremo che il cuore di una mamma possa compiere: chiedere la salvezza
della loro anima al di sopra di ogni cosa.
Santa Rita è
VEDOVA:
vedova di pace.
Possiamo e
dobbiamo paragonare, senza timore di forzature ed esagerazioni, la sua
situazione a quella di una donna di oggi a cui sia stato ucciso il
marito o un altro familiare.
Anche Lei
sperimentò dolore, vuoto e solitudine, come ogni sposa e mamma
affezionata, privata dell'affetto e del sostegno del proprio uomo e dei
propri figli.
Santa Rita insegna
che la pace tra le famiglie, tra i gruppi sociali e tra i popoli è
possibile; è attuale perché costruì la pace, volle la pace seguendo la
strada maestra del perdono
sincero e del dialogo paziente; è attuale perché invita a colmare la
solitudine con il servizio al bisognoso e con l'incontro con Dio nella
preghiera, come fece lei a Roccaporena nel lazzaretto e sullo scoglio.
Santa Rita è
monaca agostiniana:fu
consacrata a Dio per 40 anni nella clausura del monastero di Santa Maria
Maddalena di Cascia . Negli ultimi 15 anni della sua vita ebbe una
stigmata sulla fronte, partecipando così anche fisicamente alla passione
redentrice di Gesù.
Nell'essere monaca
Agostiniana Rita cercò di saziare quella inquietudine del cuore, che è
anelito e capacità di possedere Dio e, perciò, come afferma uno scritto
del 1457, "tutta a Lui si diede". In monastero non cercò una fuga dal
mondo e dalle proprie responsabilità, ma un impegno a più vasto raggio
per la pace e la riconciliazione .
STACCO
MUSICALE
Dice il nostro arcivescovo card. Dionigi nella sua lettera pastorale
Famiglia diventa anima del mondo che NON C’E’ VITA SENZA VOCAZIONE.
Tra i compiti fondamentali che vengono affidati alle famiglie sta quello
di aiutare
un figlio che cresce a
prendere sempre più consapevolezza che “la vita è bella” perché è “una
vocazione”. “Il Signore da
sempre ti pensa, ti desidera, ti vuole, il Signore ti chiama, ti aspetta
e ha bisogno di te, il Signore ti manda”:
con questi sentimenti un papà e
una mamma cristiani dovrebbero guardare il loro figlio.
Il prezioso dono della vita, infatti, è da ricondurre a Dio: la vita non
è il risultato del caso o del calcolo o della necessità o del “destino”,
ma il frutto della provvidenza amorosa e paterna di Dio. Non riesco a
dimenticare, prosegue l’arcivescovo, le parole che Dio rivolge a me –
a ciascuno di noi – attraverso la voce del profeta: «Tu sei
prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Non
temere, perchè io sono con te» (Isaia
43,4-5).
Questo messaggio sulla vita come vocazione le famiglie cristiane lo
devono accogliere e vivere nel cuore e proclamare al mondo. E il centro
di questo messaggio è che la libertà del figlio è una libertà che
conosce il suo splendido compimento nel rispondere a Dio, nel
dire il proprio “sì” al grande
“sì” di Dio che dona la vita. Per questo le comunità cristiane
devono saper riproporre alle famiglie il compito grandissimo di pregare
il Signore con assiduità per l’itinerario vocazionale dei propri i figli
e di disporsi ad aiutarli a discernere la loro vocazione.
Infatti, come ai suoi inizi, così in tutte le altre fasi dell’esistenza
di un figlio, la famiglia è la prima e più fedele testimone del fatto
che la vita,
in quanto desiderata, amata, generata, custodita, ci è affidata
perché la rendiamo un
dono
di noi stessi agli
altri, un segno della
vicinanza di Dio al mondo, un aiuto e un sostegno per coloro che il
Signore ci fa incontrare. Sappiamo così nella fede che anche
la vita degli altri è
un dono per noi, un dono da
accogliere con rispetto e gratitudine. Così ci ha insegnato il Concilio:
a immagine di Dio, che è amore che liberamente e gratuitamente si dona,
«l’uomo in terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa e
che non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di
sé» (Gaudium et spes, n. 24).
In un contesto culturale in cui tutto è frammentato e parziale e tutto
diviene ricerca della soddisfazione immediata dei propri piccoli
desideri, non è facile comprendere la nozione stessa di
“vocazione”. Si preferisce piuttosto pensare la vita come un
susseguirsi di progetti a breve, di relazioni capaci di suscitare
emozioni intense, di traguardi intermedi e convenienti. Spesso mancano
il coraggio e la forza di rispondere a ciò che il Signore chiede,
impegnando la propria vita in un progetto che guarda in avanti, facendo
fruttare i doni e i talenti ricevuti per il bene di tutti.
È proprio la frammentarietà
tipica del vivere contemporaneo a rendere
estremamente
debole
l’idea
del-la
vita
come
vocazione. Di qui l’urgente
compito della famiglia: è nella famiglia che si deve riscoprire questa
straordinaria prospettiva ed è a partire dalla famiglia che questo modo
di intendere la vita deve ritornare a illuminare e a riscaldare il
mondo.
Così la vita di ogni persona diventa veramente un dono di Dio per il
bene degli altri; ma anche la vita dell’altro diventa per me un dono e
una responsabilità. Ciascuno di noi diventa
il “custode” della vita del proprio fratello (cfr
Genesi 4,9). Questo cammino
educativo è meraviglioso e carico di consolazione, ma è lungo e
difficile: bisogna iniziarlo nella famiglia, fin da quando i figli sono
piccoli, mediante parole, esempi ed esperienze che invitano al vero e al
bene, nella preghiera e nella carità. Così si genera e si rigenera
continuamente la qualità
umana della vita. Così ci si
immette nel cammino della santità: dopo aver donato la vita, i genitori
introducono i figli alla ricerca della volontà di Dio su di loro e
quindi del posto ad essi assegnato nella storia, nella Chiesa e nella
società.
Nello spirito di una nuova attenzione che la Diocesi riserva alla
pastorale battesimale, sarebbe bene che nelle famiglie e nelle comunità
cristiane, non appena giunge la notizia di una nuova vita in arrivo, non
si ragioni con le misure strette del mondo, ma si pensi e si gioisca con
i sentimenti che Maria nutriva in attesa di Gesù, in particolare con i
sentimenti vissuti durante la
visitazione, quando cioè lo Spirito la riempì di gioia e la Parola
trovò in lei il suo compimento (cfr
Luca 1,39-56). Maria, icona
di tutta la Chiesa che porta in sé il mistero del Figlio di Dio fatto
uomo, desidera che questo bambino prenda sempre più corpo e più vita nel
mondo. L’attesa allora diviene compimento di una promessa, motivo di
gioia, di speranza, di lode, di aperta contemplazione della grandezza
mirabile dell’opera di Dio: «Sei tu che hai creato le mie viscere e mi
hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un
prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo» (Salmo
139,13-14).
Questo stile di attesa non è solo per la famiglia o per la Chiesa: è per
tutto il mondo. Esso rivoluziona anche la stessa vita sociale,
innalzando i piccoli e gli umili, rovesciando i criteri convenzionali e
i luoghi comuni, prendendo in seria considerazione i poveri e mettendo i
ricchi di fronte alle loro precise responsabilità. Maria non trattiene
per sé il dono della vita, ma prontamente si dispone a condividerlo: è
infatti immagine splendida della Chiesa che custodisce in sé il mistero
della vita, ma per il bene e la salvezza del mondo.
«Per questo diciamo grazie a
tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai
genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai
sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli
insegnanti, ai tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i
genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni che
comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché
abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li
incoraggiano; a chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il
suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per
rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo
dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse,
altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere
con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li
assistono con un supplemento di generosità e dedizione» (CEI,
Messaggio per la Gior-nata per la
vita, 3 febbraio 2008).
STACCO MUSICALE
Leggiamo ora una testimonianza di una coppia di genitori della ns
diocesi che ha collaborato con Dio perché i propri figli riconoscessero
la propria autentica vocazione.
I GENITORI DI FRONTE ALLA VOCAZIONE DEI FIGLI
Tommaso, 25 anni compiuti e una grande gioia nel cuore sabato 7 giugno
in Duomo sarà consacrato dal cardinal Tettamanzi insieme ad altri 22
compagni.
Ma la sua non è l’unica vocazione che papà Antonio e
mamma Elisabetta hanno accompagnato.
La primogenita Giulia infatti si è sposata nel 2006, ha una bambina e ora
è in attesa del secondo figlio. In casa restano Marta, che ha compiuto
18 anni e studia ancora, e Luca, che frequenta il primo anno
professionale ed è in affido alla famiglia Nava da quando ne aveva 5.
«I
figli vanno aiutati a crescere, ma poi le scelte devono essere loro -
dice Antonio -, noi offriamo solo gli strumenti, poi loro decidono.
Questo l’abbiamo vissuto in particolare con i più grandi».
I due
coniugi si sono sempre confrontati sulle scelte educative, «anche in
passato, quando Giulia e Tommaso erano piccoli». Entrambi hanno
frequentato la scuola di Maria Ausiliatrice a Lecco dove «era molto vivo
il rapporto scuola-famiglia sull’educazione dei figli e si organizzavano
tanti incontri». Il metodo era quello di Don Bosco. «Già allora -
continua il padre - si diceva che i figli devono seguire il progetto che
Dio ha su di loro. Non è giusto infatti che noi interferiamo».
«Con Giulia abbiamo avuto, nel periodo della giovinezza, anche qualche
diversità di veduta», ma non è mai mancato il confronto e non abbiamo
mai imposto nulla. Dopo alcuni anni di esperienza scout «ha optato per
la vita dell’oratorio» perché diceva: «È inutile che stia a dividermi su
due fronti». A 18 anni ha smesso di frequentarlo e ha fatto nuove
amicizie, abbandonando lo sport per la danza, «ma ha sempre mantenuto i
principi cristiani». Ora è maestra presso un asilo nido e con suo marito
frequenta un gruppo familiare.
Tommaso ha fatto un lungo cammino prima di arrivare alla grande
decisione. «I primi segni si sono manifestati presto», racconta il
padre, alla fine delle elementari. «La sua maestra, una suora di Maria
Ausiliatrice, ci diceva che Tommaso andava spesso in chiesa a dire una
preghiera». Quando si è trattato di iscriverlo alle medie la scelta è
andata su una scuola statale che aveva anche la sezione musicale,
Tommaso infatti voleva imparare a suonare la tromba. Una passione che
non ha mai abbandonato.
Intanto Elisabetta ed Antonio hanno chiesto aiuto al
sacerdote di pastorale giovanile della loro parrocchia, «per capire che
cosa significavano questi “segnali”». Tommaso iniziava a rivolgere ai
genitori alcune domande «anche se non sempre erano chiare». Chiedeva per
esempio «come pregare» o «come stare con il Signore» e in modo indiretto
poneva qualche interrogativo sul sacerdozio. Così Antonio ed Elisabetta
hanno chiesto al prete della parrocchia di seguire il loro figlio dal
punto di vista spirituale. «L’anno successivo - spiega il padre - ci ha
indirizzato al Seminario di Venegono, che per la prima volta organizzava
l’itinerario vocazionale “Se tuo figlio ti chiede un pane…”». Erano 6 o
7 incontri in un anno condotti dall’Arcivescovo di allora, il cardinal
Martini. «Tommaso aveva 11 anni e insieme abbiamo partecipato
all’iniziativa: si rifletteva sul progetto di Dio e sul futuro della
vita di ciascuno.
Un percorso che ci ha aiutato
molto».
Nei due anni successivi, oltre a frequentare la scuola media, Tommaso
andava una volta al mese in Seminario per partecipare a una giornata
insieme ad altri ragazzi e tra le diverse vocazioni veniva presentata
loro anche quella del sacerdote. Per le superiori Tommaso, ormai
adolescente, ha deciso di andare in Seminario, a Venegono. «I cinque
anni di liceo sono stati di discernimento vocazionale, in quarta
ginnasio erano in 23 e solo 3 di loro ora diventano preti», dice il
padre «Questo significa che il percorso ha dato la possibilità ai
ragazzi di capire se effettivamente quella del sacerdozio poteva essere
la loro strada».
Ma il grande “salto” per Tommaso è venuto dopo. «Il passaggio in
Teologia è stato chiaramente espressione di una scelta, perché se
durante il liceo c’era il dubbio e il desiderio di capire, in seguito
Tommaso era molto più sicuro». Il suo cammino di seminarista negli
ultimi anni è stato quindi lineare, «ora è davvero felice e questo ci
lascia molto sereni», assicurano Antonio e sua moglie. Certo quest’anno
hanno avuto poche occasioni di vedere il loro figlio, perché per quattro
giorni alla settimana va in una parrocchia dove collabora con un
sacerdote per la pastorale giovanile.
«Lo vediamo poco e sempre di sfuggita - ammette il
padre -, per questo cerchiamo di stare uniti nella preghiera, dal punto
di vista spirituale».
Anche un’altra parrocchia è molto vicina a Tommaso e
lo segue con la preghiera. A maggio, in questa parrocchia, è stata
organizzata anche una settimana vocazionale con incontri per ragazzi e
adulti. L’ordinazione di un giovane è sempre un’occasione importante
anche per promuovere altre iniziative perché, «come dice l’Arcivescovo,
oggi la prospettiva della vocazione al sacerdozio rimane spesso in
ombra, gli stessi genitori non la vedono come una scelta da favorire e
neppure ne parlano».
Antonio ed Elisabetta si sentono responsabili e sono sempre stati vicini
ai figli, «anche se è chiaro che le scelte sono loro. Diciamo sempre che
noi ci siamo, qualunque cosa abbiano bisogno, per quello che possiamo…».
Giulia per esempio ha potuto contare sull’aiuto della madre, che si è
presa cura in questi anni della piccola Sofia e a settembre andrà alla
scuola materna.
LA REAZIONE DEI FRATELLI
I
genitori di don Tommaso non sono gli unici ad essere «molto contenti
della sua scelta». Anche Marta è felicissima. «Ha sempre seguito i passi
di suo fratello - spiega il padre -, che ama molto giocare a calcio.
Tommaso dice che quando sarà in parrocchia troverà una sera per fare gli
allenamenti con la squadra». Marta invece gioca a pallone nella squadra
femminile e come Tommaso ha frequentato la scuola musicale, ma ha scelto
di suonare il flauto.
«Luca è un tipo particolare - continua Antonio -, anche per le
esperienze che ha vissuto nella sua vita. Ma al di là del carattere
difficile, apprezza e ammira la scelta di Tommaso, nei suoi confronti ha
sempre avuto una predilezione. Quando Tommaso veniva a casa, Luca era
contento e gli chiedeva sempre di dedicargli del tempo, anche solo per
giocare alla Playstation o per fare due tiri a pallone.
Giulia è la più vicina di età a Tommaso, hanno solo
quattro anni di differenza, per questo sono molto legati tra loro.
«Tommaso ha vissuto con commozione la nascita di Sofia e il suo
battesimo», ma ha anche seguito con attenzione il cammino verso il
matrimonio di sua sorella e del cognato.
La famiglia Nava è una famiglia normale, come possono essercene tante
nelle nostre parrocchie. Il pregio dei due genitori è quello di aver
saputo mettersi in ascolto di Dio e dei loro figli, accompagnandoli
sempre nella loro vita, nelle scelte grandi e piccole. Sanno infatti che
il Signore ha un progetto su ognuno dei figli e loro non hanno il
diritto di ostacolarlo, ma il dovere di favorirlo, perché quello è il
vero bene. Per tutti.
Cari amici, dopo qs semplice testimonianza di vita
ordinaria, per la quale ringraziamo e lodiamo il Signore, desideriamo
concludere la ns esposizione condividendo alcuni flash di un percorso
molto bello, durato una settimana circa, dal 29 aprile al 3 maggio,
indetto dall’ufficio di pastorale familiare della CEI, svoltosi a Nocera
Umbria che aveva proprio come argomento “Famiglia cuore della
vocazione”.
Durante qs seminario si sono aperti sette laboratori
per dei lavori di gruppo che hanno colpito la ns attenzione per le
tematiche riportate. Ve le comunichiamo perché siano anche per voi
motivo di riflessione.
Nel primo laboratorio si è parlato della difficoltà
dei ns giovani di pronunciare la parola PER SEMPRE.
Nel secondo laboratorio si è affrontato il tema della
libertà: liberi DA o liberi PER. Molti esitano a decidere perché hanno
paura di limitare con la scelta la propria libertà.
Nel terzo laboratorio si è riflettuto sulla missione
della famiglia come scuola
di amore e di relazione.
Nel quarto laboratorio si è parlato di un Dio, così
buono, che è sempre disponibile a ritracciare pèr noi un cammino
vocazionale dopo che gli imprevisti della vita ci hanno disorientato.
Anche gli eventi che inizialmente si considerano negativi o fallimentari
possono costringere a ritrovare il disegno di Dio in una situazione che
non si è previsto e scelto come la vedovanza, il fallimento di un
matrimonio, la sterilità, la malattia.
Nel quinto laboratorio si è voluto mettere in
evidenza la bellezza del dono del servizio: c’è più gioia nel dare che
nel ricevere.
Nel sesto laboratorio il Signore ha fatto una
chiamata specifica a tutti le famiglie partecipanti: Vieni e seguimi.
Provocando nel cuore di molti la domanda: la famiglia si lascia
interpellare dall’attuale mancanza di risposte a chiamate alla vita
consacrata?
Nel settimo laboratorio si è approfondito il tema
della chiamata da vivere attraverso il dono dell’ascolto, del silenzio,
della contemplazione, della preghiera. E’indispensabile trovare il tempo
per andare “in disparte con Lui” perché è Lui che sa quello che è bene
per noi.
All’inizio della novena allo Spirito Santo, per intercessione di S.
Rita, chiediamo per tutti NOI il dono del discernimento. Lo chiediamo in
particolare per i ns giovani, per le famiglie che li accompagnano, per i
sacerdoti e i
direttori spirituali, per gli educatori e
perché ognuno di noi sappia
vedere, sempre più con chiarezza, la strada che dobbiamo percorrere per
realizzare in pienezza la nostra vocazione. Amen Alleluia!
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