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Un
titolo di Avvenire del 26 gennaio scorso ha attirato il mio sguardo e
ogni tanto mi ritorna alla mente: “Cristiani, siamo forse diventati muti?”
Prima di
tutto cercherò di contestualizzarlo, ossia cercherò di dirvi a che cosa
si riferiva, poi cercherò di chiarire perchè mi torna spesso alla mente,
come fosse il ritornello di una canzone.
Queste
parole sono un richiamo del Papa nella celebrazione di chiusura
dell’annuale settimana di preghiera per l’unità dei cristiani dedicata
al tema «Fa sentire i sordi e fa parlare i muti».
Nella
prospettiva cristiana, l’ascolto è prioritario: la chiesa non fa se
stessa, il cristiano non fa se stesso, ma vive della parola creatrice
che viene dalla bocca di Dio e si lascia sorprendere dalla novità, che
mai invecchia e mai si esaurisce, della Parola di Dio; superando la
sordità per quelle parole che non si accordano con i nostri pregiudizi e
le nostre opinioni.
Chi si
pone all’ascolto della Parola di Dio può e deve poi parlare e
trasmetterla agli altri, a coloro che non l’hanno mai ascoltata, o a chi
l’ha sepolta sotto le spine delle preoccupazioni o degli inganni del
mondo.
Nel
corso del suo intervento il Papa si chiede: “Noi cristiani, non siamo
diventati forse troppo muti? Il nostro mondo attende la nostra
testimonianza!”
Se mi
guardo intorno oppure se leggo i giornali mi sento provocare enormemente
da questa espressione: «Cristiani, siamo forse diventati muti?»
Famiglia, DICO, eutanasia, testamento biologico, cellule staminali,
aborto, fecondazione artificiale, selezione embrionale, accanimento
terapeutico: siamo forse diventati muti riguardo a queste problematiche
che ci investono e che interessano anche i nostri figli? Quale futuro
riserviamo loro? In quale società si troveranno a vivere?
I
problemi sul tavolo sono di una delicatezza e di una gravità che
richiedono una responsabilità comunitaria. Noi ce la caveremo, ma i
nostri figli?
La sfida
della bioetica non tocca solo quelli che hanno un problema, tocca la
concezione dell’uomo, quindi tocca tutti.
Dopo il
tentativo fallito della fecondazione artificiale e quello ancora in
corso sull’eutanasia, ora è in corso il tentativo di dare un’altra
picconata alle fondamenta della società attaccando la famiglia, per
sgretolare le basi valoriali su cui è costruita la nostra società e il
nostro vivere comune.
La
famiglia è, infatti, il nucleo fondamentale e fondante dello Stato e il
luogo in cui il rapporto tra le generazioni impone a grandi e piccoli
una continua presa di coscienza sulle cose importanti della vita.
STACCO
“La
famiglia è il nucleo fondamentale della società e dello Stato e come
tale deve essere riconosciuta e protetta” dice
la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 10 dicembre 1948,
articolo 16.
Non si
tratta di parole scritte a caso, senza una attenta e matura riflessione.
Tanto forte è stato il consenso che quella concezione di famiglia, con
le stesse parole, si ritrova in altri atti internazionali e nazionali
della massima importanza.
La
stessa Dichiarazione universale assume un particolare significato se si
considerano le circostanze storiche nella quali fu emanata. Nella prima
metà del secolo scorso i conflitti tra le nazioni erano divenuti
mondiali e nuovi mezzi di distruzione avevano moltiplicato le tragedie,
il sangue e il coinvolgimento delle popolazioni civili. L’idea che la
pace potesse essere garantita solo dall’«equilibrio del terrore» rendeva
angosciante il pensiero del futuro.
Un
documento di tale importanza rende significativo il fatto che vi trovi
spazio anche la famiglia e, ancor di più, che essa sia dichiarata il
nucleo fondamentale della società e dello Stato.
L’assenza o l’indebolimento delle fondamenta di un edificio rendono
instabile o incrinano gravemente l’intera costruzione: dunque, senza la
famiglia viene meno la società e il futuro di uno Stato.
“La
Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio” così si esprime la
Costituzione della Repubblica Italiana, 27 dicembre 1947, articolo 29.
La
famiglia non è un’invenzione storico-sociale, attribuibile a una cultura
e a una determinata epoca, bensì una struttura antropologica
fondamentale e fondante.
Essa non
riguarda soltanto le aspirazioni e le esigenze dei membri della
famiglia, ma riguarda le aspettative di tutti i membri della società.
Per
questo motivo l’atto che fonda la famiglia non è un evento privato; è un
gesto che si colloca in una dimensione pubblica.
Nel
clima storico in cui veniva pensata la nostra Costituzione agiva
l’esperienza dello stato totalitario, che riduceva anche la famiglia a
funzione dello stato, sottraendole precocemente i figli per l’istruzione
paramilitare e politica, imponendole la campagna demografica, spingendo
i celibi al matrimonio per ragioni di carriera. Era però incombente lo
scenario della devastazione della guerra nelle famiglie, private per
anni di padri, mariti, figli andati a combattere.
Tuttavia
alla fine del conflitto, nelle fratture prodotte dalla guerra, la
famiglia si rivelava l’unica risorsa di solidarietà umana e sociale da
cui ripartire per la ricostruzione morale del Paese.
Il
Costituente del 1946-47 aveva ben chiaro che tale delicatissimo compito
poteva essere affidato solo alla famiglia ‘fondata sul matrimonio’; non
dunque ad una mera comunità di affetti, libera da vincoli, secondo il
modello individualistico, oppure ad una cellula generica dello Stato.
STACCO
Solo la
famiglia è quella formazione sociale garantita dalla Costituzione nei
suoi diritti, in quanto strutturata come società naturale fondata sul
matrimonio; al tempo stesso, in virtù di tale struttura, alla famiglia
ed ai suoi componenti è richiesto l’adempimento di determinati obblighi.
Da un
po’ di tempo assistiamo alla solita e ben sperimentata procedura
mediatica di sbattere in prima pagina le situazioni di debolezza umana,
metodo che è sembrato funzionare in altre occasioni: perché negare a
tanti –grandi amori- uno spazio nella società? Poi però, poco alla
volta, la verità viene a galla. I –grandi amori- non sono tanti ma una
ristretta cerchia; si sono rivelati più ‘omo’ che ‘etero’; lo spazio
sociale è fatto solo di diritti e di nessun dovere, nessuna
responsabilità …
C’è un
principio che fonda gli stati e la democrazia ed è un principio assoluto
enunciato nelle prime parole della laicissima Dichiarazione universale
dei diritti dell’uomo: il ‘riconoscimento della uguale dignità di ogni
essere appartenente alla famiglia umana. perché è fondamento della
libertà, della giustizia e della pace nel mondo’.
Si
tratta, dunque, di un valore non negoziabile. Non è un dogma imposto
dalla chiesa. E’ una conquista di tutta la storia e della riflessione
umana in quanto tale.
Non
dovrebbero esserci dubbi, dunque, sul fatto che quando l’antropologia
cristiana si schiera con determinazione e coraggio dalla parte della
vita non difende propri interessi, ma svolge un servizio a favore
dell’uomo, così come quando protesta contro le guerre, parla ed opera
contro la fame nel mondo, assiste i carcerati, invoca l’accoglienza dei
diseredati e degli ultimi, frutto di una passione per l’uomo e per
l’uomo di qualsiasi fede, popolo, razza, lingua.
In
questa prospettiva si colloca anche la questione dei –DICO- e delle
unioni omosessuali.
Che la
famiglia sia un bene per l’uomo, che il matrimonio sia una pubblica
assunzione di responsabilità che trasferisce nella dimensione
dell’interesse pubblico sentimenti e propensioni individuali che
altrimenti resterebbero giustamente nell’ambito della libertà privata
non lo dicono soltanto i cattolici: è affermazione solenne della già
citata Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
La
chiesa, dunque, non difende suoi privilegi, proprietà o potere, ma gioca
tutte le sue energie per l’uomo. Non invoca la forza dello stato per
diffondere la religione, ma offre allo stato, che ha il compito di
proteggere la vita e il bene dell’uomo, le sue risorse di pensiero e di
azione.
Per fare
un tale servizio all’uomo, la chiesa sa di rischiare inimicizie,
incomprensioni, distanze, forse perdita di sostegni economici, persino
aggressioni astiose che puntano direttamente ad allontanare dalle
pratiche religiose e dalla stessa fede porzioni deboli di credenti.
Ma ne va
della vita e del bene dell’uomo e la chiesa, per uno stretto dovere di
amore verso il prossimo, è disposta a rischiare e soffrire. Quando essa
parla non costituisce una indebita ingerenza, ma un aiuto a sviluppare
una coscienza informata, formata e perciò più libera.
In
questi giorni la famiglia sembra sia proprietà privata o brevetto
d’invenzione della chiesa cattolica, perché l’unica voce a sua difesa
viene da questo soggetto, precedente ad ogni altro, essendo al mondo da
duemila anni.
Ma chi
di noi sa che il cristianesimo sopraggiunse quando da dieci secoli il
diritto romano aveva strutturato quella cellula sociale chiamata
famiglia?
Addirittura veniva teorizzata la natura politica della famiglia romana
quasi fosse come ‘uno stato embrionale, un piccolo stato’ evocando un
qualcosa di originario e di pre-statale.
STACCO
Il mese
scorso abbiamo celebrato la giornata per la vita, esattamente la prima
domenica di febbraio, per riaffermare il valore sacro della vita umana
dal primo inizio fino al suo termine naturale e per affermare il diritto
di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene
primario ed insostituibile.
Il
cristiano è chiamato continuamente a mobilitarsi per far fronte ai
molteplici attacchi a cui è esposto il diritto alla vita. In ciò egli sa
di poter contare su motivazioni che hanno profonde radici nella legge
naturale e che quindi possono essere condivise da ogni persona di retta
coscienza.
Se nei
paesi in via di sviluppo sono sempre più forti le pressioni per la
legalizzazione dell’aborto, anche con il ricorso alla liberalizzazione
delle nuove forme di aborto chimico, nello stesso tempo, nei paesi più
sviluppati cresce l’interesse per la biotecnologia più raffinata fino
alla ricerca ossessiva del ‘figlio perfetto’ con la diffusione della
procreazione artificiale e di varie forme di diagnosi embrionali
tendenti ad assicurarne la selezione.
Questo
trova consenso in nome di un presunto ed inesauribile benessere degli
individui e, specie nel mondo economicamente più progredito, si
promuovono leggi per legalizzare l’eutanasia.
In
queste situazioni la coscienza, talora sopraffatta dai mezzi di
pressione collettiva, non dimostra sufficiente vigilanza circa la
gravità dei poteri in gioco (ritorna la provocazione: cristiani, siamo
forse diventati muti?) e il potere dei più forti indebolisce e sembra
paralizzare anche le persone di buona volontà.
Nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post-moderna e segnata
da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della
tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione
di percepire la verità e ci si allontana anche dal gusto della
riflessione. Addirittura, secondo alcuni, per essere libera, la
coscienza individuale dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle
tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione.
Per noi
credenti la vita è il primo dei beni ricevuti da Dio ed è il fondamento
di tutti gli altri; garantire il diritto alla vita a tutti e in maniera
uguale per tutti è dovere dal cui assolvimento dipende il futuro
dell’umanità.
STACCO
La
questione della vita, della famiglia e della loro difesa e promozione
non è prerogativa dei soli cristiani. “Anche se dalla fede riceve luce e
forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira
alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell’umanità. La fedeltà
alla vita della –città di Dio- non impedisce la leale partecipazione
alla costruzione della ‘città degli uomini’, ma pone una esigenza di
unità alla coscienza dei credenti: ‘Nella loro esistenza non possono
esserci due vite parallele: da una parte la vita cosiddetta spirituale,
con i suoi valori e le sue esigenze e dall’altra la vita cosiddetta
‘secolare’, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali,
dell’impegno politico e della cultura” dice il Papa.
Non
possiamo rimanere spettatori, dobbiamo essere i protagonisti di questa
storia che anche noi contribuiamo a costruire: Dio ha bisogno delle
nostre mani, delle nostre capacità di pensiero, della nostra volontà di
argomentare la fede.
Dare
ragione della fede che è in noi non vuol dire solo prendere la Bibbia e
spiegarne un passo, significa dire che noi siamo capaci di dialogare e
di discutere, pronti ad essere negli areopaghi della città, lì dove la
gente si incontra e si scontra.
Ai laici
credenti spetta di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone
sì la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini nel
rispetto di quei valori che non sono negoziabili proprio perché
corrispondono a verità obiettive, universali e uguali per tutti.
Questi
valori sono la vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia
come unione tra uomo e donna fondata sul matrimonio, la cui pecularietà
va difesa rispetto a forme di unioni talora destabilizzanti. Di fronte
alla catastrofe dei figli contesi e abbandonati a se stessi e al mare di
lacrime e di sangue prodotto dalla disgregazione della famiglia, i DICO
rischiano di aggravare la situazione drammatica di denatalità, di
diseducazione, di povertà affettiva dei figli.
STACCO
Per
rispondere alla domanda del Papa: “cristiani siamo forse diventati
muti?” ricordiamo che:
- il
clima di mobilitazione che ha caratterizzato il referendum sulla legge
40 è ancora fresco nella memoria. Allora, in alternativa ad un pensiero
unico imposto dalla grande stampa e persino dalle TV di stato, nacque un
movimento di base fatto di incontri, manifestazioni, giornali locali,
passa parola. Il risultato di quella consultazione dimostrò la
sconcertante distanza del pensiero imperante da quello popolare. Oggi il
problema si ripropone di fronte all’evidente pressing mediatico a senso
unico che usa tutti i mezzi, dall’enfatizzazione dei diritti individuali
alla confusione delle idee, alle indagini demoscopiche, per imporre il
riconoscimento delle unioni di fatto, anche omosessuali e far credere
che questa sia la volontà della gran parte degli italiani.
Ma una
mobilitazione ha bisogno di strumenti di informazione.
A questa
esigenza ha risposto Avvenire con l’inserto settimanale ‘èfamiglia’
che viene pubblicato ogni venerdì. Il primo numero è uscito
nell’imminenza del Natale e da allora continua. Sarebbe bello che tante
famiglie lo leggessero per documentarsi e formarsi nella verità e nella
semplicità pur nella complessità degli argomenti. Noi, ad es, lo
leggiamo e lo mettiamo da parte per poter poi riprendere i temi quando
ne abbiamo la necessità.
Avvenire
poi continua la pubblicazione ogni giovedì di un altro inserto che si
chiama ‘èvita’, inserto che ha visto la luce come formazione in
riferimento alla legge 40. La pubblicazione di questo inserto continua
ancora, presentando tutte le tematiche sulla bioetica, eutanasia
compresa.
- la
seconda possibilità viene dal Forum delle associazioni familiari
che coordina più di 40 associazioni per un totale di oltre 3 milioni di
famiglie. Dopo una lunga gestazione l’assemblea del Forum ha approvato
un documento dal titolo «Sì alla famiglia, la vera priorità sociale».
Più che
un documento di dottrina sociologica e giuridica, si tratta di un vero
e proprio manifesto su cui costruire non una battaglia –contro-
i pacs o le unioni di fatto o i Dico, ma –per- la famiglia che è
il vero elemento di rilevanza pubblica e che ha urgente bisogno di
essere riconosciuta come «cellula primordiale della società, ordinata
all’assolvimento di compiti sociali come la procreazione e l’educazione
dei figli. La giurisprudenza ricorda che il matrimonio è ciò che fa
pubblica la scelta sponsale e chiama su di sé la protezione del diritto
nel mentre si sottomette alle sue regole».
Se la
parola d’ordine è “non contro qualcosa o qualcuno”, come
regolarsi di fronte alle unioni libere, etero ed omosessuali che sono
una realtà, sia pure non nelle proporzioni che ci vengono presentate?
Nessun pregiudizio né indice puntato su scelte autonome ed intime. Ma
“dire che il diritto non deve discriminare” significa evitare che forme
uguali vengano trattate in modo diseguale; ma qui si tratta di forme
disuguali che non possono essere trattate in modo uguale.
Formiamoci leggendo libri e giornali qualificati, ascoltando anche la
nostra Radio Mater perchè la nostra formazione sia continua e
qualificata e ci permetta di acquisire una capacità di giudizio nei
problemi posti dalla biomedicina in materia di sessualità, di vita
nascente, di procreazione, come anche nel modo di trattare e curare i
pazienti e le fasce deboli della società.
Siamo in
una società complessa e questo significa avere la consapevolezza che le
questioni sono ingarbugliate, che a noi è richiesto un continuo
discernimento personale e comunitario per comprendere la direzione verso
cui dobbiamo camminare.
TELEFONATE
Affidiamo queste questioni e l’impegno che ne deriva per tutti
all’intercessione della Vergine Maria che la tradizione cristiana saluta
come la vera “Madre di tutti i viventi”. Sia lei ad assisterci e a
guidarci.
Arrivederci al 23 marzo 2007 con Maria
Assunta e Giorgio Arosio. |