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Carissimi ascoltatori di Radio Mater, siamo Giorgio e M.Assunta, come vi
avevano annunciato i coniugi Franco e Rita questa sera diamo inizio a un
nuovo ciclo di trasmissioni specifico sulla tematica della tenerezza
nuziale;questo allo scopo di individuare il tipo di relazione che
abbiamo con il nostro sposo/a che in alcuni casi può essere già
eccellente ma, forse in altri, bisognosi di un nuovo ardore, cercando di
riscoprire quei sentimenti di amore che ci hanno unito sigillati dal sacramento
del matrimonio.
Per fare questo però, dobbiamo fare un passo indietro per poter
comprendere meglio l’importanza della vita coniugale e poterla
applicare quotidianamente come tenerezza nuziale.
Noi tutti sappiamo che Dio è amore e nel suo grande amore esprime
all’uomo la sua tenerezza, che è la dimensione più elevata dell’amore.
Faccio un piccolo esempio: se io dico alla mia sposa “ti voglio bene “
esprimo il mio amore per lei, a volte però, questo lo si dà per
scontato, infatti la risposta spesso è : “ sì lo so “! Ma se mi
avvicino mentre sta cucinando e senza parole le faccio una carezza
sulla guancia, esprimo con un gesto di tenerezza tangibile il mio amore
per lei.
La carezza è un’espressione forte dello scambio e dell’incontro
affettivo, atto primario che non a caso si trova in tutte le culture. Il
termine “ carezza “ dal latino “ caritia “ rimanda a un giudizio di
valore : nel gesto della carezza l’altro appare come “ caro “, vale a
dire prezioso, importante, come se colui che offre la carezza dicesse a
chi la riceve : “ tu vali, ti voglio bene tu meriti stima e
apprezzamento “ fino a poter garantire, nel caso dei fidanzati e
specialmente nei coniugi : tu sei importante e non posso più stare senza
di te.
In ogni circostanza, la carezza manifesta un sentimento di amabilità,
amorevolezza e, suppone un coinvolgimento personale, in relazione al
tipo di rapporto a cui si collega o a cui si rimanda.
Sotto il profilo psicofisico, il gesto della carezza porta con se una
sensazione diffusa di gioia, di appartenenza e di piacevole abbandono.
Personalmente mi piace pensare al primo gesto di tenerezza di Dio per
Adamo; benché non soddisfatto dell’Eden e del bestiame donatogli, si
sentisse comunque solo, Dio con un gesto di tenerezza provvede subito a
ricolmare il vuoto di Adamo donandogli una compagna. Adamo ringraziò Dio
dicendogli : “ essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa, la
si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta “ (Gen.2,23).
Ma la Sacra scrittura ci parla spesso della tenerezza di Dio, nel Salmo
145,9 leggiamo: “ buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si
estende su tutte le creature “, sempre nel Salmo 111,4 : “ Pietà e
tenerezza è il Signore “e, ancora: “ Provo per Efraim profonda tenerezza
“ (Ger.31,20)
San Paolo nella lettera ai cristiani di Efeso e nella prima lettera ai
Corinti ci parla di una buona morale domestica vissuta nell’amore e
rispetto vicendevole e quindi della tenerezza reciproca cioè l’uno che
si fa dono per l’altro, perché è bello sentirsi amati, sapere che c’è
qualcuno che si preoccupa di te e dei tuoi sentimenti, attento a non
ferirti mai con parole o gesti di stizza che possono rovinare quella
quiete e armonia creatasi nell’innamoramento pre-matrimoniale.
Purtroppo però, spesso succede, che nella quotidianità, negli anni che
passano, perché presi da troppi impegni, tutto ciò si spegne finendo
nella monotonia familiare.
Personalmente definirei questa monotonia come un cancro o un virus seme
del nemico di Dio, nemico della pace e dell’unità, l’eterno divisore che
non si vede ma c’è, estendendosi con delle metastasi causando litigi
sempre più frequenti per poi portare a situazioni difficoltose, quali
separazioni,violenze, e ad atti estremi raccontate dalle cronache dei
giornali.
Statisticamente queste situazioni si sviluppano in quelle coppie che,
dopo un avvio felice benedetto dal Sacramento del matrimonio cominciano
poco per volta, giorno dopo giorno a prendere sempre più le distanze da
ciò che è divino, si inizia a non avere più tempo per la santa messa,
l’accostamento ai sacramenti della riconciliazione e dell’ eucaristia
diventano sempre più rari, la preghiera personale viene meno e quella
di coppia è assente, si lascia più spazio di prima mattina alla lettura
del giornale. Viene meno il ringraziamento a Dio per la giornata che si
andrà a trascorrere chiedendo la Sua paterna benedizione, oppure la sera
si sceglie di stare davanti al televisore fino a notte inoltrata, ci
si infila così a letto assonnati senza avere più un po’ di energia per
poter dire a Dio grazie per come ha condotto la nostra giornata.
Presi dalle tante distrazioni che il mondo ci propone, arriviamo a
fossilizzarci dimenticandoci persino le preghiere più semplici che da
bambini ci avevano insegnato.
E’ in questo modo che si lascia spazio al male di operare!
Ricordiamoci che una coppia che prega è nuova ogni giorno e si alimenta
alle sorgenti dell’amore, bisogna perciò correre ai ripari rimboccandoci
le maniche e mettendo in pratica l’esortazione di San Paolo nella
lettera agli Efesini 6,16-17 che dice : “ Tenete sempre in mano lo scudo
della fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del
maligno, prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito,
cioè la parola di Dio “, in parole povere ritornare a una vita
sacramentale attiva avvicinandoci a Dio per poter attingere dalla Sua
tenerezza e, quindi riversarla suo nostri cari.
Forse ci siamo dimenticati di quando il sacerdote pose le sue mani su di
noi sposi mentre pronunciava la benedizione simboleggiando l’icona della
mano del Padre stesa sugli sposi, evocando la Sua tenera presenza
paterna e materna; una presenza indirizzata a liberare i neo coniugi
dalla tentazione di sentirsi soli o di basare tutto sulle proprie forze.
La loro esistenza sarà infatti garantita per sempre da quella
benedizione, che è al tempo stesso la benedizione del “ principio “ (
Dio li benedisse riferendosi ad Adamo ed Eva Gen.1,18 )
La formulazione liturgica fa riferimento ad un verbo al presente “
stendi “ non al passato in quanto la benedizione costituisce un oggi per
gli sposi fondamento indistruttibile dell’evento sacramentale e presenza
divina in atto su di loro. L’unica condizione è che essi ne siano
coscienti accogliendo il contenuto e soprattutto vivendolo.
Il bene-dire di Dio suppone il dire-bene dei coniugi con l’impegno a
rendersi capaci di proclamare con la vita la benevolenza di cui sono
stati beneficiari e divenire un’irradiazione luminosa per altri. La mano
del Padre dei cieli rimarrà sugli sposi in segno bene-dicente per tutti
i giorni della loro vita, chiamandoli a farsi benedizione l’uno per
l’altro, per i figli,per la chiesa e il mondo .
Ecco quindi l’importanza di fare memoria di questa grazia fonte
inesauribile della tenerezza di Dio sentimento divino; e noi esseri
umani creati a Sua immagine e somiglianza non dobbiamo soffocare ma,
anzi riscoprire questo dono esercitandolo, per salvaguardare il nostro
matrimonio. Il sentimento naturale della tenerezza rappresenta il
sentimento più alto inscritto in noi ed è decisivo per lo sviluppo della
nostra umanità di uomini e di donne come esseri di relazione. Non esiste
un sentimento che gli sia paragonabile, ed esso è costitutivo di ogni
creatura umana come un seme che attende solo di sbocciare, tanto vivo e
naturale che al sorgere della vita rappresenta un bisogno che
immediatamente sperimentiamo e di cui non possiamo fare a meno come del
nutrimento materno. Man mano che si cresce, tuttavia, questo sentimento
sembra ritrarsi nelle regioni più nascoste della persona, fino a essere
sostituito da attitudini esattamente opposte come : la collera, la
paura, o la tristezza.
Di qui la necessità di un’educazione che faccia emergere la scelta della
tenerezza a livello cosciente come opzione esistenziale, ricchezza di
umanità e affettività matura e reciproca. Educarsi alla tenerezza non è
orientarsi a qualcosa al di fuori di sé ma, far venire alla luce
un’attitudine che è già in noi, orientandoci a crescere verso una forma
di vita che caratterizzi tutto il nostro io spirituale e corporeo e il
nostro essere con gli altri; il bisogno di sentirsi amati e sentire di
amare, per imparare a dire grazie con la vita di tutti i giorni
soprattutto nelle piccole cose.
La tenerezza si colloca in questa triplice direzione : sentire di essere
amati – sentire di amare – inchinarsi all’infinita tenerezza che si dona
ad ogni istante a noi stessi.
“
Sentire “ perché non basta essere amati bisogna saperlo, sentirlo. La
tenerezza suppone questa autoconsapevolezza. E’ allora che il “ sentire
“ si trasforma in risposta amante che fa della dolcezza il segno
distintivo e della soavità uno stile di vita. Entrambi le attitudini
sentire di essere amati e sentire di amare, rimandano al riconoscimento
adorante di Dio, sorgente dell’amore . Lo stupore dell’amore si
trasforma in stupore di essere, lo stupore di essere in stupore di
adorare e viceversa.
La tenerezza vive di questa circolarità e la dispiega nel cuore della
persona connotandola di una nuova “ leggerezza di essere “. Essere amati
e amare conduce a volgerci all’assoluto dell’amore con infinita
riconoscenza, accogliendo il nostro “ esserci “ come un dono
straordinario che da Lui deriva e a Lui riconduce.
Tali sono gli orizzonti antropologico-teologici della tenerezza.
La rivelazione di Gesù di Nazareth e l’evento della Sua croce non fanno
che portare pienezza a questi orizzonti, rendendoci partecipi per grazia
, della tenerezza ineffabile della Trinità, ed elevando il nostro essere
alla partecipazione della Sua stessa natura (questo ci dice S.Pietro
nella sua seconda lettera capitolo 1 versetto 4 )
Il dono dello Spirito Santo è il soffio amante della Divina tenerezza
effuso nei nostri cuori; solo lasciandoci plasmare dal dono dello
Spirito si è in grado di mettere in atto le nostre migliori risorse e
attuare un’esistenza di tenerezza in risposta alla vocazione ricevuta.
Solo chi ha il coraggio di lottare per passare dalla condizione
infantile della dipendenza e dell’instabilità ( e quindi di una
tenerezza solo embrionale ) alla condizione adulta dell’indipendenza e
della stabilità ( e quindi di una tenerezza come scelta di vita) è sulla
buona strada e accumula ottime possibilità per la piena attuazione in sé
di questo sentimento.
La tenerezza, così intesa, rappresenta una realtà di ordine teologale
che conferisce unità armonica alla persona a tutti i livelli (
intellettivo, affettivo, corporeo e spirituale )e la fa diventare
espressione viva della Divina tenerezza e della sua irruzione nel mondo
in Gesù, il Maestro e il Signore della chiesa.
La tenerezza dell’unigenito incarnato, rivela infatti quanto di più
umano esista in Dio e quanto di più divino esista nell’uomo. Il
matrimonio cristiano suppone questo itinerario di maturità
umano-cristiana e rappresenta il dono di una nuova tenerezza: quella che
il Redentore ha realizzato nel mistero delle Sue nozze con la chiesa ed
effonde sugli sposi.
La tenerezza che i due hanno vissuto e si sono manifestati fin dal tempo
dell’innamoramento, non è emarginata o messa da parte, ma ripresa e
trasfigurata all’interno della relazione sponsale che lega Cristo alla
chiesa.
Il sacramento nuziale costituisce infatti l’effusione di una grazia che
rimanda alla tenerezza di Cristo sulla croce e alla tenerezza stessa
della Trinità, fondando un’esistenza coniugale non più centrata
sull’egoismo o sulle rivalità ma sulla sottomissione ( Ef.5,21 ) e sul
modello del Signore Gesù che ha amato la chiesa e ha dato Se stesso per
lei ( Ef.5.25-27
Gli sposi perciò devono essere più consapevoli del mistero unico che
vivono e proclamano al mondo, sappiano perciò crescere ogni giorno di
più nella dimensione dell’affettività, intesa come tenerezza, che è
quanto dire reciprocità di dono, di accoglienza e condivisione; unica
via di realizzazione del desiderio di felicità che portano nel cuore e a
cui li chiama la grazia stessa del sacramento celebrato.
E’ doveroso a questo punto fare una distinzione tra tenerezza e
tenerume.
Il termine tenerezza risveglia in noi l’eco di sensazioni piacevoli o di
attimi di commozione ricordi o nostalgie incancellabili . Chi di noi non
ha vissuto momenti di questo genere ? Chi non ha provato l’ebbrezza del
primo amore o non si è commosso di fronte allo spettacolo dell’universo,
osservando i colori di una farfalla o di un fiore?
Chi non ha avvertito un dolore struggente di fronte a un proprio caro
che, alla sera della vita, si stava spegnendo ? Chi contemplando un
tramonto, quando il sole rosseggia all’orizzonte non ha sperimentato
l’anelito di una felicità senza fine ?
Ecco la tenerezza rimanda a queste esperienze profonde, è un sentimento
straordinario, il più alto inscritto nel cuore della persona e della
coppia.
Il problema è pervenire a un concetto adeguato, evitando ambiguità,
particolarmente facili in questo campo.
Esiste purtroppo un filone di letteratura rosa che ha ridotto il
sentimento della tenerezza al sentimentalismo della tenerezza. La
tenerezza si colloca al centro della persona; il tenerume ai margini.
Basta prendere un buon dizionario d’italiano dove la parola tenerezza
viene definita come un sentimento di “ soave commozione “ di “ affetto
dolce e delicato “ di “ attenzione amorevole “ mentre qualifica il “
tenerume “ come un “ atteggiamento svenevole “ un “ eccesso di
sentimentalismo “ di “ smancerie “ o di “ falsa tenerezza “. La
differenza perciò è notevole
Dobbiamo quindi usare discernimento per distinguere ciò che è vero da
ciò che è falso perché ciò che falso è artificioso ,costruito e
ingannevole; mentre la tenerezza quella vera è spontanea, sincera, viene
dal cuore, perché è un sentimento donato da Dio e che vive in
Lui
La tenerezza non è un segno di debolezza ma è forza di amore; in Gesù
risplende il vero sentimento di tenerezza che si colloca con la
fortezza. Gesù ha vissuto la tenerezza nel primo senso: la Sua esistenza
si rivela una co-esistenza, un essere- con –noi, e una pro-esistenza, un
essere-per-noi-. La tenerezza che gli è propria consiste nel farsi
dono-accoglienza-condivisione in una totale offerta di sé, fino alla
morte e alla morte di croce; essa sgorga dalle profondità del Suo
in-esserci, si coniuga con la ferma vigoria del Suo amore amante e
implica il “ tutto” e il “ per sempre “; non è per niente sinonimo di
rassegnazione o di passività, ma testimonianza personale alla verità a
prezzo della vita e profezia vissuta della tenerezza del Padre: una
forte tenerezza e una tenera fortezza.
Compreso in questa ottica, il sentimento della tenerezza non rappresenta
un optional, una qualità accessoria o di secondo piano; esprime
l’identità stessa e più profonda dell’essere umano e rimanda alla sua
piena realizzazione come “ persona in relazione “.
Non è un caso che un filosofo celebre e raffinato come Martin Heidegger
consideri la tenerezza, intesa come attenzione all’altro e come un farsi
carico della sua situazione, come il fondamento stesso del nostro
esserci e della nostra storicità. Di fatto una persona non può dirsi
adulta se non assume questo sentimento come scelta fondamentale di vita
e non fa della sua esistenza un segno autentico dell’infinita tenerezza.
L’alternativa è il vuoto, con la negazione delle dimensioni più profonde
del nostro “ essere nel mondo “ e delle sue più alte istanze.
Lasciarsi sfuggire la tenerezza è lasciarsi sfuggire la vita. E come non
c’è vita senza rischi, così non c’è tenerezza senza rischi. Ma il
rischio più grande è di non vivere la tenerezza e
non lasciarsi vivere da essa.
Ciò significa che solo quando la persona si orienta al possesso di Dio
come bene supremo diviene capace di attingere alla pienezza del Suo
essere perché Dio è amore che si dona, e noi chiamati a essere imitatori,
educhiamoci, correggiamoci, sforziamoci a donare questo amore fatto di
tenerezza al nostro sposo/a alle nostre famiglie, sperimenteremo cosi la
pace che scaccia i conflitti, la gioia che domina sovrana allontanando
tristezza e pianto, serenità che annulla le tensioni. Potremo godere
allora di essere anche noi una piccola santa famiglia.
PREGHIERA DI AFFIDAMENTO ALLA DIVINA TENEREZZA
Dio d’infinita tenerezza ci consegnamo a Te
La Tua tenerezza è il grembo eterno da cui la nostra tenerezza viene,
in cui vive e a cui tende.
Infondi nei nostri animi la dolcezza del Tuo amore
per saperci amare con generosità e benevolenza,
riconciliandoci e perdonandoci ogni giorno.
Ci affidiamo a Te, affidiamo a Te la nostra casa, la nostra vita, i
figli, il nostro futuro.
La Tua grazia supera infinitamente le nostre insufficienze o paure.
Noi lo crediamo, e vogliamo fondare su questa certezza il
nostro cammino famigliare.
A
Te la gloria nei secoli dei secoli. Amen
Giorgio
e M.Assunta vi salutano, Vi diamo appuntamento il 14 luglio con i
coniugi Renato e M.Grazia |