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Carissimi amici di radio Mater buonasera a tutti da Luigi e Susanna.
I fatti di cronaca riproposti a ripetizione dai mass media negli ultimi
tempi, le notizie che ci raggiungono ascoltando le vicissitudini delle
famiglie della “porta accanto”, la sempre più allarmante situazione dei
ragazzi adolescenti che riempie giornalmente le notizie del
telegiornale, la grave crisi economica che sta toccando da vicino
moltissime famiglie, ci chiamano qs sera, all’inizio di qs periodo
quaresimale, una volta di più, a riflettere con molta serietà sulla
missione educativa della famiglia.
Riconosciamo che il futuro delle generazioni è stato posto da Dio nelle
ns mani
e che, se quello che ci appare
sono i risultati, dobbiamo tutti, noi per primi, farci un autentico
esame di coscienza.
Nessuno si può ritenere esente da una qualche, anche minima,
responsabilità.
“Comincio da me” è il titolo di un libro molto significativo che ns
figlia ha iniziato a leggere in un particolare momento della sua vita,
di cui noi, da un po’ di tempo a qs parte, ci siamo appropriati, per
farne un serio proposito di famiglia.
Comincio da me…e da chi altro potremmo cominciare? dice l’autore del
libro.
Vi è un punto di partenza che non sia la realtà della ns vita?
“La vita non è quella che dovrebbe essere, è quella che è: è il modo in
cui l’affronti che crea la differenza”.
Con noi in studio qs sera non abbiamo invitato un esperto sociologo, ma
un giovane ragazzo, Giuseppe, amico dei ns figli che ha scelto di donare
a tanti giovani quello che lui stesso ha ricevuto a sua volta da Dio,
attraverso l’educazione dei suoi genitori.
Con lui parleremo, nella seconda parte del ns intervento, della chiamata
che il Signore fa ad ognuno a dare con coraggio ciò che ha ricevuto: Non
possiedo né argento, né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù
Cristo, il Nazareno, ALZATI
E CAMMINA!
Alzati e cammina, piccola famiglia scavalcata da tanto clamore che ogni
giorno cerchi di vivere la tua vita di fede nel nascondimento, è il
momento di uscire allo scoperto perché anche il bene venga conosciuto,
amato e compreso. Alzati e cammina nel mondo della violenza,
dell’imbroglio, dell’egoismo, della morte perché la risurrezione di Gesù
si faccia concreta e reale nella vita di molti.
Facciamo precedere la testimonianza di Giuseppe da alcune considerazioni
sulla missione educativo della famiglia, proposteci da Giovanni Paolo II
nella Gravissimum educationis e dal ns arcivescovo nella sua lettera
pastorale dell’anno “Famiglia diventa anima del mondo”. Vogliamo
ricordare così a noi stessi e a tutti che la Chiesa ci aiuta da sempre
in qs compito ed ora più che mai abbiamo bisogno di fare ns
i suoi messaggi per ritrovare le motivazioni del combattimento da
intraprendere.
L’educazione è cosa del cuore, diceva S.Giovanni Bosco agli educatori.
C’è forse, per la famiglia, un compito più bello e più difficile di
quello dell’educare i figli, ossia di
donare loro, con la “vita”, le “ragioni della vita”?
«I genitori, dice Giovanni Paolo II, poiché hanno trasmesso la vita ai
figli, hanno l’obbligo
gravissimo
di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e i
principali educatori di essa.
Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può a
stento essere supplita.
Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera
vivificata dall’amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che
favorisce l’educazione completa dei figli in seno personale e sociale.
La famiglia è dunque la prima scuola delle virtù sociali, di cui
hanno bisogno tutte le società. Soprattutto nella famiglia
cristiana, arricchita della grazia e della missione del
matrimonio-sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono imparare
a percepire il senso di Dio e a venerarlo e ad amare il prossimo secondo
la fede che hanno ricevuto nel battesimo; lì anche fanno la prima
esperienza di una sana società umana e della Chiesa; sempre attraverso
la famiglia, infine, vengono pian piano introdotti nella convivenza
civile e nel popolo di Dio…»
“Ogni famiglia, dice il card Tettamanzi, possa ritrovare luce e conforto
per assolvere il compito educativo nella sua concreta situazione. Spesso
l’impegno ad educare, si presenta difficile e complesso. Eppure educare
è possibile se si
ritorna alle origini del suo significato più profondo:
l’amore paterno e materno è un amore che Dio non manca mai di assicurare
come naturale prolungamento dell’amore che ha generato la vita del
figlio. È quest’amore che, da sorgente, diviene anima e norma che
ispira, orienta, sostiene guida tutta l’azione educativa concreta e
l’arricchisce di quei valori di dolcezza, costanza, bontà, servizio,
disinteresse, spirito di sacrificio, che sono il più prezioso frutto
dell’amore.
I genitori cristiani poi, hanno
la certezza, di trovare nella
grazia del
sacramento
del
matrimonio l’aiuto
“permanente” di crescere i loro figli secondo la fede cristiana.
Con questo sacramento Dio chiama i genitori cristiani «a partecipare
alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di Cristo
pastore, come pure all’amore materno della Chiesa, e li arricchisce di
sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito santo
per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana»
(Familiaris
consortio, n. 38).
Stacco musicale
Se le famiglie vogliono affrontare il compito educativo in modo concreto
ed efficace devono tenerlo inserito entro l’orizzonte più vasto e
determinante della cultura,
della mentalità e del costume presenti nella società. La cultura
infatti esprime e determina
l’interpretazione che l’uomo
dà della propria vita, trovandone il significato come
realtà bella, buona, vera.
È soprattutto in famiglia che ciascuno di noi può apprendere le regole
essenziali del pensiero (il “vero”), del gusto (il “bello”) e del
comportamento (il “bene”). È in famiglia che si impara ad aprirsi al
primo sguardo sul mondo, a respirare un vero concetto di libertà, di
democrazia, di bene comune, di solidarietà. È in famiglia che si viene a
riconoscere che quanto accade all’esterno di casa nostra non è una
realtà estranea, ma è un vissuto che in qualche modo ci appartiene e
personalmente ci interpella. È in famiglia che si impara a
rispettare la realtà del mondo, nella sua autentica autonomia e
insieme nel suo riferimento al Dio Creatore. È in famiglia che si scopre
il Vangelo come la Parola vera e nuova, non solo per ciascuno di noi ma
anche per tutti.
Come sempre, anche la cultura
attuale,
nella sua pluralità e contraddittorietà, ci chiede di volta in volta
accoglienza e apprezzamento,
discernimento e critica. Viviamo, infatti, nel contesto di un
intreccio inestricabile di mentalità e di costumi, simile al campo
evangelico nel quale crescono insieme il buon grano e la zizzania (cfr
Matteo 13,24-30). E così
il compito educativo si incontra
e si confronta continuamente con la cultura, talvolta in termini
anche fortemente problematici.
Quante volte le famiglie sentono che i valori che cercano di trasmettere
ai figli sono esattamente opposti a quelli che i ragazzi e i giovani
assorbono e “respirano” dall’ambiente in cui sono inseriti: la scuola,
la televisione, internet, il gruppo di amici, le discoteche, le
palestre.
In questo contesto non facile le
famiglie e le comunità cristiane non devono rinunciare a un confronto
con la cultura e la mentalità di oggi. Devono essere anzitutto
luoghi di ascolto critico in
cui, con un’intelligenza illuminata dalla ragione e dal Vangelo, adulti
e ragazzi imparano a valutare i messaggi culturali – spesso disparati e
contraddittori – per trovare le risposte ai grandi interrogativi sul
“senso” della vita dell’uomo.
In questo itinerario di “ricerca di senso” le famiglie e le comunità
devono saper dialogare con le
altre realtà culturali ed educative del territorio. Lo stesso
annuncio del Vangelo e della fede,
proposto dalle nostre comunità cristiane e dai singoli credenti, deve
più coraggiosamente aprirsi, comprendere a fondo e interagire con il
proprio ambiente culturale e con i vissuti quotidiani della gente.
Questo annuncio è chiamato a
far scoprire e vivere l’originale e intramontabile novità del Vangelo e,
insieme, la sua bellezza e fecondità umana, non solo nella vita delle
singole persone e famiglie, ma anche nella stessa vicenda storica in cui
tutti noi siamo inseriti.
Per la grande posta in gioco è necessario
rinnovare e rilanciare con più
forza l’impegno culturale,
l’impegno cioè a suscitare in tutti attenzione, interesse e
partecipazione alle realtà della cultura e della scuola presenti sul
territorio. Rientra infatti nella vocazione evangelizzatrice o
missionaria della Chiesa e del cristiano – e quindi in modo specifico
delle famiglie cristiane – l’impegno di confronto con la cultura. Ce lo
ricorda, ancora una volta, l’apostolo Pietro: «Adorate il Signore,
Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi
domandi ragione della speranza che è in voi» (1
Pietro 3,15).
STACCO MUSICALE
Nell’impegnativo e affascinante compito di far cre-scere nella pienezza
della loro umanità i propri figli,
la famiglia non può fare a meno
della scuola.
La scuola, esprime l’attenzione educativa di un popolo, trasmette alle
nuove generazioni valori, sentimenti, emozioni, inclinazioni,
conoscenze, ecc. che formano la tradizione di “sapienza” di una società,
apre gli orizzonti a uno sguardo sul mondo intero e fa maturare le
capacità di relazione, di pensiero critico e di decisione,
indispensabili per la piena realizzazione del progetto di vita di ogni
ragazzo e di ogni ragazza.
Il passaggio dall’ambiente della famiglia allo spazio sociale della
scuola conduce a un particolare
arricchimento personale,
del tutto necessario. Nella scuola infatti si incontrano stili di vita,
abitudini, mentalità differenti da quelli che la famiglia ha fin lì
trasmesso in modo pressoché esclusivo.
Oggi poi l’incontro arricchente – ma anche non privo di problemi – con
persone diverse è anche, molto spesso,
l’incontro con etnie, lingue,
tradizioni, religioni e abitudini differenti. Ognuno dei nostri
figli, specie in tenera età, vanta nella cerchia delle sue relazioni un
piccolo “amico” nato da genitori di etnie e culture profondamente
differenti dalla nostra. E loro, i bambini, diversamente dagli adulti,
prima di vedere una diversità etnica sono capaci di scorgere un loro
simile, un bambino come loro, portatore degli stessi diritti.
Tuttavia non ci si può nascondere che
da decenni la scuola italiana
vive una situazione di disagio: i continui e sempre interrotti
tentativi di riforma, la cronica carenza di risorse e di strutture
adeguate, l’insoddisfacente riconoscimento della professionalità di chi
in essa vi lavora con serio impegno e, viceversa, la trascuratezza e la
mancanza di un responsabile intervento nei confronti di chi non svolge
il proprio compito, e così via.
Solo una vera alleanza
tra tutti coloro che hanno a cuore l’educazione integrale delle nuove
generazioni può far uscire la
scuola italiana dalla crisi, in particolare l’alleanza tra genitori,
insegnanti e operatori scolastici.
Un’alleanza che la Chiesa nel suo insieme e le comunità cristiane
presenti sul territorio devono sostenere con decisione, spingendo le
famiglie credenti ad essere
ancora di più “anima” anche nel mondo della scuola.
Un prima modalità di azione in una prospettiva di alleanza
famiglia-scuola è quella molto semplice, ma anche – non lo nascondo –
molto faticosa, della
presenza:
esserci come genitori nella
scuola. Esserci quando si è chiamati, quando serve, quando lo si
ritiene necessario. Non per rivendicare diritti o esporre pretese, ma
per il bene dei propri figli e di quelli degli altri.
Prendersi a cuore – non da soli, ma in un gruppo di famiglie – una
situazione problematica, allearsi con chi ci sta a rimboccarsi le
maniche per il bene dei ragazzi, chiedere e pretendere assunzione di
responsabilità e risorse, coinvolgere i soggetti locali (comprese le
parrocchie), ecc. è l’unica via per impedire il degrado progressivo di
certe scuole.
Esserci là dove vi sono ragazzi
che si trovano a vivere
situazioni
di
disagio per diversi motivi:
stranieri, portatori di handicap, ragazzi “difficili” (spesso con alle
spalle realtà familiari problematiche), ecc. È giusto chiedere alla
scuola la presenza di insegnanti di sostegno, di mediatori culturali, di
assistenti sociali, di psicologi, e di altri operatori specializzati. Ma
il primo sostegno, la prima mediazione è fare in modo che i propri
figli, loro compagni, vedano questi ragazzi con rispetto, li coinvolgano
nel proprio gruppo di amici, li aiutino a inserirsi a scuola o in
oratorio.
Si insiste spesso sull’adozione e sull’affido: sono realtà molto
significative (da affrontare con generosità, ma anche con realismo) cui
le famiglie cristiane devono essere aperte. C’è però
un “affido” molto semplice e
quotidiano, alla portata di tutti: per esempio, accompagnare a
scuola il compagno di un proprio figlio che ha i genitori già al lavoro
dal mattino presto; ospitare in casa propria un bambino che ha la mamma
in ospedale; dare una mano per le diverse pratiche burocratiche a
genitori stranieri.
La
scuola secondaria di primo grado
che nel recente passato costituiva
ancora (almeno nei primi due anni delle medie) un ambiente tutto sommato
“tranquillo”, sta diventando una
realtà fortemente
problematica, che esige una
particolare attenzione da parte delle famiglie. L’inizio precoce
dell’adolescenza, il disorientamento affettivo e sessuale, l’assunzione
di modelli e di atteggiamenti da “adulto”, la pressione delle mode e
della pubblicità, l’importanza crescente del “gruppo” visto come
alternativa alla famiglia, il rischio di esperienze traumatizzanti, ecc.
rendono questa età un momento particolarmente difficile e delicato.
I genitori non possono abdicare al loro compito con la scusa che “ormai
è grande”, che “devo rispettare la sua personalità e la sua privacy”,
ecc. È possibile che un ragazzo, una ragazza di questa età frequenti o
sia in contatto (via cellulare o internet) con persone all’insaputa dei
genitori.Soprattutto a questa età l’adulto – genitore, insegnante,
educatore, animatore – deve saper offrire al ragazzo e all’adolescente
gli elementi per non smarrire la strada giusta, per non essere travolto
dalla miriade di messaggi contraddittori che gli arrivano e possa così
essere aiutato nella scoperta di sé in rapporto alla progettazione del
proprio futuro, che nel periodo scolastico vive momenti essenziali e
spesso decisivi. E la prima cosa
da offrire ai ragazzi, prima ancora dei contenuti, è il tempo: tempo
anzitutto di ascolto. Per un ragazzo e una ragazza di questa età è
infatti importante sentirsi capiti, sapere che c’è uno spazio aperto in
cui essere se stessi senza sentirsi giudicati e dove possono essere
aiutati a trovare le loro risposte.
STACCO MUSICALE
Lasciamo ora lo spazio a Giuseppe a quello che il Signore ha operato,
anche attraverso di lui, nella vita di molti giovani e giovanissimi e
nel suo cuore attraverso il dono del servizio.
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