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Radio Mater

Rubrica tenuta a Radio Mater il 23 Giugno 2006 (ore 17,45) da una coppia del Ministero della famiglia del RnS

 
 

 

Carissimi ascoltatori di Radio Mater, siamo Giorgio e M.Assunta, come vi avevano annunciato i coniugi Franco e Rita questa sera diamo inizio a un nuovo ciclo di trasmissioni specifico sulla tematica della tenerezza nuziale;questo allo scopo di individuare il tipo di relazione che abbiamo con il nostro sposo/a  che in alcuni casi può essere già eccellente ma, forse in altri, bisognosi di un nuovo ardore, cercando di riscoprire quei sentimenti di amore che ci hanno unito sigillati dal  sacramento del matrimonio.

Per fare questo però, dobbiamo fare un passo indietro per poter comprendere meglio l’importanza della vita coniugale  e poterla applicare quotidianamente come tenerezza nuziale.

Noi tutti sappiamo che Dio è amore e nel suo grande amore esprime all’uomo la sua tenerezza, che è la dimensione più elevata dell’amore. Faccio un piccolo esempio: se io dico alla mia sposa “ti voglio bene “ esprimo il mio amore per lei, a volte però, questo lo si dà  per scontato,  infatti la risposta spesso è  : “ sì lo so “! Ma se mi avvicino  mentre sta cucinando e senza parole le faccio una carezza sulla guancia, esprimo con un gesto di tenerezza tangibile il mio amore per lei.

La carezza è un’espressione forte dello scambio e dell’incontro affettivo, atto primario che non a caso si trova in tutte le culture. Il termine “ carezza “ dal latino “ caritia “ rimanda a un giudizio di valore : nel gesto della carezza l’altro appare come “ caro “, vale a dire prezioso, importante, come se colui che offre la carezza dicesse a chi la riceve : “ tu vali, ti voglio bene tu meriti stima e apprezzamento “ fino a poter garantire, nel caso dei fidanzati e specialmente nei coniugi : tu sei importante e non posso più stare senza di te.

In ogni circostanza, la carezza manifesta un sentimento di amabilità, amorevolezza e, suppone un coinvolgimento personale, in relazione al tipo di rapporto a cui si collega o a cui si rimanda.

Sotto il profilo psicofisico, il gesto della carezza porta con se una sensazione diffusa di gioia, di appartenenza e di piacevole abbandono.

Personalmente mi piace pensare al primo gesto di tenerezza di Dio per Adamo; benché non soddisfatto dell’Eden e del bestiame donatogli, si sentisse comunque solo, Dio con un gesto di tenerezza provvede subito a ricolmare il vuoto di Adamo donandogli una compagna. Adamo ringraziò Dio dicendogli : “ essa è carne della mia  carne e ossa delle mie ossa, la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta “ (Gen.2,23).

Ma la Sacra scrittura ci parla spesso della tenerezza di Dio, nel Salmo 145,9 leggiamo: “ buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si estende su tutte le creature “, sempre nel Salmo 111,4 : “ Pietà e tenerezza è il Signore “e, ancora: “ Provo per Efraim profonda tenerezza “ (Ger.31,20)

San Paolo nella lettera ai cristiani di Efeso e nella prima lettera ai Corinti ci parla di una buona morale domestica vissuta nell’amore e rispetto vicendevole e quindi della tenerezza reciproca cioè l’uno che si fa dono per l’altro, perché è bello sentirsi amati, sapere che c’è qualcuno che si preoccupa di te e dei tuoi sentimenti, attento a non ferirti mai con parole o gesti di stizza che possono rovinare quella quiete e armonia creatasi nell’innamoramento pre-matrimoniale.

Purtroppo però, spesso succede, che nella quotidianità, negli anni che passano, perché  presi da troppi impegni, tutto ciò si spegne   finendo nella monotonia familiare.

Personalmente definirei questa monotonia come un cancro o un virus seme del nemico di Dio, nemico della pace e dell’unità, l’eterno divisore che non si vede ma c’è, estendendosi con delle metastasi causando litigi sempre più frequenti per poi portare a  situazioni difficoltose, quali separazioni,violenze, e ad atti estremi raccontate dalle cronache dei giornali. 

Statisticamente queste situazioni si sviluppano in quelle coppie che, dopo un avvio felice benedetto dal Sacramento del matrimonio cominciano poco per volta, giorno dopo giorno a prendere sempre più le distanze da ciò che è divino, si inizia a non avere più tempo per la santa messa, l’accostamento ai sacramenti della  riconciliazione e dell’ eucaristia diventano sempre più rari, la preghiera  personale viene meno e quella di coppia è assente, si lascia più spazio di prima mattina alla lettura del giornale. Viene meno il ringraziamento a Dio per la giornata che si andrà a trascorrere chiedendo la Sua paterna benedizione, oppure la sera si sceglie di stare davanti al televisore fino a notte inoltrata,   ci si infila così a letto assonnati senza avere più un po’ di energia per poter dire a Dio grazie per come ha condotto la nostra giornata.

Presi dalle tante distrazioni che il mondo ci propone, arriviamo a fossilizzarci dimenticandoci persino le preghiere più semplici che da bambini ci avevano insegnato.

E’ in questo modo che si lascia spazio al male di operare!

Ricordiamoci che una coppia che prega è nuova ogni giorno e si alimenta alle sorgenti dell’amore, bisogna perciò correre ai ripari rimboccandoci le maniche  e mettendo in pratica l’esortazione di San Paolo nella lettera agli Efesini 6,16-17 che dice : “ Tenete sempre in mano lo scudo della fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno, prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio “, in parole povere ritornare a una vita sacramentale attiva avvicinandoci a Dio per poter attingere dalla Sua tenerezza e, quindi riversarla suo nostri cari.

Forse ci siamo dimenticati di quando il sacerdote pose le sue mani su di noi sposi mentre pronunciava la benedizione simboleggiando l’icona della mano del Padre stesa sugli sposi, evocando la Sua tenera presenza paterna e materna; una presenza indirizzata a liberare i neo coniugi dalla tentazione di sentirsi soli o di basare tutto sulle proprie forze.

La loro esistenza sarà infatti garantita per sempre da quella benedizione, che è al tempo stesso la benedizione del “ principio “ ( Dio li benedisse riferendosi ad Adamo ed Eva Gen.1,18 )

La formulazione liturgica fa riferimento ad un verbo al presente “ stendi “ non al passato in quanto la benedizione costituisce un oggi per gli sposi fondamento indistruttibile dell’evento sacramentale e presenza divina in atto su di loro. L’unica condizione è che essi ne siano coscienti accogliendo il contenuto e soprattutto vivendolo.

Il bene-dire di Dio suppone il dire-bene dei coniugi con l’impegno a rendersi capaci di proclamare con la vita la benevolenza di cui sono stati beneficiari e divenire un’irradiazione luminosa per altri. La mano del Padre dei cieli rimarrà sugli sposi in segno bene-dicente per tutti i giorni della loro vita, chiamandoli a farsi benedizione l’uno per l’altro, per i figli,per la chiesa e il mondo .

Ecco quindi l’importanza di fare memoria di questa grazia fonte inesauribile della tenerezza di Dio sentimento divino; e noi esseri umani creati a Sua immagine e somiglianza non dobbiamo soffocare ma, anzi riscoprire questo dono  esercitandolo, per salvaguardare il nostro matrimonio. Il sentimento naturale della tenerezza rappresenta il sentimento più alto inscritto in noi ed è decisivo per lo sviluppo della nostra umanità di uomini e di donne come esseri di relazione. Non esiste un sentimento che gli sia paragonabile, ed esso è costitutivo di ogni creatura umana come un seme che attende solo di sbocciare, tanto vivo e naturale che al sorgere della vita rappresenta un bisogno che immediatamente sperimentiamo e di cui non possiamo fare a meno come del nutrimento materno. Man mano che si cresce, tuttavia, questo sentimento sembra ritrarsi nelle regioni più nascoste della persona, fino a essere sostituito da attitudini esattamente opposte come : la collera, la paura, o la tristezza.

Di qui la necessità di un’educazione che faccia emergere la scelta della tenerezza a livello cosciente come opzione esistenziale, ricchezza di umanità e affettività matura e reciproca. Educarsi alla tenerezza non è orientarsi a qualcosa al di fuori di sé ma, far venire alla luce un’attitudine che è già in noi, orientandoci a crescere verso una forma di vita che caratterizzi tutto il nostro io spirituale e corporeo e il nostro essere con gli altri; il bisogno di sentirsi amati e sentire di amare, per imparare a dire grazie con la vita di tutti i giorni soprattutto nelle piccole cose.

La tenerezza si colloca in questa triplice direzione : sentire di essere amati – sentire di amare – inchinarsi all’infinita tenerezza che si dona ad ogni istante a noi stessi.

“ Sentire “ perché non basta essere amati bisogna saperlo, sentirlo. La tenerezza suppone questa autoconsapevolezza. E’ allora che il “ sentire “ si trasforma in risposta amante che fa della dolcezza il segno distintivo e della soavità uno stile di vita. Entrambi le attitudini sentire di essere amati e sentire di amare, rimandano al riconoscimento adorante di Dio, sorgente dell’amore . Lo stupore dell’amore si trasforma in stupore di essere, lo stupore di essere in stupore di adorare e viceversa.

La tenerezza vive di questa circolarità e la dispiega nel cuore della persona connotandola di una nuova “ leggerezza di essere “. Essere amati e amare conduce a volgerci all’assoluto dell’amore con infinita riconoscenza, accogliendo il nostro “ esserci “ come un dono straordinario che da Lui deriva e a Lui riconduce.

Tali sono gli orizzonti antropologico-teologici della tenerezza.

La rivelazione di Gesù di Nazareth e l’evento della Sua croce non fanno che portare pienezza a questi orizzonti, rendendoci partecipi per grazia , della tenerezza ineffabile della Trinità, ed elevando il nostro essere alla partecipazione della Sua stessa natura (questo ci dice S.Pietro nella sua seconda lettera capitolo 1 versetto 4 )

Il dono dello Spirito Santo è il soffio amante della Divina tenerezza effuso nei nostri cuori; solo lasciandoci plasmare dal dono dello Spirito si è in grado di mettere in atto le nostre migliori risorse e attuare un’esistenza di tenerezza in risposta alla vocazione ricevuta.

Solo chi ha il coraggio di lottare per passare dalla condizione infantile della dipendenza e dell’instabilità ( e quindi di una tenerezza solo embrionale ) alla condizione adulta dell’indipendenza e della stabilità ( e quindi di una tenerezza come scelta di vita) è sulla buona strada e accumula ottime possibilità per la piena attuazione in sé di questo sentimento.

La tenerezza, così intesa, rappresenta una realtà di ordine teologale che conferisce unità armonica alla persona a tutti i livelli ( intellettivo, affettivo, corporeo e spirituale )e la fa diventare espressione viva della Divina tenerezza e della sua irruzione nel mondo in Gesù, il Maestro e il Signore della chiesa.

La tenerezza dell’unigenito incarnato, rivela infatti quanto di più umano esista in Dio e quanto di più divino esista nell’uomo. Il matrimonio cristiano suppone questo itinerario di maturità umano-cristiana e rappresenta il dono di una nuova tenerezza: quella che il Redentore ha realizzato nel mistero delle Sue nozze con la chiesa ed effonde sugli sposi.

La tenerezza che i due hanno vissuto e si sono manifestati fin dal tempo dell’innamoramento, non è emarginata o messa da parte, ma ripresa e trasfigurata all’interno della relazione sponsale che lega Cristo alla chiesa.

Il sacramento nuziale costituisce infatti l’effusione di una grazia che rimanda alla tenerezza di Cristo sulla croce e alla tenerezza stessa della Trinità, fondando un’esistenza coniugale non più centrata sull’egoismo o sulle rivalità ma sulla sottomissione ( Ef.5,21 ) e sul modello del Signore Gesù che ha amato la chiesa e ha dato Se stesso per lei ( Ef.5.25-27
Gli sposi perciò devono essere più consapevoli del mistero unico che vivono e proclamano al mondo, sappiano perciò crescere ogni giorno di più nella dimensione dell’affettività, intesa come tenerezza, che è quanto dire reciprocità di dono, di accoglienza e condivisione; unica via di realizzazione del desiderio di felicità che portano nel cuore e a cui li chiama la grazia stessa del sacramento celebrato.

E’ doveroso a questo punto fare una distinzione tra tenerezza e tenerume.

Il termine tenerezza risveglia in noi l’eco di sensazioni piacevoli o di attimi di commozione ricordi o nostalgie incancellabili . Chi di noi non ha vissuto momenti di questo genere ? Chi non ha provato l’ebbrezza del primo amore o non si è commosso di fronte allo spettacolo dell’universo, osservando i colori di una farfalla o di un fiore?

Chi non ha avvertito un dolore struggente di fronte a un proprio caro che, alla sera della vita, si stava spegnendo ? Chi contemplando un tramonto, quando il sole rosseggia all’orizzonte non ha sperimentato l’anelito di una felicità senza fine ?

Ecco la tenerezza rimanda a queste esperienze profonde, è un sentimento straordinario, il più alto inscritto nel cuore della persona e della coppia.

Il problema è pervenire a un concetto adeguato, evitando ambiguità, particolarmente facili in questo campo.

Esiste purtroppo un filone di letteratura rosa che ha ridotto il sentimento della tenerezza al sentimentalismo della tenerezza. La tenerezza si colloca al centro della persona; il tenerume ai margini. Basta prendere un buon dizionario d’italiano dove la parola tenerezza viene definita  come un sentimento di “ soave commozione “ di “ affetto dolce e delicato “ di “ attenzione amorevole “ mentre qualifica il “ tenerume “ come un “ atteggiamento svenevole “ un “ eccesso di sentimentalismo “ di “ smancerie “ o di “ falsa tenerezza “. La differenza perciò è notevole

Dobbiamo quindi usare discernimento per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso perché ciò che falso è artificioso ,costruito e ingannevole; mentre la tenerezza quella vera è spontanea, sincera, viene dal cuore, perché è un sentimento donato da Dio e che vive in

Lui

La tenerezza non è un segno di debolezza ma è forza di amore; in Gesù risplende il vero sentimento di tenerezza che si colloca con la fortezza. Gesù ha vissuto la tenerezza nel primo senso: la Sua esistenza si rivela una co-esistenza, un essere- con –noi, e una pro-esistenza, un essere-per-noi-. La tenerezza che gli è propria consiste nel farsi dono-accoglienza-condivisione in una totale offerta di sé, fino alla morte e alla morte di croce; essa sgorga dalle profondità del Suo in-esserci, si coniuga con la ferma vigoria del Suo amore amante e implica il “ tutto” e il “ per sempre “; non è per niente sinonimo di rassegnazione o di passività, ma testimonianza personale alla verità a prezzo della vita e profezia vissuta della tenerezza del Padre: una forte tenerezza e una tenera fortezza.

Compreso in questa ottica, il sentimento della tenerezza non rappresenta un optional, una qualità accessoria o di secondo piano; esprime l’identità stessa e più profonda dell’essere umano e rimanda alla sua piena realizzazione come “ persona in relazione “.

Non è un caso che un filosofo celebre e raffinato come Martin Heidegger consideri la tenerezza, intesa come attenzione all’altro e come un farsi carico della sua situazione, come il fondamento stesso del nostro esserci e della nostra storicità. Di fatto una persona non può dirsi adulta se non assume questo sentimento come scelta fondamentale di vita e non fa della sua esistenza un segno autentico dell’infinita tenerezza. L’alternativa è il vuoto, con la negazione delle dimensioni più profonde del nostro “ essere nel mondo “ e delle sue più alte istanze.

Lasciarsi sfuggire la tenerezza è lasciarsi sfuggire la vita. E come non c’è vita senza rischi, così non c’è tenerezza senza rischi. Ma il rischio più grande è di non vivere la tenerezza e

non lasciarsi vivere da essa.

Ciò significa che solo quando la persona si orienta al possesso di Dio come bene supremo diviene capace di attingere alla pienezza del Suo essere perché Dio è amore che si dona, e noi chiamati a essere imitatori, educhiamoci, correggiamoci, sforziamoci a donare questo amore fatto di tenerezza al nostro sposo/a alle nostre famiglie, sperimenteremo cosi la pace che scaccia i conflitti, la gioia che domina sovrana allontanando tristezza e pianto, serenità che annulla le tensioni. Potremo godere allora di essere anche noi una piccola santa famiglia.

 

PREGHIERA DI AFFIDAMENTO ALLA DIVINA TENEREZZA

Dio d’infinita tenerezza ci consegnamo a Te

La Tua tenerezza è il grembo eterno da cui la nostra tenerezza viene,

in cui vive e a cui tende.

Infondi nei nostri animi la dolcezza del Tuo amore

per saperci amare con generosità e benevolenza,

riconciliandoci e perdonandoci ogni giorno.

Ci affidiamo a Te, affidiamo a Te la nostra casa, la nostra vita, i figli, il nostro futuro.

La Tua grazia supera infinitamente le nostre insufficienze o paure.

Noi lo crediamo, e vogliamo fondare su questa certezza il

nostro cammino famigliare.

A Te la gloria nei secoli dei secoli.  Amen

 

 

 Giorgio e M.Assunta vi salutano, Vi diamo appuntamento il 14 luglio con i coniugi Renato e M.Grazia

 
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