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Carissimi ascoltatori di Radio Mater,
siamo riconoscenti al Signore per la
possibilità di questo servizio alla radio; per noi questo è tempo
prezioso per la ricchezza che riceviamo stando con voi.
E’ un tempo prezioso per noi come coppia,
tempo che poi si trasforma in ricchezza per la nostra famiglia e per le
nostre relazioni extrafamiliari.
Riflettendo su questa nostra esperienza,
ci siamo soffermati sulla parola “tempo”: il tempo corre, ci sfugge tra
le mani, spesso ci troviamo a fare tutto in fretta.
Si dice “il tempo è denaro” e per questo
l’economia ci incalza: se non arrivi primo sei fuori, non serve arrivare
secondi, la competizione non lascia tregua e per spuntarla bisogna solo
accelerare e staccare gli altri, lasciandoli indietro.
Forse dobbiamo persino dormire in fretta?
La tecnologia ci offre mezzi sempre più
sofisticati per fare tutto più rapidamente ma questo, paradossalmente,
ci assorbe ancora di più e veniamo derubati dell’ultimo tempo residuo
che ci rimane.
Più saremo veloci, più avremo cose da
fare e più cose avremo da fare meno tempo rimarrà per noi. Davvero
sperimentiamo che chi si ferma è perduto.
“Caro signore, deve fare ogni giorno una
bella passeggiata invece di inghiottire una pillola …”.
“Ha ragione, dottore, ma non ho tempo
per le passeggiate, però sono sempre di corsa: non è la stessa cosa?”
Di dialoghi del genere siamo stati
spettatori se non addirittura protagonisti; dialoghi del genere non
avvengono solo nell’ambulatorio medico, ma anche gli insegnanti
consigliano di prendersi un po’ di tempo per stare con i figli; il
mediatore familiare suggerisce agli sposi di curare la loro vita di
coppia dedicandosi del tempo, il confessore esorta il penitente a
trovare tempo per la propria vita di preghiera; spesso la risposta è:
“Non ho tempo!”.
A chi non è capitato di sentirsi
assillati da impegni e scadenze, col timore di non riuscire a rispettare
tutti i doveri e poi di sentirsi leggeri, liberi, di vivere la
sensazione di non avere più nulla da fare e di sentirsi in vacanza?
Dovremmo cercare di sostituire
all’emergenza la cura per ciò che è necessario, alla fretta nevrotica la
pacatezza della riflessione, all’utilitarismo la gratuità.
L’otium, dal latino, è uno spazio
che l’uomo saggio dona a se stesso per riflettere, desiderare, amare,
per vivere di riflessione e di interiorità. La sua apparente inutilità
ci permette la sollecitudine per ciò che è necessario, la cura di sé,
degli altri, di Dio, senza rimandare sempre tutto.
Prendere ora e non domani tempo per dare
al corpo movimento, aria e luce, prendere ora e non domani tempo per i
nostri affetti, prendere ora e non domani tempo per leggere e studiare,
tempo per pregare, tempo per contemplare.
Solo così possiamo vivere nella
riconoscenza e, come dice una intercessione della liturgia delle ore,
vivere il tempo come dono dell’amore di Dio.
STACCO
Martedì 16 ottobre è stata la giornata
mondiale dell’alimentazione.
Quella della lotta alla fame è “una
delle sfide più urgenti del nostro tempo” ha scritto Benedetto XVI nel
suo messaggio al direttore generale della FAO Jacques Diouf.
Secondo le più recenti stime fornite
dall’ONU sono oltre 850 milioni le persone che, nel mondo, soffrono la
fame. Questa è una piaga che colpisce soprattutto i più deboli, vittime
innocenti che si vedono private del loro diritto ad una vita normale.
A partire dal diritto fondamentale alla
vita, il diritto all’alimentazione è un diritto centrale dal quale
derivano anche gli altri diritti.
Il Pontefice ha sottolineato come la
violazione del diritto all’alimentazione non si deve solo a cause di
tipo naturale, ma soprattutto a situazioni provocate dal comportamento
dell’uomo.
Come conseguenza dell’impossibilità di
procurarsi il cibo necessario al proprio sostentamento, sono sempre di
più le persone che, a causa della miseria e dei conflitti, si vedono
obbligate a lasciare la propria casa e i propri cari per cercare di
sopravvivere.
Da qui l’appello rivolto a tutte le
persone a far sì che ognuno di noi si senta impegnato a cooperare per
rendere possibile il diritto all’alimentazione: l’esortazione richiede
sforzi tanto individuali quanto internazionali. Questo impegno,
purtroppo, non sembra aver diminuito significativamente il numero degli
affamati nel mondo.
Il Papa ha ricordato anche la dimensione
etica del ‘dare da mangiare a chi ha fame’. E’ questa, ribadisce, una
priorità che richiama al sentimento di solidarietà proprio dell’essere
umano, il quale porta a condividere gli uni con gli altri non solo i
beni materiali, ma anche l’amore di cui ognuno ha bisogno.
E il Papa rivolge un pensiero
particolare ai bambini, prime vittime di questa tragedia, obbligati ad
un lavoro forzato o reclutati dai gruppi armati in cambio di un po’ di
cibo.
“Se il nostro pianeta produce cibo a
sufficienza per dare da mangiare alla sua intera popolazione, perché
ancora oggi 850 milioni di persone ogni giorno vanno a dormire con lo
stomaco vuoto?” L’interrogativo posto dal direttore generale della FAO
punta diritto al nodo da sciogliere per sradicare la fame nel mondo.
Se le risorse prodotte sono sufficienti
ma la loro distribuzione è diseguale, allora è evidente che quella
dell’insicurezza alimentare è una questione anche e soprattutto
politica. La comunità internazionale non può sottrarsi alle sue
responsabilità, tra le quali quella di ‘rispettare, proteggere e
garantire a ogni essere umano di essere libero dalla fame’, così come
indicato in uno specifico trattato entrato in vigore nel 1976 e
ratificato da 156 paesi.
STACCO
Non è la beneficenza lo strumento sul
quale concentrarsi, bensì tutti quegli aspetti tecnici necessari alla
realizzazione di processi equi e sostenibili: il mondo ha i mezzi per
realizzare il diritto all’alimentazione.
La fame non è un destino ineluttabile:
può essere sradicata con politiche sagge e mirate.
Al di là delle politiche nazionali,
negli ultimi anni i prezzi degli alimenti di base come il grano e il
latte sono aumentati a ritmi insostenibili per una larga fetta della
popolazione mondiale.
E noi? Noi siamo tra il 15 per cento
della popolazione mondiale che consuma il 56 per cento delle risorse
disponibili.
Leggendo Avvenire abbiamo scoperto che
il giorno successivo, mercoledì 17 ottobre, è stata la “giornata
mondiale del rifiuto della miseria” e lo è esattamente da 20 anni a
questa parte. Siamo venuti a conoscenza di una celebrazione sul sagrato
di San Giovanni in Laterano intorno ad una riproduzione della lapide in
memoria di coloro che della miseria sono stati e sono vittime.
Nell’intento del promotore, padre Joseph
Wresinski, attraverso questa lapide l’umanità deve ricordarsi dei più
grandi testimoni della storia: vale a dire gli umili, i ‘piccoli’,
quelli che non contano niente e che, giorno per giorno, cercano di
incarnare dei valori che nessuno ha loro insegnato, ma hanno scoperto da
soli attraverso la propria vita, il proprio cuore e la propria
intelligenza.
Laddove gli uomini sono condannati a
vivere nella miseria, i diritti dell’uomo sono violati. Unirsi per farli
rispettare è un dovere sacro. Da 20 anni, in tutto il mondo, i più
poveri insieme a coloro che rifiutano la miseria e l’esclusione sociale
hanno niniziato a radunarsi il 17 ottobre di ogni anno per testimoniare
il loro impegno perchè la dignità e la libertà di tutti sia rispettata.
I poveri non sono un problema di decoro
urbano che va rimosso dalla vista.
Questa giornata mondiale di rifiuto
della miseria è un modo diverso e innovativo per ‘guardare’ i poveri,
non considerandoli unicamente come fruitori delle risorse pubbliche e
dipendenti passivi delle istituzioni; ma considerandoli, con rispetto,
protagonisti, costruttori di welfare e di rapporti umani profondi e
significativi in una società che attraversa una profonda crisi di
relazionalità e di senso.
STACCO
Queste
due ricorrenze, la giornata mondiale di rifiuto della miseria e la
giornata mondiale dell’alimentazione sono strettamente collegate: perché
i poveri? Come contrastare la povertà? Noi famiglie cosa possiamo fare?
Padre Wresinski, ideatore della giornata
mondiale di rifiuto della miseria, aveva una sua strategia fondata sulla
prossimità e la condivisione, con una forte accentuazione della
salvaguardia della dignità di ogni persona e privilegiando l’ascolto e
l’affetto: “La pace, la giustizia e dunque il rifiuto della miseria,
ripeteva, sono prima ancora che un problema di leggi o di cultura, un
problema di cuore, un problema di spiritualità vivificante che deve
ispirare le nostre leggi e la nostra cultura”.
Noi famiglie, ad es., potremmo
potenziare la dimensione familiare, la solidarietà di pianerottolo, (la
Caritas ambrosiana ha coniato questo termine) perché sempre più i
rapporti interpersonali possano essere ‘ammortizzatori’, ossia semplici
rimedi alla solitudine degli anziani e non, all’allentamento dei legami
familiari, all’individualismo.
La solidarietà di pianerottolo è una
chiamata per tutti.
Noi famiglie, ad es, potremmo iniziare a
cambiare il nostro stile di vita, facendo attenzione a come e cosa
consumiamo, alla provenienza di quanto acquistiamo, cercando di vivere
una certa povertà. Povertà intesa non come astratto rifiuto dei beni
materiali, di cui del resto la famiglia ha bisogno per vivere e per
adempiere ai suoi stessi compiti educativi, ma come possibilità di
usarli per raggiungere il suo bene proprio. Vanno coltivate, inoltre,
fra le pareti domestiche le virtù tipicamente familiari della
semplicità, della capacità di servizio, dell’ospitalità,
dell’accoglienza e dell’attenzione soprattutto nei confronti degli
ultimi. Da questo stile di vita familiare possono scaturire risposte
autentiche alle necessità che ci provocano.
STACCO
Il
diritto all’alimentazione ci porta a fare qualche considerazione sulla
vicenda di Eluana Englaro, la giovane in coma dal 1992 a seguito di un
incidente stradale e il cui padre ha chiesto di interrompere
l’alimentazione artificiale che la tiene in vita.
Con il massimo rispetto per il dramma
che questa famiglia sta vivendo, da persone semplici che cercano di
ragionare con onestà intellettuale e che cercano di non cedere
all’emotività, vogliamo chiederci: idratazione ed alimentazione sono
accanimento terapeutico? Anche un neonato ha bisogno di essere accudito
in tutto e per tutto: in questo caso di che cosa si tratta?
Eluana non è morta, è malata. Non
esistono criteri scientifici per accertare con sicurezza se il coma di
cui essa è preda sia o no irreversibile. In linea di principio Eluana
potrebbe riacquistare la coscienza; è improbabile ma è possibile, però è
quanto basta per affermare che essa ha il pieno diritto di essere curata
ed accudita.
Lo stato vegetativo rimane sempre una
prognosi che si basa su principi probabilistici perché non esistono
criteri precisi per accertare con sicurezza quando si verifica una
situazione di stato vegetativo.
Certamente sulla base dell’esperienza di
medici che lavorano nei reparti dove sono accolte persone in stato
vegetativo, si deve ammettere che più passano gli anni più le
possibilità di recupero della coscienza si riducono.
Eluana non è per nulla vittima di un
accanimento terapeutico: nel suo caso non è in questione la sospensione
di terapie estreme, tecnologiche, costosissime, invasive, sperimentali,
del tutto futili, ma semplicemente la sospensione dell’alimentazione e
dell’idratazione, cioè di quegli atti umanissimi che sono il dar da
mangiare e il dar da bere e in cui si condensa tutta la solidarietà
umana.
Alimentazione e idratazione sono
finalizzate a garantire quella sopravvivenza del malato che è il
presupposto di ogni terapia e di ogni atto medico propriamente detto.
Ammettere una eventuale sospensione
dell’alimentazione significa introdurre un chiaro riferimento alla
qualità della vita: si mostra di non considerare questi pazienti a pieno
titolo persone con diritto alla vita.
La mancanza della coscienza poi può
essere estesa ad altri pazienti terminali, Alzheimer, Parkinson. Si va
su una china molto scivolosa.
Ci sembra paradossale che ci si occupi
tanto di consentire a qualcuno di terminare la vita invece di
mobilitarsi per garantire la possibilità di cure ad ogni essere umano
anche se debole, malato, incapace di intendere e volere o prossimo alla
morte.
Il dovere di solidarietà sociale
dovrebbe tendere a garantire il bene della vita: un bene naturale reale.
La realtà non esiste perché il pensiero
le dà consistenza, ma esiste di per se stessa, prima di ogni
speculazione e riflessione. Solo così è possibile superare il
relativismo dei valori, soprattutto se questi riguardano la vita.
Lasciamo ora spazio alla condivisione,
attendiamo le vostre preziose telefonate perché insieme possiamo
approfondire le idee che vi abbiamo proposto.
TELEFONATE
Al termine della trasmissione, l’ottobre
missionario che stiamo vivendo ci provoca ad una preghiera perché
ciascuno di noi sia sempre missionario in quanto portatore dei valori
umani e cristiani su cui stassera abbiamo riflettuto. E chiediamo
l’intercessione di Maria perché lo Spirito Santo, principio vitale e
dinamico, agisca nella nostra vita e nella nostra azione. Amen,
La
prossima trasmissione sarà curata da Maria Assunta e Giorgio.
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