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Radio Mater

Rubrica tenuta a Radio Mater il 26 ottobre 2007 (ore 17,45) da una coppia del Ministero della famiglia del RnS

 
 

 

Carissimi ascoltatori di Radio Mater,

siamo riconoscenti al Signore per la possibilità di questo servizio alla radio; per noi questo è tempo prezioso per la ricchezza che riceviamo stando con voi.

E’ un tempo prezioso per noi come coppia, tempo che poi si trasforma in ricchezza per la nostra famiglia e per le nostre relazioni extrafamiliari.

Riflettendo su questa nostra esperienza, ci siamo soffermati sulla parola “tempo”: il tempo corre, ci sfugge tra le mani, spesso ci troviamo a fare tutto in fretta.

Si dice “il tempo è denaro” e per questo l’economia ci incalza: se non arrivi primo sei fuori, non serve arrivare secondi, la competizione non lascia tregua e per spuntarla bisogna solo accelerare e staccare gli altri, lasciandoli indietro.

Forse dobbiamo persino dormire in fretta?

La tecnologia ci offre mezzi sempre più sofisticati per fare tutto più rapidamente ma questo, paradossalmente, ci assorbe ancora di più e veniamo derubati dell’ultimo tempo residuo che ci rimane.

Più saremo veloci, più  avremo cose da fare e più cose avremo da fare meno tempo rimarrà per noi. Davvero sperimentiamo che chi si ferma è perduto.

“Caro signore, deve fare ogni giorno una bella passeggiata invece di inghiottire una pillola …”.

“Ha ragione, dottore, ma non ho tempo per le passeggiate, però sono sempre di corsa: non è la stessa cosa?”

Di dialoghi del genere siamo stati spettatori se non addirittura protagonisti; dialoghi del genere non avvengono solo nell’ambulatorio medico, ma anche gli insegnanti consigliano di prendersi un po’ di tempo per stare con i figli; il mediatore familiare suggerisce agli sposi di curare la loro vita di coppia dedicandosi del tempo, il confessore esorta il penitente a trovare tempo per la propria vita di preghiera; spesso la risposta è: “Non ho tempo!”.

A chi non è capitato di sentirsi assillati da impegni e scadenze, col timore di non riuscire a rispettare tutti i doveri e poi di sentirsi leggeri, liberi, di vivere la sensazione di non avere più nulla da fare e di sentirsi in vacanza?

Dovremmo cercare di sostituire all’emergenza la cura per ciò che è necessario, alla fretta nevrotica la pacatezza della riflessione, all’utilitarismo la gratuità.

L’otium, dal latino, è uno spazio che l’uomo saggio dona a se stesso per riflettere, desiderare, amare, per vivere di riflessione e di interiorità. La sua apparente inutilità ci permette la sollecitudine per ciò che è necessario, la cura di sé, degli altri, di Dio, senza rimandare sempre tutto.

Prendere ora e non domani tempo per dare al corpo movimento, aria e luce, prendere ora e non domani tempo per i nostri affetti, prendere ora e non domani tempo per leggere e studiare, tempo per pregare, tempo per contemplare.

Solo così possiamo vivere nella riconoscenza e, come dice una intercessione della liturgia delle ore, vivere il tempo come dono dell’amore di Dio.

STACCO

Martedì 16 ottobre è stata la giornata mondiale dell’alimentazione.

Quella della lotta alla fame è “una delle sfide più urgenti del nostro tempo” ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio al direttore generale della FAO Jacques Diouf.

Secondo le più recenti stime fornite dall’ONU sono oltre 850 milioni le persone che, nel mondo, soffrono la fame. Questa è una piaga che colpisce soprattutto i più deboli, vittime innocenti che si vedono private del loro diritto ad una vita normale.

A partire dal diritto fondamentale alla vita, il diritto all’alimentazione è un diritto centrale dal quale derivano anche gli altri diritti.

Il Pontefice ha sottolineato come la violazione del diritto all’alimentazione non si deve solo a cause di tipo naturale, ma soprattutto a situazioni provocate dal comportamento dell’uomo.

Come conseguenza dell’impossibilità di procurarsi il cibo necessario al proprio sostentamento, sono sempre di più le persone che, a causa della miseria e dei conflitti, si vedono obbligate a lasciare la propria casa e i propri cari per cercare di sopravvivere.

Da qui l’appello rivolto a tutte le persone a far sì che ognuno di noi si senta impegnato a cooperare per rendere possibile il diritto all’alimentazione: l’esortazione richiede sforzi tanto individuali quanto internazionali. Questo impegno, purtroppo, non sembra aver diminuito significativamente il numero degli affamati nel mondo.

Il Papa ha ricordato anche la dimensione etica del ‘dare da mangiare a chi ha fame’. E’ questa, ribadisce, una priorità che richiama al sentimento di solidarietà proprio dell’essere umano, il quale porta a condividere gli uni con gli altri non solo i beni materiali, ma anche l’amore di cui ognuno ha bisogno.

E il Papa rivolge un pensiero particolare ai bambini, prime vittime di questa tragedia, obbligati ad un lavoro forzato o reclutati dai gruppi armati in cambio di un po’ di cibo.

“Se il nostro pianeta produce cibo a sufficienza per dare da mangiare alla sua intera popolazione, perché ancora oggi 850 milioni di persone ogni giorno vanno a dormire con lo stomaco vuoto?” L’interrogativo posto dal direttore generale della FAO punta diritto al nodo da sciogliere per sradicare la fame nel mondo.

Se le risorse prodotte sono sufficienti ma la loro distribuzione è diseguale, allora è evidente che quella dell’insicurezza alimentare è una questione anche e soprattutto politica. La comunità internazionale non può sottrarsi alle sue responsabilità, tra le quali quella di ‘rispettare, proteggere e garantire a ogni essere umano di essere libero dalla fame’, così come indicato in uno specifico trattato entrato in vigore nel 1976 e ratificato da 156 paesi.

STACCO

Non è la beneficenza lo strumento sul quale concentrarsi, bensì tutti quegli aspetti tecnici necessari alla realizzazione di processi equi e sostenibili: il mondo ha i mezzi per realizzare il diritto all’alimentazione.

La fame non è un destino ineluttabile: può essere sradicata con politiche sagge e mirate.

Al di là delle politiche nazionali, negli ultimi anni i prezzi degli alimenti di base come il grano e il latte sono aumentati a ritmi insostenibili per una larga fetta della popolazione mondiale.

E noi? Noi siamo tra il 15 per cento della popolazione mondiale che consuma il 56 per cento delle risorse disponibili.

Leggendo Avvenire abbiamo scoperto che il giorno successivo, mercoledì 17 ottobre, è stata la “giornata mondiale del rifiuto della miseria” e lo è esattamente da 20 anni a questa parte. Siamo venuti a conoscenza di una celebrazione sul sagrato di San Giovanni in Laterano intorno ad una riproduzione della lapide in memoria di coloro che della miseria sono stati e sono vittime.

Nell’intento del promotore, padre Joseph Wresinski, attraverso questa lapide l’umanità deve ricordarsi dei più grandi testimoni della storia: vale a dire gli umili, i ‘piccoli’, quelli che non contano niente e che, giorno per giorno, cercano di incarnare dei valori che nessuno ha loro insegnato, ma hanno scoperto da soli attraverso la propria vita, il proprio cuore e la propria intelligenza.

Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell’uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro. Da 20 anni, in tutto il mondo, i più poveri insieme a coloro che rifiutano la miseria e l’esclusione sociale hanno niniziato a radunarsi il 17 ottobre di ogni anno per testimoniare il loro impegno perchè la dignità e la libertà di tutti sia rispettata.

I poveri non sono un problema di decoro urbano che va rimosso dalla vista.

Questa giornata mondiale di rifiuto della miseria è un modo diverso e innovativo per ‘guardare’ i poveri, non considerandoli unicamente come fruitori delle risorse pubbliche e dipendenti passivi delle istituzioni; ma considerandoli, con rispetto, protagonisti, costruttori di welfare e di rapporti umani profondi e significativi in una società che attraversa una profonda crisi di relazionalità e di senso.

STACCO

 Queste due ricorrenze, la giornata mondiale di rifiuto della miseria e la giornata mondiale dell’alimentazione sono strettamente collegate: perché i poveri? Come contrastare la povertà? Noi famiglie cosa possiamo fare?

Padre Wresinski, ideatore della giornata mondiale di rifiuto della miseria, aveva una sua strategia fondata sulla prossimità e la condivisione, con una forte accentuazione della salvaguardia della dignità di ogni persona e privilegiando l’ascolto e l’affetto: “La pace, la giustizia e dunque il rifiuto della miseria, ripeteva, sono prima ancora che un problema di leggi o di cultura, un problema di cuore, un problema di spiritualità vivificante che deve ispirare le nostre leggi e la nostra cultura”.

Noi famiglie, ad es., potremmo potenziare la dimensione familiare, la solidarietà di pianerottolo, (la Caritas ambrosiana ha coniato questo termine) perché sempre più i rapporti interpersonali possano essere ‘ammortizzatori’, ossia semplici rimedi alla solitudine degli anziani e non, all’allentamento dei legami familiari, all’individualismo.

La solidarietà di pianerottolo è una chiamata per tutti.

Noi famiglie, ad es, potremmo iniziare a cambiare il nostro stile di vita, facendo attenzione a come e cosa consumiamo, alla provenienza di quanto acquistiamo, cercando di vivere una certa povertà. Povertà intesa non come astratto rifiuto dei beni materiali, di cui del resto la famiglia ha bisogno per vivere e per adempiere ai suoi stessi compiti educativi, ma come possibilità di usarli per raggiungere il suo bene proprio. Vanno coltivate, inoltre, fra le pareti domestiche le virtù tipicamente familiari della semplicità, della capacità di servizio, dell’ospitalità, dell’accoglienza e dell’attenzione soprattutto nei confronti degli ultimi. Da questo stile di vita familiare possono scaturire risposte autentiche alle necessità che ci provocano.

STACCO

 Il diritto all’alimentazione ci porta a fare qualche considerazione sulla vicenda di Eluana Englaro, la giovane in coma dal 1992 a seguito di un incidente stradale e il cui padre ha chiesto di interrompere l’alimentazione artificiale che la tiene in vita.

Con il massimo rispetto per il dramma che questa famiglia sta vivendo, da persone semplici che cercano di ragionare con onestà intellettuale e che cercano di non cedere all’emotività, vogliamo chiederci: idratazione ed alimentazione sono accanimento terapeutico? Anche un neonato ha bisogno di essere accudito in tutto e per tutto: in questo caso di che cosa si tratta?

Eluana non è morta, è malata. Non esistono criteri scientifici per accertare con sicurezza se il coma di cui essa è preda sia o no irreversibile. In linea di principio Eluana potrebbe riacquistare la coscienza; è improbabile ma è possibile, però è quanto basta per affermare che essa ha il pieno diritto di essere curata ed accudita.

Lo stato vegetativo rimane sempre una prognosi che si basa su principi probabilistici perché non esistono criteri precisi per accertare con sicurezza quando si verifica una situazione di stato vegetativo.

Certamente sulla base dell’esperienza di medici che lavorano nei reparti dove sono accolte persone in stato vegetativo, si deve ammettere che più passano gli anni più le possibilità di recupero della coscienza si riducono.

Eluana non è per nulla vittima di un accanimento terapeutico: nel suo caso non è in questione la sospensione di terapie estreme, tecnologiche, costosissime, invasive, sperimentali, del tutto futili, ma semplicemente la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, cioè di quegli atti umanissimi che sono il dar da mangiare e il dar da bere e in cui si condensa tutta la solidarietà umana.

Alimentazione e idratazione sono finalizzate a garantire quella sopravvivenza del malato che è il presupposto di ogni terapia e di ogni atto medico propriamente detto.  

Ammettere una eventuale sospensione dell’alimentazione significa introdurre un chiaro riferimento alla qualità della vita: si mostra di non considerare questi pazienti a pieno titolo persone con diritto alla vita.

La mancanza della coscienza poi può essere estesa ad altri pazienti terminali, Alzheimer, Parkinson. Si va su una china molto scivolosa.

Ci sembra paradossale che ci si occupi tanto di consentire a qualcuno di terminare la vita invece di mobilitarsi per garantire la possibilità di cure ad ogni essere umano anche se debole, malato, incapace di intendere e volere o prossimo alla morte.

Il dovere di solidarietà sociale dovrebbe tendere a garantire il bene della vita: un bene naturale reale.

La realtà non esiste perché il pensiero le dà consistenza, ma esiste di per se stessa, prima di ogni speculazione e riflessione. Solo così è possibile superare il relativismo dei valori, soprattutto se questi riguardano la vita.

Lasciamo ora spazio alla condivisione, attendiamo le vostre preziose telefonate perché insieme possiamo approfondire le idee che vi abbiamo proposto.

TELEFONATE

Al termine della trasmissione, l’ottobre missionario che stiamo vivendo ci provoca ad una preghiera perché ciascuno di noi sia sempre missionario in quanto portatore dei valori umani  e cristiani su cui stassera abbiamo riflettuto. E chiediamo l’intercessione di Maria perché lo Spirito Santo, principio vitale e dinamico, agisca nella nostra vita e nella nostra azione. Amen,

 

La prossima trasmissione sarà curata da Maria Assunta e Giorgio. 

 
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