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Riflessioni sul Convegno ecclesiale di Verona, a cura di
Lucia Alessandrini
Ho
organizzato la mia riflessione sui contenuti del Convegno ecclesiale di
Verona intorno a cinque temi, che ritengo siano le indicazioni
fondamentali. I testi citati sono in corsivo.
1.
SPERANZA
(dall’intervento di Paola Bignardi) La speranza è la
virtù più difficile. Il mondo accetta la nostra fede e chiede la nostra
carità. Ma la speranza di un oltre è troppo. Come Paolo ad Atene, siamo
derisi non per la nostra fede o carità, ma per la nostra speranza.
Nell’Arena di Verona, sotto le grandi icone dei santi e
dei testimoni, il Vescovo di Verona, monsignor Carraro, ha detto:
Noi siamo qui perché, per grazia, riteniamo di essere
ancora in grado di sperare per tutti (…) poiché non esiste angolo della
terra e del cuore che, in qualche modo, non sia toccato dalla grazia
divina.
Sempre nell’Arena, durante la Prolusione, il cardinale
Tettamanzi ha detto: parliamo non solo di speranza, ma con speranza.
E’ proprio questo lo stile del Vaticano II, (…)
esplicitato da Paolo VI nell’omelia della Messa di chiusura del
Concilio: “Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal
Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori sì, perché ciò
esige la carità, non meno che la verità; ma per le persona solo
richiamo, rispetto, amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti
rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal
Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo
rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni
purificate e benedette.”
E
proseguendo: Chi ha occhi e cuore evangelici vede e gode del numero
incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che
sono in atto nei più diversi ambiti delle nostre Chiese e nella nostra
società. (…) Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario
meraviglioso: quello di tantissimi laici che proprio nella vita e nelle
attività di ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi,
sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono
gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli
artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio –
della crescita del Regno di Dio nella storia (Christifideles Laici
n. 17).
Possiamo
applicare questi tre suggerimenti alla vita dei nostri gruppi:
-
sperare per tutti : tutti si devono salvare!
-
parlare con speranza: nell’altro vedo il limite, ma anche la grazia di
Dio che lo può cambiare!
- avere
occhi nuovi per vedere i segni di speranza, il Regno di Dio che va
avanti, portato dai piccoli.
Il Concilio è stato spesso citato durante il Convegno;
dal cardinale Tettamanzi innanzitutto, che ha ricordato l’origine di
questi convegni della Chiesa in Italia: il primo, a Roma nel 1976, aveva
lo scopo di verificare lo stato di attuazione delle proposte conciliari
in Italia (si disse che lo scopo era: “tradurre il Concilio in
italiano”), poi ogni dieci anni (Loreto 1985, Palermo 1995, Verona 2006)
si ripete questa riflessione. Anche il Papa ha detto:
Questo convegno è una nuova tappa del cammino di
attuazione del Vaticano II.
2.
TESTIMONIANZA
Si è parlato di quali sono le radici della testimonianza:
(don Mosconi, riflessione spirituale) La
speranza non riguarda solo il futuro, ma è vivere già ora secondo uno
stile di vita che anticipi il futuro. (…) La speranza cristiana è dunque
una vita nuova. E questo richiede impegno: non vivete di rendita,
lottate per incidere dentro di voi l’affascinante immagine della meta
sperata. E’ un lavoro sapienziale… è il “diventare santi” (entrambe le
parole sono importanti!) La base è la Parola di Dio, poiché è la Parola
assimilata che traccia il nostro stile di vita.
Infatti se la Parola di Dio non arriva nel profondo, essa
non cambia il nostro stile di vita, e quindi resta inefficace!
La forza della Parola di Dio è stata anche centrale
nell’omelia di Mons. Carraro, che afferma: I
destinatari della Parola sono gli eletti di Dio (cfr. 1 Pt 1), che non
vuol dire i migliori, ma i chiamati: a una vita nuova, a una identità
nuova, fino a scoprirsi stranieri dove vivono. La chiamata comporta
infatti una nuova posizione nel mondo… dopo aver incontrato Cristo, non
posso mantenere lo stesso stile di vita di prima! Poiché… il Vangelo ci
interpella anche sui dettagli, ci inquieta e ci scuote ogni volta che ci
adagiamo, ci appassiona e ci seduce. In poche parole: ci salva, ci salva
oggi, qui!
E dunque serve conversione (dalla riflessione di don
Morando) …una continua conversione nelle relazioni da attuare nelle
nostre comunità, alimentati dalla Parola di Dio.
La conversione quindi non è un
migliorarsi “da soli”, quanto un cambiamento nelle relazioni con le
persone che ci stanno vicine. Quando i nostri gruppi sono in difficoltà,
cerchiamo la forza nella Parola di Dio.
(Paola Bignardi) I tempi
difficili sono quelli in cui occorre radicarsi nell’essenziale, mettendo
qui più in profondità le radici. La prima lettera di Pietro ci invita a
ritrovare l’essenziale nel Signore Gesù, la pietra viva che può rendere
stabile e forte la nostra stessa esistenza. Anche le comunità in cui
viviamo e che qui rappresentiamo hanno bisogno di raccogliersi
sull’essenziale, riesprimendone il cuore, cioè l’amore pasquale di
Cristo.
Dunque
nei tempi di crisi, anche nei nostri gruppi non cerchiamo tante cose, ma
cerchiamo di mettere radici più profonde in quello che è essenziale.
Don Brambilla, nella sua relazione, parla dell’importanza
della vita spirituale delle persone: …per le
nostre comunità, è la sfida di generare l’uomo nuovo, di presentare,
come facevano i Padri della Chiesa, la vita cristiana come
partecipazione alla vita stessa di Dio. … Da questo nasce la
testimonianza, che prima di tutto non è un impegno, ma un “esercizio di
cristianesimo”: ovvero, l’agire del cristiano non come un mettere in
pratica quello che si sa in teoria, ma come il far interagire le forme
pratiche della vita con il lievito del Vangelo.
Da tutte queste radici profonde
nasce la testimonianza, in un continuo scambio fra vita e Vangelo.
Anche il
Papa ha toccato questo tema nel suo discorso:
La resurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, ma è il suo
salto decisivo per Lui, ma con Lui anche noi, e tutto l’universo … è una
nuova dimensione della vita e della realtà, che ci raggiunge col
Battesimo… con essa cambia la mia identità essenziale: sono io, ma non
più io.
3.
L’UOMO
Il cardinale Ruini ha citato una frase del Papa alla CEI:
Non lavoriamo per l’interesse cattolico, ma
sempre per l’uomo, creatura di Dio.
La Chiesa italiana ha messo al
centro l’interesse per l’uomo, perché l’uomo è la via della Chiesa: la
questione antropologica è, in parole povere, rispondere alla domanda:
chi è l’uomo (ovvero la persona umana)?
Il Papa nel suo discorso a Verona ha parlato della
ragione e dell’intelligenza dell’uomo, ma ha anche aggiunto:
l’uomo non è solo quello, ogni uomo porta dentro di sé,
iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere
amato e di riamare. E qui dobbiamo annunciare e testimoniare che “Dio è
amore”.
E ha
aggiunto, parlando della evangelizzazione: La
forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una
fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata
dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai
sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria.
Rinnovamento, vuoi essere
missionario come lo è stata la prima comunità cristiana? Ecco il
suggerimento del Papa: mettere insieme una fede amica dell’intelligenza,
una fede che pensa, e una vita di amore reciproco e attenzione ai poveri
e ai sofferenti; questo ci garantisce l’efficacia dell’evangelizzazione,
perché è ciò che il mondo va cercando.
Ma, come dice don Brambilla,
l’immagine dell’uomo per noi non è astratta, riguarda la vita concreta
delle persone. Ecco perché a Verona il discernimento comunitario è
entrato nel concreto della vita umana (I care, avrebbe detto don Milani,
mi interessa, perché tutto ciò che riguarda l’uomo, poiché ha
interessato Dio, interessa anche a me). Elenchiamo alcuni temi, per
accenni:
a)
si è parlato della carità, dei poveri,
degli immigrati soprattutto:
(suor
A.C. Grigolini) Come riportare l’uomo a Dio?
C’è una sola via da percorrere: una via che non segue i criteri
dell’efficienza umana, ma è una via semplice, umile … è la via
dell’amore, il Vangelo proclamato con la vita, “sine glossa” … Facciamo
entrare i poveri nella nostra vita!
Parlando dei poveri, in particolare degli immigrati, si è
ricordato san Zeno, vescovo e patrono di Verona, migrante nero e
missionario anche lui, che è stato accolto nella nostra terra e vi ha
portato la fede. Dice don Morando: I tanti
missionari partiti da Verona per annunciare il vangelo in Africa, hanno
sempre avuto coscienza di restituire un dono che in tempi lontani era
stato loro offerto. Proprio san Zeno ricordava che “l’edificio
spirituale” si costruisce chiamando a raccolta tutti e che, senza i
carismi di tutti, non si realizza la chiamata del popolo di Dio ad
annunciare le sue meraviglie. Ma in particolare faceva appello ai
poveri: “ Esultate poveri: per merito vostro e in voi diviene più grande
la casa di Dio. Infatti siete uguali a tutti, e tutte le misure superate
con la grandezza della vostra schiera”.
b)
La vita pubblica, la politica, l’impegno
sociale.
Il Papa ha ripreso alla lettera la sua enciclica “Deus
caritas est”: “La Chiesa non è e non intende essere un agente
politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della
comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice
livello il suo contenuto specifico. La fede cristiana, infatti, purifica
la ragione e l’aiuta a essere meglio se stessa: con la sua dottrina
sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla
natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che
è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato.
A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e
spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli
interessi personali … qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai
ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e
irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per
costruire un giusto ordine nella società non è dunque della
Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano
come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito
della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono
chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla
fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo.”
E il card. Ruini, citando il discorso del Papa, ha
proseguito così: “Abbiamo dunque tutti i motivi per proseguire su
questa via, non coinvolgendoci in scelte di partito o di schieramento
politico e operando invece perché i fondamentali principi richiamati
dalla dottrina sociale della Chiesa e conformi all’autentica realtà
dell’uomo innervino e sostengano la vita della nostra società. … Il
senso del nostro impegno di cattolici italiani va dunque, prima che a
fermare quei cambiamenti che appaiono negativi per il paese, a mantenere
viva e possibilmente a potenziare quella riserva di energie morali di
cui l’Italia ha bisogno”. Ecco, in questa ultima frase, un compito
specifico e importante anche per il Rinnovamento!
Infine, dalla relazione di Savino Pezzotta:
“L’impegno politico e la cura dalla città restano le
forme più alte di carità; altrettanto forte però dev’essere la
convinzione che la politica non si esercita solo nei luoghi della
rappresentanza politica o nelle Istituzioni. La carità in politica si
esercita nella cura della città, ma anche nell’amorevolezza verso le
persone, verso la famiglia, verso i poveri e i deboli. È nell’impegno
sociale, nella creazione di legami e azioni solidali e di cura, che si
esercita quella tenerezza che allena alla pratica del governo e crea le
condizioni per la formazione di una classe dirigente attenta e
responsabile verso le persone e la comunità. Sono convinto che un forte
impegno sociale può aiutare a frenare la disaffezione alla
partecipazione socio-politica e limitare le cooptazioni tra élites.
Occorre che i vari raggruppamenti ecclesiali,
movimenti o associazioni, recuperino un forte spirito ecclesiale e una
capacità di agire insieme per rendere più efficace l’esercizio delle
“opere di misericordia”, per incontrare gli uomini che sperano, soffrono
e si battono per un mondo migliore, per rendere testimonianza del
Vangelo.
L’unità dei cristiani non si realizza in politica, ma
nell’essere Chiesa e pertanto nel vivere il rapporto con i Vescovi, i
presbiteri, i religiosi e le religiose e con la comunità cristiana in
forte e profonda comunione. … La situazione d’impegno politico “plurale”
dei cristiani interpella la comunità cristiana che è chiamata a creare i
luoghi del discernimento e dell’educazione all’impegno sociale e
politico.
c)
La cultura
(solo un
accenno, dalla relazione del Prof. Ornaghi) La cultura deve saper
afferrare, interpretare, orientare l’essenziale … e inoltre alimentare
le “visioni” per la costruzione del futuro.
La
cultura quindi non è sapere “tante” cose, ma riuscire fra le tante cose
e informazioni a cogliere l’essenziale, poi saperlo interpretare, e
quindi “portarlo a buon fine”.
d)
Gli ambiti
A Verona
abbiamo lavorato in gruppi, a lungo, sui seguenti temi: fragilità, vita
affettiva, tradizione, cittadinanza, lavoro e festa. Alcuni contenuti
sono riportati in appendice, nella relazione a Caravaggio è stato invece
descritto il metodo di lavoro usato a Verona (il discernimento
comunitario).
4.
I LAICI
Mons. Monari aveva detto che uno degli scopi del convegno
di Verona era che la Chiesa avesse di sé una immagine più corretta, più
piena, più completa. Questo si è verificato in particolare nell’aver
riflettuto sul ruolo dei laici.
Don Brambilla nella sua relazione è partito dalla Prima
Lettera di Pietro “Stringendovi a Lui, pietra viva… anche voi siete
edificati come pietre vive” (1Pt 2,4); qui la Chiesa è vista come
un edificio, una grande cattedrale: è una
Chiesa “corale e sinfonica” … . Si profila al nostro orizzonte un tempo
dove la Chiesa o sarà la comunità dei molti carismi, servizi e missioni,
o non esisterà semplicemente. … Il laico deve stare attento al pericolo
della burocrazia ecclesiastica e, al contrario, deve promuovere la
corrente viva della pastorale d’insieme, della lettura dei segni nuovi
della vita della Chiesa, … deve aprire strade nuove con passione
evangelica.
Paola Bignardi:
l’evangelizzazione è portare il Vangelo nei luoghi della vita,
soprattutto in quelli che oggi più difficilmente sono raggiunti
dall’azione della comunità ecclesiale; per far questo, la Chiesa ha
bisogno dei laici.
E prosegue parlando di laici con una forte spiritualità:
Alla comunità cristiana i laici oggi chiedono
che questa loro esperienza spirituale sia non solo riconosciuta, ma
valorizzata come dono che è di tutta la comunità. Alla comunità
chiediamo che dia valore alla nostra vocazione non solo quando ci
impegniamo come catechisti, o animatori, o operatori della pastorale, ma
che riconosca innanzitutto il valore della nostra fede spesa nelle
situazioni di ogni giorno, quando solo Dio è testimone della nostra
azione per costruire il Regno e quando il nostro impegnarci non
contribuisce direttamente a sostenere le iniziative pastorali della
comunità. Vorremmo che questa nostra esperienza potesse trovare voce e
che nelle nostre parrocchie ci fosse spazio per i racconti della
missione nella vita quotidiana, sull’esempio di ciò che facevano i
discepoli, che tornando dalla missione cui erano stati inviati,
raccontavano ciò che avevano vissuto.
E con
una formazione tipicamente laicale: cammini formativi non strumentali o
finalizzati a cose da fare, ma radicati nella forza della Parola di Dio
e del magistero della Chiesa; capaci di esplorare nel dialogo e in una
comunicazione circolare le strade appassionanti e mai scontate del
rapporto tra la vita e la fede; aperti a diventare occasioni di
discernimento, in cui insieme si cerca di capire come essere fedeli
contemporaneamente al Vangelo e alla concretezza dell’esistenza
quotidiana con le sue responsabilità; in cui insieme si affrontano i
temi dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza nel mondo, veri
problemi di cui nessuno ha la soluzione e che necessitano di dialogo, di
confronto, di ricerca (cfr LG 37). Così la formazione potrà essere
momento di sintesi fra l’impegno pastorale e il discernimento culturale,
evitando di proporsi solo come catechesi dottrinale e astratta.
Sul tema dei laici si sono espressi ampiamente anche i
cardinali Tettamanzi e Ruini.
(Tettamanzi)
Il nostro convegno è chiamato qui a dire una
parola, molto attesa e doverosa, sui laici e sul laicato. Ricordo cosa
diceva già 20 anni fa la Christifideles Laici: E’ venuta l’ora nella
quale la splendida teoria sul laicato espressa dal Concilio possa
diventare una autentica prassi ecclesiale. E l’ora è aperta, conserva
tutta la sua urgenza, ma va accelerata… secondo la triade: comunione,
collaborazione, corresponsabilità.
Sulla stessa linea anche il cardinale Ruini, che ha
parlato della necessità della formazione (profonda, nutrita di
preghiera, attrezzata anche culturalmente), della comunione, e della
necessità di realizzare spazi di corresponsabilità.
5.
GLI OBIETTIVI DEL DOPO-CONVEGNO.
Sono stati delineati dal card. Ruini nel suo intervento
finale, e sono di particolare importanza per il Rinnovamento.
Innanzitutto ha richiamato una frase del Papa:
Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento nella storia
sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio
credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che
parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l’immagine di Dio
e ha aperto le porte dell’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che
tengano lo sguardo diritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità.
Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di
Dio, e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa
parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore
degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far
ritorno presso gli uomini.
E dunque:
-
Riproporre a tutti la santità come obiettivo, in particolare curando
l’adorazione, la lode, la gratitudine, la gratuità, la contemplazione, …
evitando di pianificare troppo e di lasciar prevalere gli aspetti
organizzativi su quelli spirituali.
-
La conversione pastorale: dire no all’auto-referenzialità
e al ripiegamento su di sé, dire sì all’attenzione alle persone e alle
famiglie, all’ascolto e alle relazioni interpersonali; non stare ad
aspettare la gente, ma andare noi da loro, e soprattutto entrare nella
loro vita concreta e quotidiana… fare cioè una pastorale integrata.
-
La valorizzazione e la formazione dei
laici; ai confratelli sacerdoti ha chiesto di far crescere la maturità
della fede, la coscienza missionaria e la partecipazione ecclesiale dei
laici, con spazi e momenti di corresponsabilità. Per questo serve la
collaborazione delle associazioni laicali.
-
Una seconda fase del progetto culturale,
che ha chiamato “allargare gli spazi della razionalità” come il Papa ha
spiegato nel suo discorso, cioè mettere in luce e approfondire il legame
fra fede cristiana e ragione autentica (confronta anche il discorso del
Papa a Regensburg). Tutto ciò nella linea del “sì all’uomo”, come ha
detto il Papa nel suo discorso: la testimonianza multiforme deve far
emergere soprattutto quel grande sì che, in Gesù, Dio ha detto all’uomo…
i cristiani riconoscono e accolgono volentieri gli autentici valori
della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo
sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la
democrazia.
-
Aumentare la sollecitudine per i più poveri
e per i sofferenti: l’esercizio della carità è,
anche per i giovani, un tirocinio prezioso che irrobustisce la persona e
la rende più libera e più idonea a un duraturo dono di sé.
6.
CONCLUSIONE
Per concludere, citiamo due passaggi dell’omelia del Papa
nella S. Messa celebrata allo stadio: Cristo
viene oggi, in questo moderno areopago, per effondere il suo Spirito
sulla Chiesa che è in Italia, perché, ravvivata dal soffio di una nuova
Pentecoste, sappia “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” … In
questi giorni del Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa che è in
Italia, obbedendo al comando del Signore risorto, si è radunata, ha
rivissuto l’esperienza originaria del Cenacolo, per ricevere nuovamente
il dono dall’Alto. Ora, consacrati dalla sua unzione, andate! Portate il
lieto annuncio ai poveri, fasciate le piaghe dei cuori spezzati,
proclamate la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri,
promulgate l’anno di misericordia del Signore (Is 61, 1-2). Ricostruite
le antiche rovine, rialzate gli antichi ruderi, restaurate le città
desolate (Is 61, 4). Sono tante le situazioni difficili che attendono un
intervento risolutore! Portate nel mondo la speranza di Dio, che è
Cristo Signore, il quale è risorto dai morti, e vive e regna nei secoli
dei secoli. Amen.
APPENDICE: I lavori degli ambiti
Introduzione
La Chiesa a Verona ha lavorato con il metodo del
discernimento ecclesiale; questo è, si può dire, un modo più ampio di
considerare il classico metodo del “vedere, giudicare, agire”. Esso è
stato applicato in particolare nei cinque ambiti riguardanti la vita
delle persone “concrete”: Vita affettiva, Lavoro e festa, Fragilità,
Tradizione, Cittadinanza.
Già nella Traccia preparatoria, tutti i membri della Chiesa
venivano invitati a riflettere e approfondire non solo il tema generale,
e cioè che Cristo, poiché è risorto, è la speranza del mondo, e che noi
ne siamo e ne dobbiamo essere i testimoni, ma anche gli ambiti concreti
in cui riconosce la speranza portata da Cristo, e in cui testimoniare la
forza della sua resurrezione.
Questi settori non corrispondono, in generale, ad
altrettanti settori classici dell’azione pastorale: catechesi, cura dei
giovani, attenzione alle famiglie, pastorale dei malati, dei migranti,
carità, … E mentre il più delle volte finora il nostro discorso
ecclesiale era partito proprio da queste suddivisioni interne, dai vari
uffici che si occupano di questo o quel settore (così era stato anche
nell’ultimo Convegno Ecclesiale, quello di Palermo), per il Convegno di
Verona gli organizzatori hanno scelto una strada nuova: considerare
ambiti “trasversali”.
Lo scopo è quello di incidere poi sull’azione pastorale
concreta delle nostre parrocchie e dei nostri movimenti: una pastorale
integrata, o di insieme, al posto di una pastorale di settore sembra
essere una risposta migliore alla complessità del vivere delle persone
di oggi.
L’altra scelta importante è stata quella di ampliare il
discernimento in modo capillare: tutte le diocesi, nel loro lavoro
preparatorio, hanno affrontato e discusso sui cinque ambiti, stimolate
anche da precise domande; questa riflessione è stata poi esplicitata in
un documento.
Prima del Convegno tali documenti sono stati esaminati dai
relatori di ambito, in modo da fare confluire il sentire di tutte le
diocesi di Italia. È tempo di spiegare brevemente come abbiamo lavorato
su ogni ambito a Verona (io mi sono occupata di uno dei sei sottogruppi
dell’ambito “Lavoro e festa”). Tutto il materiale proveniente da ogni
diocesi d’Italia, dalle regioni ecclesiastiche, da associazioni e
movimenti e da singole persone qualificate è giunto al relatore di
ambito, il quale l’ha esaminato, insieme all’altrettanto corposo
materiale proveniente dai convegni preparatori, in particolare dai
cinque grandi incontri che si sono svolti nel 2005/06 in varie zone
d’Italia. Compito del relatore è stato filtrare questo sentire della
Chiesa italiana su un dato tema, far emergere le consonanze, le
problematiche più acute, i segni di speranza, le testimonianze
significative, mediante anche la sua competenza ed esperienza
professionale.
E finalmente, dulcis in fundo, siamo arrivati a Verona,
momento centrale del discernimento comunitario: perché lì eravamo stati
convocati dallo Spirito, lì eravamo insieme da tutte le regioni
d’Italia, da tutte le Associazioni e movimenti, con tutti i nostri
pastori: eravamo sicuri che a Verona lo Spirito avrebbe fatto fare altri
passi avanti alla nostra opera di discernimento. Ad esso erano stati
riservate ben tre mezze giornate: lavori intensi, dialoghi serrati, in
gruppi di 70/80 persone. Le relazioni dei vari gruppi (sei per ogni
ambito) sono confluite nelle “Sintesi degli ambiti”, di cui riportiamo
qui alcuni stralci.
Dunque il lavoro è stato molto, la soddisfazione ancora
maggiore: ora non ci resta che portare nel concreto tante importanti
intuizioni!
Vita
affettiva
(…) Per quanto riguarda la riflessione sull’esperienza, i
gruppi hanno sottolineato sia gli aspetti di rischio e fragilità, sia
gli aspetti di risorsa e potenzialità della vita affettiva.
(…)
Ricorrente è l’espressione “analfabetismo affettivo” per significare lo
stato di immaturità personale diffuso in particolare tra adolescenti, ma
anche tra giovani o adulti, in difficoltà ad assumersi impegni e
responsabilità, in particolare quando devono compiere scelte che
richiamano il “per sempre”, peraltro elemento costitutivo dell’amore.
(…) La
speranza nella vita affettiva è messa alla prova anche da numerose
sofferenze e dolori che vanno dalle gravi crisi o dai fallimenti delle
relazioni familiari alla solitudine degli anziani, a condizioni di
povertà strutturale (precarietà lavorativa, immigrazione ed emergenze)
che paralizzano la progettualità affettiva. A fronte di questi aspetti
problematici della vita affettiva, si registra però un profondo bisogno
di relazioni autentiche e una volontà e desiderio di vivere legami e
amicizie significative.
(…)
Dentro l’affettività c’è un bene irrinunciabile per il soggetto umano,
un bene da liberare, da fare emergere, da educare. Si tratta di un
cammino da compiere per tutta la vita, che esige gradualità, ma nello
stesso tempo punta in alto, alla qualità propriamente umana e dunque
divina dell’affettività.
(…) In
questa prospettiva, la vita affettiva, anche se fragile, e proprio
attraverso la propria fragilità, rimane valore. Ciò vale in particolare
per la famiglia che è stata da molti sottolineata come luogo per
eccellenza generativo di affetti: ogni suo componente impara in essa
gradualmente a vivere le relazioni negli errori come nelle esperienze
riuscite.
(…) Se
la famiglia è luogo privilegiato dell’esperienza affettiva, essa è e
deve essere anche soggetto centrale di vita ecclesiale e ciò richiede
che ad essa sia dato spazio e responsabilità nel rispetto di tempi,
esigenze e fasi del suo ciclo di vita.
Si è
sottolineata anche la necessità e l’urgenza che le famiglie sempre in
maggior numero si associno tra loro proponendosi come testimonianza di
solidarietà interna e sostegno reciproco e diventino erogatrici di
servizi per le altre famiglie in una reale attuazione del principio di
sussidiarietà.
Lavoro e festa
Tutti i gruppi, pur con differenti accentuazioni, per un
verso sottolineano il carattere plurale, addirittura “ambiguo”, del tema
del lavoro e, dunque, la necessità di una “visione realistica” dei
cambiamenti intercorsi nella società italiana; per altro verso segnalano
la perdita di significato dell’esperienza della festa.
(…) Per
esemplificare, i problemi riguardano, nel caso del lavoro, la sua
fragilità: il lavoro che non c’è o che non è consono alla dignità della
persona; il difficile rapporto tra lavoro e famiglia, la questione del
lavoro femminile e delle attività svolte dalle donne in casa e fuori
casa; la disoccupazione, specialmente giovanile; il divario
territoriale: “il lavoro che manca al sud e i lavoratori che mancano al
nord”; le esperienze drammatiche del lavoro nero, dello sfruttamento, la
presenza della malavita organizzata, fino a vere e proprie “strutture di
peccato”, da riconoscere e combattere; il lavoro come modalità decisiva
di promozione della cittadinanza, ad esempio nel caso degli immigrati;
la molteplicità delle forme di produzione, nella consapevolezza che oggi
è sempre più necessario “agire sui modelli organizzativi del fare
impresa”.
Analogamente sono tanti i “punti nevralgici” relativi alla festa. Essa è
“un bisogno, prima che un dovere”; è un evento che perviene alla
comunità, e che non è “solo quando finisce il lavoro, ma anche quando
nasce un bambino, quando s’inaugura un’opera, ecc.”; ciò nonostante
s’impone oggi una sua deriva individualistica e consumistica.
(…)
Riflettendo su come la comunità cristiana vive oggi queste problematiche
sono emersi soprattutto tre punti.
-
Anzitutto vi è l’esigenza di un effettivo recupero della Dottrina
Sociale della Chiesa, come via per superare la scarsa attenzione che
la comunità cristiana, nelle sue diocesi e nelle sue parrocchie,
sembra dimostrare nei confronti del mondo del lavoro. (…)
- In
secondo luogo, questo recupero si collega a una vera e propria
voglia di uscire fuori dalle parrocchie, di produrre una “pastorale
più missionaria”, di “sporcarsi le mani”, come viene detto. In una
parola: di “portare fuori la speranza”. (…)
-
Infine, prospettiva comune dei vari gruppi è l’indicazione che
questa testimonianza è compito primario dei laici. Essi infatti sono
chiamati a vivere quotidianamente i problemi del mondo alla luce del
Vangelo. (…)
Fragilità
(…) I
gruppi hanno sottolineato alcuni atteggiamenti, o stili, ritenuti
indispensabili per “relazionarsi” con le persone fragili e per farsi,
per così dire, illuminare dall’alta dignità di ognuna: la vicinanza (che
accomuna e “converte”); l’impegno particolare nell’attenzione e nella
cura personali (il saper “stare in compagnia”); la ricerca della verità,
della riconciliazione e del perdono; un servizio generoso, amorevole,
umile ma competente, appassionato, nel vicendevole sostegno alla scuola
della vita; la sobrietà e l’essenzialità nell’uso della ricchezza
(segnatamente da parte di presbiteri e vescovi); l’assunzione da parte
delle comunità ecclesiali, in quanto tali, e non da singoli loro
settori, dell’ascolto come naturale habitus per la vera
condivisione nel quotidiano.
(…) Sono
emerse specifiche linee – guida e proposte concrete di “ministero di
umanità di condivisione”, tra cui:
–
il riconoscimento del valore e dello
straordinario rilievo attuale, tra i ministeri, del Diaconato, “per il”
e “nel” servizio alle persone fragili, con invito al suo pieno impiego;
–
il sostegno e la valorizzazione capillari
delle forme e strutture di promozione della vita dal concepimento al suo
termine naturale, in particolare verso le età più vulnerabili;
–
il sostegno massimo alle famiglie ed alle
reti di famiglie, in luoghi e prassi che ne accompagnino non solo il
sorgere, ma anche l’alimentarsi e rinnovarsi quotidiano;
–
la diffusione e promozione della cultura
dell’accoglienza, nelle specifiche forme dell’affidamento eterofamiliare
(e del sostegno stabile alle famiglie accoglienti) e di “scuole di
carità” (per associazioni, gruppi e movimenti, oltre che di operatori
della cosiddetta pastorale “della strada e del marciapiede”) (…).
Tradizione
La
riflessione predominante e condivisa, come punto di partenza, nelle
sintesi provenienti dai gruppi di studio sulla tradizione, è che
quest’ultima va sempre concepita ad un duplice livello: come il deposito
della fede e insieme come la stessa esperienza della vita
cristiana.
(…) Il
soggetto della tradizione cristiana – come da più parti è stato
ribadito – è la comunità ecclesiale nel suo insieme, innanzitutto a
partire dall’ascolto della Parola di Dio: è solo in tale ascolto,
infatti, che si possono valorizzare tutte le molteplici vocazioni e
tutte le concrete condizioni attraverso le quali la fede può essere
trasmessa, in dialogo efficace con tutti. Da questo punto di vista è
costante il richiamo al ruolo primario e insostituibile della famiglia
nella generazione e nell’educazione alla fede: un ruolo da recuperare e
sostenere in maniera sempre più decisa in un momento storico in cui essa
appare indebolita al suo interno (lo scollamento tra le generazioni) ma
anche nella sua funzione sociale, con la conseguente crisi di
comunicazione dei valori essenziali per le giovani generazioni.
(…) È
proprio il tema dell’educazione ad emergere come una sorta di filo
conduttore (pur attraverso flessioni e accenti differenziati) lungo
tutto il lavoro di riflessione e di valutazione sull’esperienza,
compiuto nei diversi gruppi di studio sulla tradizione.
(…) Le
proposte riguardanti direttamente la problematica della tradizione sono
concordi nella richiesta di valorizzare e di sostenere l’impegno
educativo dei laici cristiani nella scuola e nell’Università, come
luoghi in cui si incrociano in maniera trasversale tutte le dimensioni
della vita umana. Tale sostegno passa attraverso una cura più organica e
sistematica della formazione degli educatori, non solo in senso
professionale e tecnico, ma anche più profondamente “spirituale”.
Cittadinanza
(…) Costante ed indefesso è il richiamo ad un’attenzione
prioritaria agli ultimi, a coloro che fanno fatica, ad una strenua
partnership al fianco delle loro battaglie per una piena inclusione
nel regime civile di diritti, doveri ed opportunità.
Visto il
tema dell’ambito e la pressione dell’attualità, la attenzione di
pressoché tutti i gruppi si è concentrata sulla questione della presenza
di amici ed amiche stranieri in cui riconosciamo una presenza nuova, che
non manca di porre problemi anche seri, e che sappiamo potersi
trasformare pienamente in una opportunità vitale per i nostri cuori e le
nostre Chiese, e non meno per le nostre città, attraverso un percorso di
dialogo, di rispetto, di corresponsabilità nella laicità dello stato e
nel riconoscimento delle istanze del diritto naturale. Un cambiamento si
chiede alle politiche pubbliche in questo campo.
(…) Non
si può non registrare che gli atti dei lavori di gruppo ci testimoniano
che i cattolici italiani hanno ancora una grande passione per la
politica, vogliono fare politica, sentono l’esigenza di colmare così un
vuoto grave tra fede e vita.
(…) Dai
gruppi proviene uno sguardo dal respiro assai ampio. Innanzitutto, la
passione politica non mette in dubbio che il “luogo dell’unità dei
cristiani è la Chiesa e non la politica”, né fa chiudere gli occhi di
fronte ad una tendenza di riflusso nel privato che non risparmia lo
stesso tessuto ecclesiale. Inoltre, è riconosciuto e difeso come non
transeunte il valore dell’impegno prepolitico, ma non è idealizzato né
da solo certo appaga la passione e la responsabilità civile di chi ha
preso la parola, anche quando si ricorda con soddisfazione che “le
nostre esperienze ecclesiali rappresentano spesso la punta avanzata
delle risposte che la società civile sta elaborando”.
L’attenzione è protesa verso nuovi modelli culturali e organizzativi che
l’impegno politico richiede oggi, rispetto al passato, a tutti e non
solo ai cattolici. |