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Radio Mater

Rubrica tenuta a Radio Mater il 9 Marzo 2007 (ore 17,45) da una coppia del Ministero della famiglia del RnS

 
 

 

Un titolo di Avvenire del 26 gennaio scorso ha attirato il mio sguardo e ogni tanto mi ritorna alla mente: “Cristiani, siamo forse diventati muti?”

Prima di tutto cercherò di contestualizzarlo, ossia cercherò di dirvi a che cosa si riferiva, poi cercherò di chiarire perchè mi torna spesso alla mente, come fosse il ritornello di una canzone.

Queste parole sono un richiamo del Papa nella celebrazione di chiusura dell’annuale settimana di preghiera per l’unità dei cristiani dedicata al tema «Fa sentire i sordi e fa parlare i muti».

Nella prospettiva cristiana, l’ascolto è prioritario: la chiesa non fa se stessa, il cristiano non fa se stesso, ma vive della parola creatrice che viene dalla bocca di Dio e si lascia sorprendere dalla novità, che mai invecchia e mai si esaurisce, della Parola di Dio; superando la sordità per quelle parole che non si accordano con i nostri pregiudizi e le nostre opinioni.

Chi si pone all’ascolto della Parola di Dio può e deve poi parlare e trasmetterla agli altri, a coloro che non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha sepolta sotto le spine delle preoccupazioni o degli inganni del  mondo.

Nel corso del suo intervento il Papa si chiede: “Noi cristiani, non siamo diventati forse troppo muti? Il nostro mondo attende la nostra testimonianza!”

Se mi guardo intorno oppure se leggo i giornali mi sento provocare enormemente da questa espressione: «Cristiani, siamo forse diventati muti?»

Famiglia, DICO, eutanasia, testamento biologico, cellule staminali, aborto, fecondazione artificiale, selezione embrionale, accanimento terapeutico: siamo forse diventati muti riguardo a queste problematiche che ci investono e che interessano anche i nostri figli? Quale futuro riserviamo loro? In quale società si troveranno a vivere?

I problemi sul tavolo sono di una delicatezza e di una gravità che richiedono una responsabilità comunitaria. Noi ce la caveremo, ma i nostri figli?

La sfida della bioetica non tocca solo quelli che hanno un problema, tocca la concezione dell’uomo, quindi tocca tutti.

Dopo il tentativo fallito della fecondazione artificiale e quello ancora in corso sull’eutanasia, ora è in corso il tentativo di dare un’altra picconata alle fondamenta della società attaccando la famiglia, per sgretolare le basi valoriali su cui è costruita la nostra società e il nostro vivere comune.

La famiglia è, infatti, il nucleo fondamentale e fondante dello Stato e il luogo in cui il rapporto tra le generazioni impone a grandi e piccoli una continua presa di coscienza sulle cose importanti della vita.

STACCO

 

 “La famiglia è il nucleo fondamentale della società e dello Stato e come tale deve essere riconosciuta e protetta” dice la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 10 dicembre 1948, articolo 16.

Non si tratta di parole scritte a caso, senza una attenta e matura riflessione. Tanto forte è stato il consenso che quella concezione di famiglia, con le stesse parole, si ritrova in altri atti internazionali e nazionali della massima importanza.

La stessa Dichiarazione universale assume un particolare significato se si considerano le circostanze storiche nella quali fu emanata. Nella prima metà del secolo scorso i conflitti tra le nazioni erano divenuti mondiali e nuovi mezzi di distruzione avevano moltiplicato le tragedie, il sangue e il coinvolgimento delle popolazioni civili. L’idea che la pace potesse essere garantita solo dall’«equilibrio del terrore» rendeva angosciante il pensiero del futuro.

Un documento di tale importanza rende significativo il fatto che vi trovi spazio anche la famiglia e, ancor di più, che essa sia dichiarata il nucleo fondamentale della società e dello Stato.

L’assenza o l’indebolimento delle fondamenta di un edificio rendono instabile o incrinano gravemente l’intera costruzione: dunque, senza la famiglia viene meno la società e il futuro di uno Stato.

 “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” così si esprime la Costituzione della Repubblica Italiana, 27 dicembre 1947, articolo 29.

La famiglia non è un’invenzione storico-sociale, attribuibile a una cultura e a una determinata epoca, bensì una struttura antropologica fondamentale e fondante.

Essa non riguarda soltanto le aspirazioni e le esigenze dei membri della famiglia, ma riguarda le aspettative di tutti i membri della società.

Per questo motivo l’atto che fonda la famiglia non è un evento privato; è un gesto che si colloca in una dimensione pubblica.

Nel clima storico in cui veniva pensata la nostra Costituzione agiva l’esperienza dello stato totalitario, che riduceva anche la famiglia a funzione dello stato, sottraendole precocemente i figli per l’istruzione paramilitare e politica, imponendole la campagna demografica, spingendo i celibi al matrimonio per ragioni di carriera. Era però incombente lo scenario della devastazione della guerra nelle famiglie, private per anni di padri, mariti, figli andati a combattere.

Tuttavia alla fine del conflitto, nelle fratture prodotte dalla guerra, la famiglia si rivelava l’unica risorsa di solidarietà umana e sociale da cui ripartire per la ricostruzione morale del Paese.

Il Costituente del 1946-47 aveva ben chiaro che tale delicatissimo compito poteva essere affidato solo alla famiglia ‘fondata sul matrimonio’; non dunque ad una mera comunità di affetti, libera da vincoli, secondo il modello individualistico, oppure ad una cellula generica dello Stato.

STACCO

 

Solo la famiglia è quella formazione sociale garantita dalla Costituzione nei suoi diritti, in quanto strutturata come società naturale fondata sul matrimonio; al tempo stesso, in virtù di tale struttura, alla famiglia ed ai suoi componenti è richiesto l’adempimento di determinati obblighi.

Da un po’ di tempo assistiamo alla solita e ben sperimentata procedura mediatica di sbattere in prima pagina le situazioni di debolezza umana, metodo che è sembrato funzionare in altre occasioni: perché negare a tanti –grandi amori- uno spazio nella società? Poi però, poco alla volta, la verità viene a galla. I –grandi amori- non sono tanti ma una ristretta cerchia; si sono rivelati più ‘omo’ che ‘etero’; lo spazio sociale è fatto solo di diritti e di  nessun dovere, nessuna responsabilità …

C’è un principio che fonda gli stati e la democrazia ed è un principio assoluto enunciato nelle prime parole della laicissima Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il ‘riconoscimento della uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana. perché è fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel  mondo’.

Si tratta, dunque, di un valore non negoziabile. Non è un dogma imposto dalla chiesa. E’ una conquista di tutta la storia e della riflessione umana in quanto tale.

Non dovrebbero esserci dubbi, dunque, sul fatto che quando l’antropologia cristiana si schiera con determinazione e coraggio dalla parte della vita non difende propri interessi, ma svolge un servizio a favore dell’uomo, così come quando protesta contro le guerre, parla ed opera contro la fame nel mondo, assiste i carcerati, invoca l’accoglienza dei diseredati e degli ultimi, frutto di una passione per l’uomo e per l’uomo di qualsiasi fede, popolo, razza, lingua.

In questa prospettiva si colloca anche la questione dei –DICO- e delle unioni omosessuali.

Che la famiglia sia un bene per l’uomo, che il matrimonio sia una pubblica assunzione di responsabilità che trasferisce nella dimensione dell’interesse pubblico sentimenti e propensioni individuali che altrimenti resterebbero giustamente nell’ambito della libertà privata non lo dicono soltanto i cattolici: è affermazione solenne della già citata Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

La chiesa, dunque, non difende suoi privilegi, proprietà o potere, ma gioca tutte le sue energie per l’uomo. Non invoca la forza dello stato per diffondere la religione, ma offre allo stato, che ha il compito di proteggere la vita e il bene dell’uomo, le sue risorse di pensiero e di azione.

Per fare un tale servizio all’uomo, la chiesa sa di rischiare inimicizie, incomprensioni, distanze, forse perdita di sostegni economici, persino aggressioni astiose che puntano direttamente ad allontanare dalle pratiche religiose e dalla stessa fede porzioni deboli di credenti.

Ma ne va della vita e del bene dell’uomo e la chiesa, per uno stretto dovere di amore verso il prossimo, è disposta a rischiare e soffrire. Quando essa parla non costituisce una indebita ingerenza, ma un aiuto a sviluppare una coscienza informata, formata e perciò più libera.

In questi giorni la famiglia sembra sia proprietà privata o brevetto d’invenzione della chiesa cattolica, perché l’unica voce a sua difesa viene da questo soggetto, precedente ad ogni altro, essendo al mondo da duemila anni.

Ma chi di noi sa che il cristianesimo sopraggiunse quando da dieci secoli il diritto romano aveva strutturato quella cellula sociale chiamata famiglia?

Addirittura veniva teorizzata la natura politica della famiglia romana quasi fosse come ‘uno stato embrionale, un piccolo stato’ evocando un qualcosa di originario e di  pre-statale.

STACCO

 

Il  mese scorso abbiamo celebrato la giornata per la vita, esattamente la prima domenica di febbraio, per riaffermare il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine naturale e per affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario ed insostituibile.

Il cristiano è chiamato continuamente a mobilitarsi per far fronte ai molteplici attacchi a cui è esposto il diritto alla vita. In ciò egli sa di poter contare su motivazioni che hanno profonde radici nella legge naturale e che quindi possono essere condivise da ogni persona di retta coscienza.

Se nei paesi in via di sviluppo sono sempre più forti le pressioni per la legalizzazione dell’aborto, anche con il ricorso alla liberalizzazione delle nuove forme di aborto chimico, nello stesso tempo, nei paesi più sviluppati cresce l’interesse per la biotecnologia più raffinata fino alla ricerca ossessiva del ‘figlio perfetto’ con la diffusione della procreazione artificiale e di varie forme di diagnosi embrionali tendenti ad assicurarne la selezione.

Questo trova consenso in nome di un presunto ed inesauribile benessere degli individui e, specie nel mondo economicamente più progredito, si promuovono leggi per legalizzare l’eutanasia.

In queste situazioni la coscienza, talora sopraffatta dai mezzi di pressione collettiva, non dimostra sufficiente vigilanza circa la gravità dei poteri in gioco (ritorna la provocazione: cristiani, siamo forse diventati muti?) e il potere dei più forti indebolisce e sembra paralizzare anche le persone di buona volontà.

Nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità e ci si allontana anche dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, per essere libera, la coscienza individuale dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione.

Per noi credenti la vita è il primo dei beni ricevuti da Dio ed è il fondamento di tutti gli altri; garantire il diritto alla vita a tutti e in maniera uguale per tutti è dovere dal cui assolvimento dipende il futuro dell’umanità.

STACCO

 

La questione della vita, della famiglia e della loro difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. “Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell’umanità. La fedeltà alla vita della –città di Dio- non impedisce la leale partecipazione alla costruzione della ‘città degli uomini’, ma pone una esigenza di unità alla coscienza dei credenti: ‘Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta spirituale, con i suoi valori e le sue esigenze e dall’altra la vita cosiddetta ‘secolare’, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura” dice il Papa.

Non possiamo rimanere spettatori, dobbiamo essere i protagonisti di questa storia che anche noi contribuiamo a costruire: Dio ha bisogno delle nostre mani, delle nostre capacità di pensiero, della nostra volontà di argomentare la fede.

Dare ragione della fede che è in noi non vuol dire solo prendere la Bibbia e spiegarne un passo, significa dire che noi siamo capaci di dialogare e di discutere, pronti ad essere negli areopaghi della città, lì dove la gente si incontra e si scontra.

Ai laici credenti spetta di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone sì la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini nel rispetto di quei valori che non sono negoziabili proprio perché corrispondono a verità obiettive, universali e uguali per tutti.

Questi valori sono la vita dal concepimento alla  morte naturale, la famiglia come unione tra uomo e donna fondata sul  matrimonio, la cui pecularietà va difesa rispetto a forme di unioni talora destabilizzanti. Di fronte alla catastrofe dei figli contesi e abbandonati a se stessi e al mare di lacrime e di sangue prodotto dalla disgregazione della famiglia, i DICO rischiano di aggravare la situazione drammatica di denatalità, di diseducazione, di povertà affettiva dei figli.

STACCO

 

Per rispondere alla domanda del Papa: “cristiani siamo forse diventati muti?” ricordiamo che:

- il clima di mobilitazione che ha caratterizzato il referendum sulla legge 40 è ancora fresco nella memoria. Allora, in alternativa ad un pensiero unico imposto dalla grande stampa e persino dalle TV di stato, nacque un movimento di base fatto di incontri, manifestazioni, giornali locali, passa parola. Il risultato di quella consultazione dimostrò la sconcertante distanza del pensiero imperante da quello popolare. Oggi il problema si ripropone di fronte all’evidente pressing mediatico a senso unico che usa tutti i mezzi, dall’enfatizzazione dei diritti individuali alla confusione delle idee, alle indagini demoscopiche, per imporre il riconoscimento delle unioni di fatto, anche omosessuali e far credere che questa sia la volontà della gran parte degli italiani.

Ma una mobilitazione  ha bisogno di strumenti di informazione.

A questa esigenza ha risposto Avvenire con l’inserto settimanale ‘èfamiglia’ che viene pubblicato  ogni venerdì. Il primo numero è uscito nell’imminenza del Natale e da allora continua. Sarebbe bello che tante famiglie lo leggessero per documentarsi e formarsi nella verità e nella semplicità pur nella complessità degli argomenti. Noi, ad es, lo leggiamo e lo mettiamo da parte per poter poi riprendere i temi quando ne abbiamo la necessità.

Avvenire poi continua la pubblicazione ogni giovedì di un altro inserto che si chiama ‘èvita’, inserto che ha visto la luce come formazione in riferimento alla legge 40. La pubblicazione di questo inserto continua ancora, presentando tutte le tematiche sulla bioetica, eutanasia compresa.

- la seconda possibilità viene dal Forum delle associazioni familiari che coordina più di 40 associazioni per un totale di oltre 3 milioni di famiglie. Dopo una lunga gestazione l’assemblea del Forum ha approvato un documento dal titolo «Sì alla famiglia, la vera priorità sociale».

Più che un documento di dottrina sociologica e giuridica, si tratta di un vero  e proprio  manifesto su cui costruire non una battaglia –contro- i pacs o le unioni di fatto o i Dico, ma –per- la famiglia che è il vero elemento di rilevanza pubblica e che ha urgente bisogno di essere riconosciuta come «cellula primordiale della società, ordinata all’assolvimento di compiti sociali come la procreazione e l’educazione dei figli. La giurisprudenza ricorda che il matrimonio è ciò che fa pubblica la scelta sponsale e chiama su di sé la protezione del diritto nel mentre si sottomette alle sue regole».

Se la parola d’ordine è “non contro qualcosa o qualcuno”, come regolarsi di fronte alle unioni libere, etero ed omosessuali che sono una realtà, sia pure non nelle proporzioni che ci vengono presentate? Nessun pregiudizio né indice puntato su scelte autonome ed intime. Ma “dire che il diritto non deve discriminare” significa evitare che forme uguali vengano trattate in modo diseguale; ma qui si tratta di forme disuguali che non possono essere trattate in modo uguale.

Formiamoci leggendo libri e giornali qualificati, ascoltando anche la nostra Radio Mater perchè la nostra formazione sia continua e qualificata e ci permetta di acquisire una capacità di giudizio nei problemi posti dalla biomedicina in materia di sessualità, di vita nascente, di procreazione, come anche nel modo di trattare e curare i pazienti e le fasce deboli della società.

Siamo in una società complessa e questo significa avere la consapevolezza che le questioni sono ingarbugliate, che a noi è richiesto un continuo discernimento personale e comunitario per comprendere la direzione verso cui dobbiamo camminare.

TELEFONATE

 

Affidiamo queste questioni e l’impegno che ne deriva per tutti all’intercessione della Vergine Maria che la tradizione cristiana saluta come la vera “Madre di tutti i viventi”. Sia lei ad assisterci e a guidarci.

 

Arrivederci al 23 marzo 2007 con Maria Assunta e Giorgio Arosio.

 
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