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Cari amici di radio Mater un saluto a tutti anche da Susanna e Luigi.
Con gioia, dopo un periodo di pausa forzata, riprendiamo gli incontri di
qs rubrica e siamo felici di farlo in qs serata così speciale insieme ai
ns fratelli: Piero, Rossana, Maria Grazia e Renato.
L’evento Sidney ha colpito la ns attenzione di genitori e ci ha fatto
riflettere sulla forte chiamata che ancora oggi il Signore ci fa nel
promuovere la vita di famiglia nella direzione in cui la chiesa
ci indica, per favorire la
crescita di figli capaci di testimoniare l’azione dello Spirito Santo
nella propria vita.
Per qs, qs sera, desideriamo dire ai ns giovani che le loro famiglie ci
sono e promettono di rendersi sempre più responsabili di tutto ciò che
riguarda la loro crescita umana e spirituale. Sigilliamo qs impegno
rileggendo e facendo ns gli atti del Convegno nazionale per la famiglia
tenutosi a Darfo Boario terme dal 21 al 25 giugno.
Da qs atti traiamo indicazioni precise per vivere un cammino ecclesiale
sempre più convinto, che vuole la famiglia, piccola chiesa domestica,
via privilegiata di formazione dell’uomo cristiano.
L’ estate, per qualcuno è solo divertimento e riposo, ma per altri
è tempo di incontri, raduni,
convegni. Il calendario della pastorale familiare della Chiesa italiana
prevede per la fine di giugno qs appuntamento nazionale.
Il tema trattato qs anno è stato “Famiglia e liturgia”
Forse, con i vari problemi che la famiglia di oggi sta attraversando,
qualcuno ha pensato che qs tema potesse essere un po’ lontano dalla
realtà.
Ed invece la Chiesa ci chiede di ricominciare proprio da qui.
Ma famiglia e liturgia che cos’hanno di tanto comune?
E’ il ns arcivescovo, card Dionigi Tettamanzi, presente al Convegno, a
risponderci con semplicità.
Qual è il culmine della liturgia?Il momento eucaristico ». Qual è il
culmine della vita familiare? «La comunione profonda, esclusiva e totale
tra gli sposi». A cosa rimanda la comunione tra gli sposi secondo la
teologia cristiana? «Al sacrificio eucaristico, dono totale, pane
spezzato per la vita».Quindi il culmine della
liturgia e quello della vita familiare cristiana fanno
riferimento allo stesso mistero di salvezza.
«Ogni famiglia cristiana, proprio come ogni liturgia, è essenzialmente
eucaristica».«Famiglia e liturgia sono davvero due realtà in
strettissima connessione perché la famiglia è il punto di
inserzione tra il divino e l’umano.
In questo
Convegno, sintetizza Mons Nicolli, abbiamo sentito riflessioni,
testimonianze e proposte che ci hanno riempito il cuore di gioia e di
voglia di “novità” nelle nostre diocesi e nelle nostre comunità
parrocchiali.
1 Ricuperare il senso della casa
È stato
sottolineato che nei primi due secoli
la Chiesa si
riuniva nelle case e la liturgia aveva pertanto un’impronta tipicamente
familiare. Dopo l’Editto di Costantino, furono costruite le chiese, e da
allora progressivamente la liturgia si è allontanata dalla famiglia per
isolarsi nel tempio, perdendo in buona parte l’aggancio con la vita.
La
testimonianza della Scrittura è ben diversa. Già nella prima Alleanza la
casa è il luogo della manifestazione di Dio e il luogo in cui avviene la
celebrazione principale della fede di Israele:
la Pasqua
ebraica. Pensiamo all’impatto educativo che il racconto del capofamiglia
poteva avere sui bambini dopo la domanda del più giovane: “perché
facciamo questo?”. Il padre raccontava in prima persona: “eravamo
schiavi in terra d’Egitto: la mano del Signore ci ha liberati”
[1]. Era lì che si imparava la fede.
In casa
hanno avuto luogo gli eventi della salvezza inaugurati da Cristo:
pensiamo all’Annunciazione. In casa sono nati i cantici più belli del
Nuovo Testamento che la Chiesa canta ogni giorno: il Benedictus e il
Magnificat. In casa è nata l’Eucaristia nel contesto della cena pasquale
ebraica; in casa avviene la Pentecoste. E
non può essere casuale anche la presenza di Gesù nella casa di Nazaret
per trent’anni.
Più volte
gli Atti degli Apostoli ricordano che nelle case i primi cristiani si
ritrovavano per pregare, per spezzare il pane e per condividere
l’ascolto della Parola
[2]. L’impronta della Chiesa dei
primi secoli è fortemente familiare, per qs ha una grande efficacia
testimoniante perché è “una Chiesa di casa”, vicina alla vita quotidiana
delle persone.
Nella liturgia domestica dei ns tempi, dice il teologo Andrea Grillo,
dovremmo recuperare il senso delle tre «T»: tavola, talamo e toilette.
La tavola è il luogo del pasto
in comunione e della comunicazione familiare. Intorno al rito del pasto
si intrecciano importanti momenti di dialogo, di convivia-lità, di
scambio. La seconda «T» è quella del talamo, la comunione di amore e di
sonno. Sala da pranzo e camera da letto, sono i luoghi più rassicuranti
ma anche quelli più simbolici della vita familiare. «Il talamo non è
però solo il luogo in cui il matrimonio 'si consuma', ma anche lo spazio
di un 'sonno al cospetto altrui' che tutte le tradizioni religiose
valorizzano come soglia delicata di comunione. Se dormi con accanto
qualcuno che può vegliare, ti metti nelle sue mani ». L’ultima «T», solo
apparentemente stonata in questo quadro, è quella della toilette.
Difficile pensare alla sala da bagno come a un luogo di comunione. Ma lo
è in tutte quelle situazioni di non autosufficienza – bambini prima dei
2-3 anni o anziani – che hanno la necessità di essere accompagnati in
tutti i momenti, anche quello dell’igiene personale.
In casa, è evidente a tutti, non si può fingere. O si partecipa con il
cuore, ma anche con le braccia, ai vari momenti delle ritualità
domestiche o la presenza solo «formale » diventa motivo di
disgregazione.
Da questo impegno
arriva una «grande carica di
realismo, di affidamento, di tradizione viva, di distanza da ogni
tentazione di ridurre la Chiesa a museo.
2.Ma
la famiglia ha anche “voglia” di
interiorità e di preghiera
Quando
Giovanni Paolo II, nella Lettera alle Famiglie[3],
dice che la famiglia è “la via della Chiesa”, forse voleva dire che la Chiesa oggi, per ritrovare
la fedeltà alla sua missione e per dare efficacia al suo annuncio, deve
in qualche modo “tornare a casa”.
Se la Chiesa deve “tornare a casa” non è certo per
chiudersi in casa, ma per poi essere sempre di più anche “chiesa di
popolo”, capace di mettere la comunità in dialogo con Dio. La famiglia
infatti non è autosufficiente: ha bisogno di “fare famiglia” in una
comunità più grande per inserirsi in una storia della salvezza che
riguarda tutti gli uomini. D’altra parte nemmeno la comunità cristiana è
autosufficiente: non può annunciare il Vangelo, celebrare la presenza
del suo Signore e testimoniare l’amore di Dio incarnato nella storia
degli uomini, se non passando attraverso l’esperienza di quella “piccola
chiesa” che è la famiglia. Forse questo è il momento della sintesi tra
la grande Chiesa e la “piccola chiesa”, “chiesa domestica” che è la
famiglia. Ed è il dialogo tra queste due realtà che può farci ritrovare
la gioia di un popolo che appartiene a Dio e celebra le sue meraviglie.
Giovanni
Paolo II nella Familiaris consortio[4]
indica quali sono le caratteristiche della preghiera familiare: è una
preghiera “impastata di quotidiano”, capace di legare insieme preghiera
e vita e di suscitare un rapporto con Dio passando attraverso la
concretezza delle situazioni e delle esperienze.
Cosa può dare la liturgia della
comunità alla famiglia?
La
proclamazione della Parola nella liturgia della comunità dovrebbe avere
il sapore del “racconto” della storia della salvezza che coinvolge anche
noi, e dovrebbe suscitare nei genitori il desiderio e la capacità di
“raccontare” questa storia anche ai propri figli, soprattutto ai
piccoli. Raccontare la
Parola ai figli prima della celebrazione potrebbe
renderli più attenti alla proclamazione della Parola nella liturgia; ma
anche raccontare ai figli la propria vita e la storia della famiglia
potrebbe contribuire a farli sentire parte di una storia di salvezza
accompagnata e guidata da Dio. Forse far tacere un po’ di più il
televisore in casa per dare voce ai racconti della vita potrebbe creare
una maggiore “curiosità” nei confronti della Parola.
Per rendere
le liturgie della comunità più capaci di dialogare con la vita e di
farsi attente alle situazioni delle persone, è necessario che i
sacerdoti vivano sempre più da vicino la vita delle famiglie, siano più
partecipi delle attese, delle gioie, delle difficoltà e delle fatiche
delle famiglie.
4.Ma anche
la famiglia può collaborare nella liturgia della comunità
Il Convegno
si è interrogato più volte su come la comunità liturgica può dare
accoglienza e spazio alla famiglia e come da questa partecipazione della
famiglia la liturgia della comunità potrebbe essere trasformata.
La presenza
attiva delle famiglie nella celebrazione fa diventare la liturgia un po’
meno “rito” e sempre più celebrazione attenta alla storia e alla vita
delle persone.
Dovrebbero
entrare sempre di più nella preghiera della comunità anche le situazioni
di sofferenza e di fragilità delle famiglie (situazione delle persone
vedove, delle coppie in difficoltà, dei separati, di coloro che non sono
riusciti a realizzare il progetto di una famiglia, della presenza in
famiglia di figli disabili o di problemi di alcool e di droga…), come
pure le varie “stagioni” della vita di famiglia (condizione del
fidanzamento, la fatica educativa dei genitori, le preoccupazioni delle
famiglie per i giovani, i problemi legati alla presenza in famiglia di
persone anziane…).
Per
introdurre la famiglia nella liturgia della comunità è importante
riconoscere negli sposi un dono e nella famiglia una ricchezza
necessaria alla comunità: a cominciare dai fidanzati
e dai giovani sposi. È
necessario però anche un intervento educativo nei confronti della
famiglia perché si senta dono e ricchezza per la comunità.
In particolare, nella Parrocchia va sviluppato l’apporto della famiglia
alla vita liturgica, alla catechesi generale e specifica in ordine al
matrimonio; vanno incoraggiate le iniziative delle famiglie per le
famiglie..., vanno promossi i gruppi di spiritualità coniugale e la
comune partecipazione dei coniugi alle associazioni di apostolato; va
giudicata opportuna la presenza dei coniugi nei Consigli pastorali».
5. Cosa fare di fronte a qualche
problema ancora aperto?
I bambini
vanno a Messa con i loro genitori. Se vogliamo che le nostre liturgie
siano accoglienti nei confronti delle famiglie e favorire la
partecipazione della famiglia intera all’Eucaristia, dobbiamo anzitutto
rendere, per quanto possibile, le liturgie interessanti anche per i
piccoli, e poi pazientare se qualche bambino anima la partecipazione con
qualche intervento spontaneo… I figli vanno gradualmente educati a
capire la natura del luogo in cui si trovano e le esigenze delle altre
persone. Comunque la presenza delle famiglie con i loro figli, piccoli o
meno, deve diventare sempre più motivo di ricchezza e di vivacità delle
nostre liturgie. L’equilibrio si potrebbe raggiunge entrando
maggiormente in dialogo con i ns sacerdoti.
Ma come
affrontare il problema degli adolescenti nella preghiera familiare e
nella liturgia della comunità?
Molte
famiglie riescono a pregare insieme fin tanto che i figli sono piccoli;
quando i figli entrano nell’adolescenza, cominciano le difficoltà e le
famiglie si scoraggiano. Come pure è problematica la partecipazione
degli adolescenti alla liturgia della comunità: non si sentono
coinvolti, sono a disagio e spesso abbandonano la partecipazione
all’Eucaristia subito dopo la Cresima. Come
risolvere questo problema?
Per questo
secondo problema pare che alcuni adolescenti siano ricuperati dando loro
maggiore responsabilità liturgica come ministranti o come lettori, ma
per la maggior parte il problema rimane irrisolto.
È un problema che rimane aperto.
Insieme con l’Ufficio Liturgico si è pensato di suggerire alle diocesi
sperimentazioni che possano poi essere condivise, valutate ed
eventualmente proposte a tutti. Non si deve rinunciare a pregare o a
partecipare alla liturgia eucaristica come non si deve mantenere sempre
la stessa modalità di preghiera o di partecipazione quando i figli
crescono.
Ringraziamo
il Signore per qs convegno
che ci conferma che siamo ad una svolta pastorale nel ns cammino
ecclesiale: noi famiglie, genitori e figli, attendiamo di essere sempre
più coinvolti nei cammini diocesani in cui siamo inseriti, nello stesso
tempo chiediamo, come allo Spirito, come famiglia, di maturare sempre di
più in qs mentalità pastorale e di accogliere con docilità le proposte
che ci verranno fatte. Anche noi come i ns giovani a Sidney chiediamo
“forza dallo Spirito Santo”.
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