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Dio ti Ama adesso!
Impegno Sociale

19 novembre 2006 - Giornata di Evangelizzazione aperta a tutti

Iniziative varie

presso il Centro di Spiritualità del Santuario di Caravaggio (BG)

 

"Certo ti radunerò tutto, o Giacobbe, certo ti raccoglierò, resto di Israele. Li metterò insieme come pecore in un sicuro recinto, come una mandria in mezzo al pascolo, dove muggisca lontano dagli uomini. Chi ha aperto la breccia li precederà; forzeranno e varcheranno la porta e usciranno per essa; marcerà il loro re innanzi a loro e il Signore sarà alla loro testa" (Michea 2,12-13)

IN ASCOLTO DELLO SPIRITO SANTO

 

TESTIMONI DI GESU’ RISORTO, SPERANZA DEL MONDO

 

Riflessioni sul Convegno ecclesiale di Verona, a cura di Lucia Alessandrini

 

Ho organizzato la mia riflessione sui contenuti del Convegno ecclesiale di Verona intorno a cinque temi, che ritengo siano le indicazioni fondamentali. I testi citati sono in corsivo.

1.      SPERANZA

(dall’intervento di Paola Bignardi) La speranza è la virtù più difficile. Il mondo accetta la nostra fede e chiede la nostra carità. Ma la speranza di un oltre è troppo. Come Paolo ad Atene, siamo derisi non per la nostra fede o carità, ma per la nostra speranza.

Nell’Arena di Verona, sotto le grandi icone dei santi e dei testimoni, il Vescovo di Verona, monsignor Carraro, ha detto: Noi siamo qui perché, per grazia, riteniamo di essere ancora in grado di sperare per tutti (…) poiché non esiste angolo della terra e del cuore che, in qualche modo, non sia toccato dalla grazia divina.

Sempre nell’Arena, durante la Prolusione, il cardinale Tettamanzi ha detto: parliamo non solo di speranza, ma con speranza. E’ proprio questo lo stile del Vaticano II, (…) esplicitato da Paolo VI nell’omelia della Messa di chiusura del Concilio: “Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori sì, perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persona solo richiamo, rispetto, amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette.”

E proseguendo: Chi ha occhi e cuore evangelici vede e gode del numero incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che sono in atto nei più diversi ambiti delle nostre Chiese e nella nostra società. (…) Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi laici che proprio nella vita e nelle attività di ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio – della crescita del Regno di Dio nella storia (Christifideles Laici n. 17).

Possiamo applicare questi tre suggerimenti alla vita dei nostri gruppi:

- sperare per tutti : tutti si devono salvare!

- parlare con speranza: nell’altro vedo il limite, ma anche la grazia di Dio che lo può cambiare!

- avere occhi nuovi per vedere i segni di speranza, il Regno di Dio che va avanti, portato dai piccoli.

Il Concilio è stato spesso citato durante il Convegno; dal cardinale Tettamanzi innanzitutto, che ha ricordato l’origine di questi convegni della Chiesa in Italia: il primo, a Roma nel 1976, aveva lo scopo di verificare lo stato di attuazione delle proposte conciliari in Italia (si disse che lo scopo era: “tradurre il Concilio in italiano”), poi ogni dieci anni (Loreto 1985, Palermo 1995, Verona 2006) si ripete questa riflessione. Anche il Papa ha detto: Questo convegno è una nuova tappa del cammino di attuazione del Vaticano II.

 

2.      TESTIMONIANZA

Si è parlato di quali sono le radici della testimonianza: (don Mosconi, riflessione spirituale) La speranza non riguarda solo il futuro, ma è vivere già ora secondo uno stile di vita che anticipi il futuro. (…) La speranza cristiana è dunque una vita nuova. E questo richiede impegno: non vivete di rendita, lottate per incidere dentro di voi l’affascinante immagine della meta sperata. E’ un lavoro sapienziale… è il “diventare santi” (entrambe le parole sono importanti!) La base è la Parola di Dio, poiché è la Parola assimilata che traccia il nostro stile di vita.

Infatti se la Parola di Dio non arriva nel profondo, essa non cambia il nostro stile di vita, e quindi resta inefficace!

La forza della Parola di Dio è stata anche centrale nell’omelia di Mons. Carraro, che afferma: I destinatari della Parola sono gli eletti di Dio (cfr. 1 Pt 1), che non vuol dire i migliori, ma i chiamati: a una vita nuova, a una identità nuova, fino a scoprirsi stranieri dove vivono. La chiamata comporta infatti una nuova posizione nel mondo… dopo aver incontrato Cristo, non posso mantenere lo stesso stile di vita di prima! Poiché… il Vangelo ci interpella anche sui dettagli, ci inquieta e ci scuote ogni volta che ci adagiamo, ci appassiona e ci seduce. In poche parole: ci salva, ci salva oggi, qui!

E dunque serve conversione (dalla riflessione di don Morando) …una continua conversione nelle relazioni da attuare nelle nostre comunità, alimentati dalla Parola di Dio.

La conversione quindi non è un migliorarsi “da soli”, quanto un cambiamento nelle relazioni con le persone che ci stanno vicine. Quando i nostri gruppi sono in difficoltà, cerchiamo la forza nella Parola di Dio.

(Paola Bignardi) I tempi difficili sono quelli in cui occorre radicarsi nell’essenziale, mettendo qui più in profondità le radici. La prima lettera di Pietro ci invita a ritrovare l’essenziale nel Signore Gesù, la pietra viva che può rendere stabile e forte la nostra stessa esistenza. Anche le comunità in cui viviamo e che qui rappresentiamo hanno bisogno di raccogliersi sull’essenziale, riesprimendone il cuore, cioè l’amore pasquale di Cristo.

Dunque nei tempi di crisi, anche nei nostri gruppi non cerchiamo tante cose, ma cerchiamo di mettere radici più profonde in quello che è essenziale.

Don Brambilla, nella sua relazione, parla dell’importanza della vita spirituale delle persone: …per le nostre comunità, è la sfida di generare l’uomo nuovo, di presentare, come facevano i Padri della Chiesa, la vita cristiana come partecipazione alla vita stessa di Dio. … Da questo nasce la testimonianza, che prima di tutto non è un impegno, ma un “esercizio di cristianesimo”: ovvero, l’agire del cristiano non come un mettere in pratica quello che si sa in teoria, ma come il far interagire le forme pratiche della vita con il lievito del Vangelo.

Da tutte queste radici profonde nasce la testimonianza, in un continuo scambio fra vita e Vangelo.

 

Anche il Papa ha toccato questo tema nel suo discorso: La resurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, ma è il suo salto decisivo per Lui, ma con Lui anche noi, e tutto l’universo … è una nuova dimensione della vita e della realtà, che ci raggiunge col Battesimo… con essa cambia la mia identità essenziale: sono io, ma non più io.

 

3.      L’UOMO

Il cardinale Ruini ha citato una frase del Papa alla CEI: Non lavoriamo per l’interesse cattolico, ma sempre per l’uomo, creatura di Dio.

La Chiesa italiana ha messo al centro l’interesse per l’uomo, perché l’uomo è la via della Chiesa: la questione antropologica è, in parole povere, rispondere alla domanda: chi è l’uomo (ovvero la persona umana)?

Il Papa nel suo discorso a Verona ha parlato della ragione e dell’intelligenza dell’uomo, ma ha anche aggiunto: l’uomo non è solo quello, ogni uomo porta dentro di sé, iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere amato e di riamare. E qui dobbiamo annunciare e testimoniare che “Dio è amore”.

E ha aggiunto, parlando della evangelizzazione: La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria.

Rinnovamento, vuoi essere missionario come lo è stata la prima comunità cristiana? Ecco il suggerimento del Papa: mettere insieme una fede amica dell’intelligenza, una fede che pensa, e una vita di amore reciproco e attenzione ai poveri e ai sofferenti; questo ci garantisce l’efficacia dell’evangelizzazione, perché è ciò che il mondo va cercando.

Ma, come dice don Brambilla, l’immagine dell’uomo per noi non è astratta, riguarda la vita concreta delle persone. Ecco perché a Verona il discernimento comunitario è entrato nel concreto della vita umana (I care, avrebbe detto don Milani, mi interessa, perché tutto ciò che riguarda l’uomo, poiché ha interessato Dio, interessa anche a me). Elenchiamo alcuni temi, per accenni:

a)      si è parlato della carità, dei poveri, degli immigrati soprattutto:

(suor A.C. Grigolini) Come riportare l’uomo a Dio? C’è una sola via da percorrere: una via che non segue i criteri dell’efficienza umana, ma è una via semplice, umile … è la via dell’amore, il Vangelo proclamato con la vita, “sine glossa” … Facciamo entrare i poveri nella nostra vita!

Parlando dei poveri, in particolare degli immigrati, si è ricordato san Zeno, vescovo e patrono di Verona, migrante nero e missionario anche lui, che è stato accolto nella nostra terra e vi ha portato la fede. Dice don Morando: I tanti missionari partiti da Verona per annunciare il vangelo in Africa, hanno sempre avuto coscienza di restituire un dono che in tempi lontani era stato loro offerto. Proprio san Zeno ricordava che “l’edificio spirituale” si costruisce chiamando a raccolta tutti e che, senza i carismi di tutti, non si realizza la chiamata del popolo di Dio ad annunciare le sue meraviglie. Ma in particolare faceva appello ai poveri: “ Esultate poveri: per merito vostro e in voi diviene più grande la casa di Dio. Infatti siete uguali a tutti, e tutte le misure superate con la grandezza della vostra schiera”.

b)      La vita pubblica, la politica, l’impegno sociale.

Il Papa ha ripreso alla lettera la sua enciclica “Deus caritas est”: “La Chiesa non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contenuto specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta a essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali … qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo.”

E il card. Ruini, citando il discorso del Papa, ha proseguito così: “Abbiamo dunque tutti i motivi per proseguire su questa via, non coinvolgendoci in scelte di partito o di schieramento politico e operando invece perché i fondamentali principi richiamati dalla dottrina sociale della Chiesa e conformi all’autentica realtà dell’uomo innervino e sostengano la vita della nostra società. … Il senso del nostro impegno di cattolici italiani va dunque, prima che a fermare quei cambiamenti che appaiono negativi per il paese, a mantenere viva e possibilmente a potenziare quella riserva di energie morali di cui l’Italia ha bisogno”. Ecco, in questa ultima frase, un compito specifico e importante anche per il Rinnovamento!

Infine, dalla relazione di Savino Pezzotta: “L’impegno politico e la cura dalla città restano le forme più alte di carità; altrettanto forte però dev’essere la convinzione che la politica non si esercita solo nei luoghi della rappresentanza politica o nelle Istituzioni. La carità in politica si esercita nella cura della città, ma anche nell’amorevolezza verso le persone, verso la famiglia, verso i poveri e i deboli. È nell’impegno sociale, nella creazione di legami e azioni solidali e di cura, che si esercita quella tenerezza che allena alla pratica del governo e crea le condizioni per la formazione di una classe dirigente attenta e responsabile verso le persone e la comunità. Sono convinto che un forte impegno sociale può aiutare a frenare la disaffezione alla partecipazione socio-politica e limitare le cooptazioni tra élites.

Occorre che i vari raggruppamenti ecclesiali, movimenti o associazioni, recuperino un forte spirito ecclesiale e una capacità di agire insieme per rendere più efficace l’esercizio delle “opere di misericordia”, per incontrare gli uomini che sperano, soffrono e si battono per un mondo migliore, per rendere testimonianza del Vangelo.

L’unità dei cristiani non si realizza in politica, ma nell’essere Chiesa e pertanto nel vivere il rapporto con i Vescovi, i presbiteri, i religiosi e le religiose e con la comunità cristiana in forte e profonda comunione. … La situazione d’impegno politico “plurale” dei cristiani interpella la comunità cristiana che è chiamata a creare i luoghi del discernimento e dell’educazione all’impegno sociale e politico.

c)      La cultura

(solo un accenno, dalla relazione del Prof. Ornaghi) La cultura deve saper afferrare, interpretare, orientare l’essenziale … e inoltre alimentare le “visioni” per la costruzione del futuro.

La cultura quindi non è sapere “tante” cose, ma riuscire fra le tante cose e informazioni a cogliere l’essenziale, poi saperlo interpretare, e quindi “portarlo a buon fine”.

d)     Gli ambiti

A Verona abbiamo lavorato in gruppi, a lungo, sui seguenti temi: fragilità, vita affettiva, tradizione, cittadinanza, lavoro e festa. Alcuni contenuti sono riportati in appendice, nella relazione a Caravaggio è stato invece descritto il metodo di lavoro usato a Verona (il discernimento comunitario).

 

4.      I LAICI

Mons. Monari aveva detto che uno degli scopi del convegno di Verona era che la Chiesa avesse di sé una immagine più corretta, più piena, più completa. Questo si è verificato in particolare nell’aver riflettuto sul ruolo dei laici.

Don Brambilla nella sua relazione è partito dalla Prima Lettera di Pietro “Stringendovi a Lui, pietra viva… anche voi siete edificati come pietre vive” (1Pt 2,4); qui la Chiesa è vista come un edificio, una grande cattedrale: è una Chiesa “corale e sinfonica” … . Si profila al nostro orizzonte un tempo dove la Chiesa o sarà la comunità dei molti carismi, servizi e missioni, o non esisterà semplicemente. … Il laico deve stare attento al pericolo della burocrazia ecclesiastica e, al contrario, deve promuovere la corrente viva della pastorale d’insieme, della lettura dei segni nuovi della vita della Chiesa, … deve aprire strade nuove con passione evangelica.

Paola Bignardi: l’evangelizzazione è portare il Vangelo nei luoghi della vita, soprattutto in quelli che oggi più difficilmente sono raggiunti dall’azione della comunità ecclesiale; per far questo, la Chiesa ha bisogno dei laici.

E prosegue parlando di laici con una forte spiritualità: Alla comunità cristiana i laici oggi chiedono che questa loro esperienza spirituale sia non solo riconosciuta, ma valorizzata come dono che è di tutta la comunità. Alla comunità chiediamo che dia valore alla nostra vocazione non solo quando ci impegniamo come catechisti, o animatori, o operatori della pastorale, ma che riconosca innanzitutto il valore della nostra fede spesa nelle situazioni di ogni giorno, quando solo Dio è testimone della nostra azione per costruire il Regno e quando il nostro impegnarci non contribuisce direttamente a sostenere le iniziative pastorali della comunità. Vorremmo che questa nostra esperienza potesse trovare voce e che nelle nostre parrocchie ci fosse spazio per i racconti della missione nella vita quotidiana, sull’esempio di ciò che facevano i discepoli, che tornando dalla missione cui erano stati inviati, raccontavano ciò che avevano vissuto.

E con una formazione tipicamente laicale: cammini formativi non strumentali o finalizzati a cose da fare, ma radicati nella forza della Parola di Dio e del magistero della Chiesa; capaci di esplorare nel dialogo e in una comunicazione circolare le strade appassionanti e mai scontate del rapporto tra la vita e la fede; aperti a diventare occasioni di discernimento, in cui insieme si cerca di capire come essere fedeli contemporaneamente al Vangelo e alla concretezza dell’esistenza quotidiana con le sue responsabilità; in cui insieme si affrontano i temi dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza nel mondo, veri problemi di cui nessuno ha la soluzione e che necessitano di dialogo, di confronto, di ricerca (cfr LG 37). Così la formazione potrà essere momento di sintesi fra l’impegno pastorale e il discernimento culturale, evitando di proporsi solo come catechesi dottrinale e astratta.

Sul tema dei laici si sono espressi ampiamente anche i cardinali Tettamanzi e Ruini.

(Tettamanzi) Il nostro convegno è chiamato qui a dire una parola, molto attesa e doverosa, sui laici e sul laicato. Ricordo cosa diceva già 20 anni fa la Christifideles Laici: E’ venuta l’ora nella quale la splendida teoria sul laicato espressa dal Concilio possa diventare una autentica prassi ecclesiale. E l’ora è aperta, conserva tutta la sua urgenza, ma va accelerata… secondo la triade: comunione, collaborazione, corresponsabilità.

Sulla stessa linea anche il cardinale Ruini, che ha parlato della necessità della formazione (profonda, nutrita di preghiera, attrezzata anche culturalmente), della comunione, e della necessità di realizzare spazi di corresponsabilità.

 

5.      GLI OBIETTIVI DEL DOPO-CONVEGNO.

Sono stati delineati dal card. Ruini nel suo intervento finale, e sono di particolare importanza per il Rinnovamento. Innanzitutto ha richiamato una frase del Papa: Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento nella storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte dell’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo diritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio, e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini.

E dunque:

-  Riproporre a tutti la santità come obiettivo, in particolare curando  l’adorazione, la lode, la gratitudine, la gratuità, la contemplazione, … evitando di pianificare troppo e di lasciar prevalere gli aspetti organizzativi su quelli spirituali.

-          La conversione pastorale: dire no all’auto-referenzialità e al ripiegamento su di sé, dire sì all’attenzione alle persone e alle famiglie, all’ascolto e alle relazioni interpersonali; non stare ad aspettare la gente, ma andare noi da loro, e soprattutto entrare nella loro vita concreta e quotidiana… fare cioè una pastorale integrata.

-          La valorizzazione e la formazione dei laici; ai confratelli sacerdoti ha chiesto di far crescere la maturità della fede, la coscienza missionaria e la partecipazione ecclesiale dei laici, con spazi e momenti di corresponsabilità. Per questo serve la collaborazione delle associazioni laicali.

-          Una seconda fase del progetto culturale, che ha chiamato “allargare gli spazi della razionalità” come il Papa ha spiegato nel suo discorso, cioè mettere in luce e approfondire il legame fra fede cristiana e ragione autentica (confronta anche il discorso del Papa a Regensburg). Tutto ciò nella linea del “sì all’uomo”, come ha detto il Papa nel suo discorso: la testimonianza multiforme deve far emergere soprattutto quel grande sì che, in Gesù, Dio ha detto all’uomo… i cristiani riconoscono e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la democrazia.

-          Aumentare la sollecitudine per i più poveri e per i sofferenti: l’esercizio della carità è, anche per i giovani, un tirocinio prezioso che irrobustisce la persona e la rende più libera e più idonea a un duraturo dono di sé.

 

6. CONCLUSIONE

Per concludere, citiamo due passaggi dell’omelia del Papa nella S. Messa celebrata allo stadio: Cristo viene oggi, in questo moderno areopago, per effondere il suo Spirito sulla Chiesa che è in Italia, perché, ravvivata dal soffio di una nuova Pentecoste, sappia “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” … In questi giorni del Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa che è in Italia, obbedendo al comando del Signore risorto, si è radunata, ha rivissuto l’esperienza originaria del Cenacolo, per ricevere nuovamente il dono dall’Alto. Ora, consacrati dalla sua unzione, andate! Portate il lieto annuncio ai poveri, fasciate le piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate l’anno di misericordia del Signore (Is 61, 1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli antichi ruderi, restaurate le città desolate (Is 61, 4). Sono tante le situazioni difficili che attendono un intervento risolutore! Portate nel mondo la speranza di Dio, che è Cristo Signore, il quale è risorto dai morti, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

APPENDICE: I lavori degli ambiti

 

Introduzione

            La Chiesa a Verona ha lavorato con il metodo del discernimento ecclesiale; questo è, si può dire, un modo più ampio di considerare il classico metodo del “vedere, giudicare, agire”. Esso è stato applicato in particolare nei cinque ambiti riguardanti la vita delle persone “concrete”: Vita affettiva, Lavoro e festa, Fragilità, Tradizione, Cittadinanza.

            Già nella Traccia preparatoria, tutti i membri della Chiesa venivano invitati a riflettere e approfondire non solo il tema generale, e cioè che Cristo, poiché è risorto, è la speranza del mondo, e che noi ne siamo e ne dobbiamo essere i testimoni, ma anche gli ambiti concreti in cui riconosce la speranza portata da Cristo, e in cui testimoniare la forza della sua resurrezione.

            Questi settori non corrispondono, in generale, ad altrettanti settori classici dell’azione pastorale: catechesi, cura dei giovani, attenzione alle famiglie, pastorale dei malati, dei migranti, carità, … E mentre il più delle volte finora il nostro discorso ecclesiale  era partito proprio da queste suddivisioni interne, dai vari uffici che si occupano di questo o quel settore (così era stato anche nell’ultimo Convegno Ecclesiale, quello di Palermo), per il Convegno di Verona gli organizzatori hanno scelto una strada nuova: considerare ambiti “trasversali”.

            Lo scopo è quello di incidere poi sull’azione pastorale concreta delle nostre parrocchie e dei nostri movimenti: una pastorale integrata, o di insieme, al posto di una pastorale di settore sembra essere una risposta migliore alla complessità del vivere delle persone di oggi.

            L’altra scelta importante è stata quella di ampliare il discernimento in modo capillare: tutte le diocesi, nel loro lavoro preparatorio, hanno affrontato e discusso sui cinque ambiti, stimolate anche da precise domande; questa riflessione è stata poi esplicitata in un documento.

            Prima del Convegno tali documenti sono stati esaminati dai relatori di ambito, in modo da fare confluire il sentire  di tutte le diocesi di Italia. È tempo di spiegare brevemente come abbiamo lavorato su ogni  ambito a Verona (io mi sono occupata di uno dei sei sottogruppi dell’ambito “Lavoro e festa”). Tutto il materiale proveniente da ogni diocesi d’Italia, dalle regioni ecclesiastiche, da associazioni e movimenti  e da singole persone qualificate è giunto al relatore  di ambito, il quale l’ha esaminato, insieme all’altrettanto corposo materiale proveniente dai convegni preparatori, in particolare dai cinque grandi incontri che si sono svolti nel 2005/06 in varie zone d’Italia. Compito del relatore è stato filtrare questo sentire della Chiesa italiana su un dato tema, far emergere le consonanze, le problematiche più acute, i segni di speranza, le testimonianze significative, mediante anche la sua competenza ed esperienza professionale. 

            E finalmente, dulcis in fundo, siamo arrivati a Verona, momento centrale del discernimento comunitario: perché lì eravamo stati convocati dallo Spirito, lì eravamo insieme da tutte le regioni d’Italia, da tutte le Associazioni e movimenti, con tutti i nostri pastori: eravamo sicuri che a Verona lo Spirito avrebbe fatto fare altri passi avanti alla nostra opera di discernimento. Ad esso erano stati riservate ben tre mezze giornate: lavori intensi, dialoghi serrati, in gruppi di 70/80 persone. Le relazioni dei vari gruppi (sei per ogni ambito) sono confluite nelle “Sintesi degli ambiti”, di cui riportiamo qui alcuni stralci.

            Dunque il lavoro è stato molto, la soddisfazione ancora maggiore: ora non ci resta che portare nel concreto tante importanti intuizioni!

 

Vita affettiva

(…) Per quanto riguarda la riflessione sull’esperienza, i gruppi hanno sottolineato sia gli aspetti di rischio e fragilità, sia gli aspetti di risorsa e potenzialità della vita affettiva.

(…) Ricorrente è l’espressione “analfabetismo affettivo” per significare lo stato di immaturità personale diffuso in particolare tra adolescenti, ma anche tra giovani o adulti, in difficoltà ad assumersi impegni e responsabilità, in particolare quando devono compiere scelte che richiamano il “per sempre”, peraltro elemento costitutivo dell’amore.

(…) La speranza nella vita affettiva è messa alla prova anche da numerose sofferenze e dolori che vanno dalle gravi crisi o dai fallimenti delle relazioni familiari alla solitudine degli anziani, a condizioni di povertà strutturale (precarietà lavorativa, immigrazione ed emergenze) che paralizzano la progettualità affettiva. A fronte di questi aspetti problematici della vita affettiva, si registra però un profondo bisogno di relazioni autentiche e una volontà e desiderio di vivere legami e amicizie significative.

(…) Dentro l’affettività c’è un bene irrinunciabile per il soggetto umano, un bene da liberare, da fare emergere, da educare. Si tratta di un cammino da compiere per tutta la vita, che esige gradualità, ma nello stesso tempo punta in alto, alla qualità propriamente umana e dunque divina dell’affettività.

(…) In questa prospettiva, la vita affettiva, anche se fragile, e proprio attraverso la propria fragilità, rimane valore. Ciò vale in particolare per la famiglia che è stata da molti sottolineata come luogo per eccellenza generativo di affetti: ogni suo componente impara in essa gradualmente a vivere le relazioni negli errori come nelle esperienze riuscite.

(…) Se la famiglia è luogo privilegiato dell’esperienza affettiva, essa è e deve essere anche soggetto centrale di vita ecclesiale e ciò richiede che ad essa sia dato spazio e responsabilità nel rispetto di tempi, esigenze e fasi del suo ciclo di vita.

Si è sottolineata anche la necessità e l’urgenza che le famiglie sempre in maggior numero si associno tra loro proponendosi come testimonianza di solidarietà interna e sostegno reciproco e diventino erogatrici di servizi per le altre famiglie in una reale attuazione del principio di sussidiarietà.

 

Lavoro e festa

            Tutti i gruppi, pur con differenti accentuazioni, per un verso sottolineano il carattere plurale, addirittura “ambiguo”, del tema del lavoro e, dunque, la necessità di una “visione realistica” dei cambiamenti intercorsi nella società italiana; per altro verso segnalano la perdita di significato dell’esperienza della festa.

(…) Per esemplificare, i problemi riguardano, nel caso del lavoro, la sua fragilità: il lavoro che non c’è o che non è consono alla dignità della persona; il difficile rapporto tra lavoro e famiglia, la questione del lavoro femminile e delle attività svolte dalle donne in casa e fuori casa; la disoccupazione, specialmente giovanile; il divario territoriale: “il lavoro che manca al sud e i lavoratori che mancano al nord”; le esperienze drammatiche del lavoro nero, dello sfruttamento, la presenza della malavita organizzata, fino a vere e proprie “strutture di peccato”, da riconoscere e combattere; il lavoro come modalità decisiva di promozione della cittadinanza, ad esempio nel caso degli immigrati; la molteplicità delle forme di produzione, nella consapevolezza che oggi è sempre più necessario “agire sui modelli organizzativi del fare impresa”.

Analogamente sono tanti i “punti nevralgici” relativi alla festa. Essa è “un bisogno, prima che un dovere”; è un evento che perviene alla comunità, e che non è “solo quando finisce il lavoro, ma anche quando nasce un bambino, quando s’inau­gura un’opera, ecc.”; ciò nonostante s’impone oggi una sua deriva individualistica e consumistica.

(…) Riflettendo su come la comunità cristiana vive oggi queste problematiche sono emersi soprattutto tre punti.

  1. Anzitutto vi è l’esigenza di un effettivo recupero della Dottrina Sociale della Chiesa, come via per superare la scarsa attenzione che la comunità cristiana, nelle sue diocesi e nelle sue parrocchie, sembra dimostrare nei confronti del mondo del lavoro. (…)
  2. In secondo luogo, questo recupero si collega a una vera e propria voglia di uscire fuori dalle parrocchie, di produrre una “pastorale più missionaria”, di “sporcarsi le mani”, come viene detto. In una parola: di “portare fuori la speranza”. (…)
  3. Infine, prospettiva comune dei vari gruppi è l’indicazione che questa testimonianza è compito primario dei laici. Essi infatti sono chiamati a vivere quotidianamente i problemi del mondo alla luce del Vangelo. (…)

 

Fragilità

(…) I gruppi hanno sottolineato alcuni atteggiamenti, o stili, ritenuti indispensabili per “relazionarsi” con le persone fragili e per farsi, per così dire, illuminare dall’alta dignità di ognuna: la vicinanza (che accomuna e “converte”); l’impegno particolare nell’attenzione e nella cura personali (il saper “stare in compagnia”); la ricerca della verità, della riconciliazione e del perdono; un servizio generoso, amorevole, umile ma competente, appassionato, nel vicendevole sostegno alla scuola della vita; la sobrietà e l’essenzialità nell’uso della ricchezza (segnatamente da parte di presbiteri e vescovi); l’assunzione da parte delle comunità ecclesiali, in quanto tali, e non da singoli loro settori, dell’ascolto come naturale habitus per la vera condivisione nel quotidiano.

(…) Sono emerse specifiche linee – guida e proposte concrete di “ministero di umanità di condivisione”, tra cui:

        il riconoscimento del valore e dello straordinario rilievo attuale, tra i ministeri, del Diaconato, “per il” e “nel” servizio alle persone fragili, con invito al suo pieno impiego;

        il sostegno e la valorizzazione capillari delle forme e strutture di promozione della vita dal concepimento al suo termine naturale, in particolare verso le età più vulnerabili;

        il sostegno massimo alle famiglie ed alle reti di famiglie, in luoghi e prassi che ne accompagnino non solo il sorgere, ma anche l’alimentarsi e rinnovarsi quotidiano;

        la diffusione e promozione della cultura dell’accoglienza, nelle specifiche forme dell’affidamento eterofamiliare (e del sostegno stabile alle famiglie accoglienti) e di “scuole di carità” (per associazioni, gruppi e movimenti, oltre che di operatori della cosiddetta pastorale “della strada e del marciapiede”) (…).

 

Tradizione

La riflessione predominante e condivisa, come punto di partenza, nelle sintesi provenienti dai gruppi di studio sulla tradizione, è che quest’ultima va sempre concepita ad un duplice livello: come il deposito della fede e insieme come la stessa esperienza della vita cristiana.

(…) Il soggetto della tradizione cristiana – come da più parti è stato ribadito – è la comunità ecclesiale nel suo insieme, innanzitutto a partire dall’ascolto della Parola di Dio: è solo in tale ascolto, infatti, che si possono valorizzare tutte le molteplici vocazioni e tutte le concrete condizioni attraverso le quali la fede può essere trasmessa, in dialogo efficace con tutti. Da questo punto di vista è costante il richiamo al ruolo primario e insostituibile della famiglia nella generazione e nell’educazione alla fede: un ruolo da recuperare e sostenere in maniera sempre più decisa in un momento storico in cui essa appare indebolita al suo interno (lo scollamento tra le generazioni) ma anche nella sua funzione sociale, con la conseguente crisi di comunicazione dei valori essenziali per le giovani generazioni.

(…) È proprio il tema dell’educazione ad emergere come una sorta di filo conduttore (pur attraverso flessioni e accenti differenziati) lungo tutto il lavoro di riflessione e di valutazione sull’esperienza, compiuto nei diversi gruppi di studio sulla tradizione.

 (…) Le proposte riguardanti direttamente la problematica della tradizione sono concordi nella richiesta di valorizzare e di sostenere l’impegno educativo dei laici cristiani nella scuola e nell’Università, come luoghi in cui si incrociano in maniera trasversale tutte le dimensioni della vita umana. Tale sostegno passa attraverso una cura più organica e sistematica della formazione degli educatori, non solo in senso professionale e tecnico, ma anche più profondamente “spirituale”.

 

Cittadinanza

(…) Costante ed indefesso è il richiamo ad un’attenzione prioritaria agli ultimi, a coloro che fanno fatica, ad una strenua partnership al fianco delle loro battaglie per una piena inclusione nel regime civile di diritti, doveri ed opportunità.

Visto il tema dell’ambito e la pressione dell’attualità, la attenzione di pressoché tutti i gruppi si è concentrata sulla questione della presenza di amici ed amiche stranieri in cui riconosciamo una presenza nuova, che non manca di porre problemi anche seri, e che sappiamo potersi trasformare pienamente in una opportunità vitale per i nostri cuori e le nostre Chiese, e non meno per le nostre città, attraverso un percorso di dialogo, di rispetto, di corresponsabilità nella laicità dello stato e nel riconoscimento delle istanze del diritto naturale. Un cambiamento si chiede alle politiche pubbliche in questo campo.

(…) Non si può non registrare che gli atti dei lavori di gruppo ci testimoniano che i cattolici italiani hanno ancora una grande passione per la politica, vogliono fare politica, sentono l’esigenza di colmare così un vuoto grave tra fede e vita.

(…) Dai gruppi proviene uno sguardo dal respiro assai ampio. Innanzitutto, la passione politica non mette in dubbio che il “luogo dell’unità dei cristiani è la Chiesa e non la politica”, né fa chiudere gli occhi di fronte ad una tendenza di riflusso nel privato che non risparmia lo stesso tessuto ecclesiale. Inoltre, è riconosciuto e difeso come non transeunte il valore dell’impegno prepolitico, ma non è idealizzato né da solo certo appaga la passione e la responsabilità civile di chi ha preso la parola, anche quando si ricorda con soddisfazione che “le nostre esperienze ecclesiali rappresentano spesso la punta avanzata delle risposte che la società civile sta elaborando”.

L’attenzione è protesa verso nuovi modelli culturali e organizzativi che l’impegno politico richiede oggi, rispetto al passato, a tutti e non solo ai cattolici.

 
 
 
 
 
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