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Premessa
Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,
L’anno
scorso abbiamo commentato insieme un’enciclica dedicata all’eucaristia,
per cui il mio compito era facile, perché si trattava di riassumere e
commentare un testo, dello spessore di cui il santo Padre Giovanni Paolo
II era capace.
Questa
volta il tema affidatomi è piuttosto impegnativo e tocca il cuore della
questione liturgica, così come l’abbiamo scoperta nel Rinnovamento nello
Spirito, cioè il ruolo dei segni nella liturgia.
Il tema
è lo stesso che avrei dovuto affrontare con i fratelli responsabili per
la liturgia a livello nazionale, a Loreto, che per varie ragioni non si
è potuto tenere. Lo Spirito soffia dove vuole e ha agito per trasformare
un argomento che sarebbe stato condiviso da pochi in un percorso per
tutti gli animatori e di questo sono grato al Signore.
Di idee
ne avevo parecchie, anzi, si potrebbe dire troppe, perché avrei voluto
parlarvi della liturgia in generale, del suo significato antropologico e
simbolico, all’interno del quale includere i criteri per la scelta dei
segni dentro la liturgia eucaristica e fuori di essa in una dimensione
più per così dire profetico-carismatica.
Fino a
poco tempo fa, dunque, navigavo con il mio sacco di idee in spalla,
raccolte leggendo libri, consultando internet, consigliandomi con amici
sacerdoti, senza sapere come ordinarle, quali scegliere perché fossero
adatte alla comunità di animatori che mi sarei trovato davanti oggi,
insomma senza una chiave con cui dare forma alla mia relazione.
In
questi casi che si fa? Non lo so, per cui ho chiesto aiuto alla mia
comunità, un piccolo gruppo di Lugano, con fratelli che da molti anni
condividono con me il cammino nel Rinnovamento.
Non ci
crederete, o meglio, siccome siete nel RnS da qualche anno, ci crederete
di sicuro, il Signore mi ha risposto, suggerendomi cosa dire e non dire,
come dirlo, con quale cuore e a che scopo.
La
potenza del Signore si è manifestata ancora una volta nella nostra
debolezza, sia perché ai fratelli non avevo spiegato nei dettagli le mie
intenzioni, sia perché nessuno di loro, che io sappia, è esperto di
liturgia.
Alla
fine del mio intervento, vi rivelerò quanto il Signore nella Sua
infinita bontà mi ha mostrato e potrete giudicare se sono stato
obbediente alla sua parola, o se vi ho messo troppo di me.
Introduzione
In
estrema sintesi cominciamo con il dire che la liturgia è uno dei tre
pilastri su cui è costruita la Chiesa. Gli altri due sono la Marturia o
testimonianza e la Diaconia o servizio.
La
Chiesa è un mistero, ma non nel senso che non si può capire. È un
mistero perché supera ogni tentativo di spiegazione o di contenimento in
una disciplina scientifica. Le scienze umane, la psicologia, la
sociologia, la filosofia, hanno tentato di usare i loro criteri e hanno
messo in luce qualche suo tratto, ma sono ben lontane dall’essere
riuscite a definire cosa sia effettivamente.
Anche la
teologia ha addirittura un settore a parte chiamato ecclesiologia, ma
non ha la presunzione di comprendere la Chiesa, nel senso letterale,
cioè di poterla circondare totalmente con le sue conoscenze, al massimo
può gettarvi una luce imperfetta. Permettetemi di osare e dirvi che
persino la Parola di Dio, se con essa intendiamo gli scritti della
Bibbia, non può contenere la Chiesa nel suo sviluppo, tanto è vero che
il cosiddetto “buon deposito”, il tesoro su cui si fonda, è costituito
sì dalla parola biblica, ma anche dalla tradizione che nei secoli l’ha
approfondita e incarnata nella storia.
Perché?
Perché la Chiesa è il corpo di Cristo, il risorto, il vivente, è viva,
cresce con lui, è sacramento della sua presenza in mezzo agli uomini, ma
anche popolo, nuovo popolo di Dio, speranza per tutti i popoli, luogo
della sua nuova ed eterna alleanza, ma anche madre, capace di generare
figli di Dio, di essa Maria santissima è figura e prototipo, primizia
del regno, nuova Gerusalemme in perenne costruzione, Baluardo contro
Satana il nemico dell’uomo, nave che non si smarrisce nelle tempeste dei
secoli, esercito per conquistare cieli nuovi e terre nuove per ogni uomo
rinnovato da Gesù, sposa ardente sottomessa al Signore e da lui resa
sempre più bella nella molteplicità dei doni e dei carismi che ne ornano
la veste, vigna nuova piantata nella terra resa fertile dal sangue di
Gesù, in cui gustare i frutti deliziosi della gioia e della fraternità,
infine, ma non certo perché esaurita la sua ricchezza, tempio, in cui la
gloria vivente di Dio, Gesù risorto è resa presente, contemplata,
adorata, celebrata, in un circolo fecondo che sempre più lo rende
splendente, fino a che Dio non sia tutto in tutti.
Questa è
la chiesa? No, questo è il pallido balbettare di noi piccoli uomini
attorno ad un mistero e anche se mettiamo insieme tutte queste immagini,
otteniamo solo una bozza, un fotogramma di un immenso film che dura da
duemila anni ed è solo l’inizio degli ultimi tempi.
Come
ogni cosa, anche la Chiesa, per essere vista nella sua interezza, più è
grande e più ha bisogno di distanza da cui essere osservata; l’unica
prospettiva ragionevole per abbracciarne la complessità è la patria
beata nei cieli dalla quale impareremo a contemplarla forse in modo più
chiaro.
Eppure
questa è la nostra Chiesa, il luogo ove Gesù vive, la fraternità in cui
si manifesta la sua presenza, senza la quale non avrebbe potuto esistere.
La
Chiesa allora non si può descrivere, si può solo sperimentare e
l’esperienza è quella dello Spirito Santo, la Pentecoste che ha
trasformato dodici apostoli, Maria la madre di Dio e circa 107 discepoli
nel nucleo consapevole di un evento straordinario, di una teofania,
definitiva e irriducibile nel mondo.
Subito
questa consapevolezza si è fatta annuncio, Marturia, appunto, nel
discorso di Pietro che gli Atti riportano, ma anche celebrazione, nella
frazione del pane, nell’ascolto della parola degli apostoli, e servizio,
nella condivisione fraterna, nella comunione dei beni, nel servizio ai
più deboli, le vedove, gli orfani, i poveri.
Queste
tre dimensioni non possono essere separate se non artificialmente, come
faremo oggi, ma devono essere tenute presente, perché sono strettamente
intrecciate l’una all’altra con parecchi fili che le uniscono in un
grande affresco.
La
testimonianza è cresciuta, in estensione, diventando dottrina, ricca di
contenuti che si sono andati approfondendo nei secoli, hanno attinto
agli errori per confutarli, alle sfide per vincerle, si sono lasciati
interrogare dai cambiamenti, fino ad arrivare al Catechismo della Chiesa
Cattolica, l’ultimo punto fermo da cui partire per il cammino futuro.
Il
servizio si è anch’esso sviluppato, dalla comunione semplice, forse mai
realizzata totalmente, al diaconato, alle opere di assistenza, ospedali,
università, fino alle imprese no-profit e al corpo di dottrina sociale
riassunto nel compendio del 2004, fino all’enciclica di Benedetto XVI.
Sarebbe
stato disarmonico lo sviluppo della Chiesa se contemporaneamente anche
la liturgia non si fosse adeguata, approfondita, arricchita, innalzata
fino ai vertici attuali di comprensione e contemplazione del mistero,
con la tempesta del Concilio Vaticano II e la progressiva attuazione
della riforma ancora in atto.
In
questo contesto oggi ci occuperemo di segni, per coglierne la struttura,
la funzione, la varietà e lo scopo.
Non si
tratterà di un’esposizione scolastica, ma in un certo modo di un esempio
da cui spero possiate trarre le dovute conclusioni.
Il
problema
Testimonianza, celebrazione e servizio si sono sviluppate coerentemente
per tutti questi 20 secoli, noi ci siamo dentro, raccogliamo i frutti di
questa crescita, dovremmo essere una realtà splendente, piena di carità,
coraggiosi testimoni, capaci di incantare le folle con la bellezza dei
riti. E com’è che non funziona?
La
questione non è nuova, anzi, se ne preoccupavano fin dai primi secoli,
perché man mano che la Chiesa cresceva sempre più persone vi aderivano,
ma con sempre minore consapevolezza.
Recentemente ho incontrato una signora, frequentatrice assidua della
Chiesa, molto costante nella preghiera, seguita da un padre spirituale,
attenta alle questioni morali e alla sottigliezza di scelte etiche
difficili.
Durante
una discussione capitiamo a parlare di battesimo e quando le chiedo cosa
pensa che c’entri il battesimo con la morte e resurrezione di Gesù, mi
risponde che non capisce, perché per lei il battesimo è una specie di
biglietto di ingresso per diventare membri della Chiesa, attraverso una
purificazione dal peccato.
“Da
sessanta anni sono credente, ma non sapevo che con il battesimo
c’entrasse la morte del Signore!”
Questo è
un caso forse estremo, ma secondo me non poi tanto.
Il
patrimonio della Chiesa è immenso, ma spesso i credenti non ne godono
che le briciole, figuriamoci i non credenti che a questo patrimonio
dovrebbero potersi avvicinare per gustarne la fragrante immensità!
Così
continuiamo a celebrare messe, adorazioni, rosari, preghiere
carismatiche, roveti ardenti, convinti che bastino le parole e i gesti
perché tutto sia chiaro e comprensibile e possa essere colto nella sua
complessità.
Il
risultato è che per esempio molti non sanno perché si dovrebbero alzare
prima dell’anamnesi e offerta, (uso volutamente il termine tecnico, chi
non lo conosce mi chieda poi cosa significa), perché ai tempi ci hanno
insegnato a stare in ginocchio fino all’amen. Oppure sembra molto
democratico ripetere le parole del sacerdote durante la consacrazione,
specialmente nella dossologia finale.
Perché
ci si segna con un segno di croce?
Che
differenza c’è fra l’olio prebattesimale e l’olio crismale?
Perché i
padrini non possono essere divorziati risposati?
Cosa si
può portare alle offerte, sull’altare?
Perché
non si possono benedire gli anelli di due sposati in seconde nozze
civili, dopo un divorzio?
Noi
continuiamo a celebrare dei riti, li abbiamo tradotti nelle lingue
nazionali, ma quando cerchiamo di penetrarli ne sappiamo decisamente
poco.
Se poi
siamo noi a dover inventare dei segni, per arricchire quello che non
capiamo più, obbediamo non alla struttura del segno, non al contesto, ma
alle emozioni, all’espressione del sentimento personale o comunitario.
Oggi non
intendo fare la teoria dei segni, né darvi esattamente le norme per
inserire un segno in una celebrazione, la prima perché ci vorrebbe
troppo tempo, le seconde perché le trovate sul messale, nella prefazione
ai libri liturgici oppure tra gli altri, sul sito web
www.maranatha.it.
Alla
fine di questa relazione che vi verrà consegnata in copia, troverete
comunque una bibliografia di testi che potrete consultare per saperne di
più e chissà, magari appassionarvi e chiedere ai vostri regionali di
poter diventare delegati per la liturgia!
Oggi
invece, voglio raccontarvi una storia.
La scomparsa del re
La chiamata o (Vocazione)
Si
svegliò come tutte le mattine, quando la notte era sul punto di
tramontare e l’alba non era ancora sorta, le mani umide di rugiada e di
salmastro che penetrava nella piccola capanna. Un breve passaggio sul
catino che era già pronto accanto al letto, per sciacquarsi la faccia,
poi superò le stuoie che separavano lo spazio notturno dalla cucina, con
al centro il focolare acceso, sul quale borbottava una pentola di avena.
A svegliarlo come al solito era il profumo del pesce che il padre
arrostiva ogni giorno, precedendolo. C’era qualcosa di diverso, ma non
se ne rese conto subito, finché i suoi occhi non caddero sul padre,
seduto accanto al fuoco con una grande sacca fra i piedi, l’aria assorta.
Avrebbe dovuto essere fuori, a controllare le reti, o a preparare la
barca per uscire a pescare al più presto, quando le reti si riempivano
meglio!
Invece
se ne stava lì, silenzioso, quasi triste.
“Padre, non stai bene, vuoi che esca da solo? Per trainare me la cavo,
poi magari gli altri mi danno una mano per issare le reti?”
Il padre
aveva alzato su di lui uno sguardo stanco, ma fiero, la faccia bruciata
dal sole, le labbra increspate dalla concentrazione, quasi temesse di
dimenticare qualcosa.
“No,
oggi tu non vieni con me, devi partire.”
“E
dove devo andare, il mercato è domani,… mi… sembra?”
“Tu
sai che sei stato portato qui quando eri molto piccolo. Quando c’era
ancora la mamma, te l’ha raccontata tante volte questa storia, ricordi?”
Una
fitta di dolore si insinuò nei suoi pensieri, mentre risentiva il
profumo dei capelli della madre, china sul suo giaciglio a raccontare la
favola di lui che era un principe e di quando era stato affidato a loro,
avvolto in fasce, portato con una carrozza d’oro, seguito da sette
cavalieri in armatura, insieme ad una grande sacca che conteneva i suoi
tesori. Una volta, rompendo il segreto, si era azzardato a parlarne con
un vecchio pescatore, che nel villaggio godeva fama di grande saggio e
questi aveva sorriso e gli aveva detto che per tutte le madri i loro
figli sono principi e anche se non era vero, era comunque una bellissima
storia.
Da quel
giorno non aveva chiesto più alla mamma di raccontargliela e poi lei se
n’era andata, portata via da una polmonite in un inverno rigido che
persino il mare nella baia si era un po’ ghiacciato.
Sotto il
velo umido che era scivolato negli angoli dei suoi occhi, scorse il
padre indicare la grossa sacca che stava ai suoi piedi.
“Il
re ti manda a chiamare, perché ormai è giunto il tempo, per prendere il
tuo posto di principe e cavaliere del regno. Qui dentro troverai le
vesti, l’armatura, la spada, i sandali d’oro e qualcosa per il viaggio,
del pane, del pesce e un’anfora di vino che ho tenuto per questo
momento.”
Il viso
del giovane si irrigidì e su di esso comparve un lampo di collera.
“Non
so niente di queste storie di principi e cavalieri, sono pescatore e ho
imparato a governare una barca, a gettare le reti sui banchi giusti, a
contare le stelle per non perdermi, a tagliare il pesce senza sprecarne
neanche una lisca, a riconoscere i pesci che potremo vendere, quelli che
mangeremo e quelli da ributtare in mare. Qui ci sono i miei amici, c’è
…. “ il suo sguardo si addolcì ma non pronunciò il nome che gli era
quasi affiorato sulle labbra, “E poi tu come farai da solo, mi hai
cresciuto e insegnato che i figli devono onorare i padri, servendoli
quando sono stanchi…”
Il padre
si appoggiò alla parete della capanna, lo sguardo lontano, come perso in
un ricordo, mentre il giovane si sfogava.
“Non
pensare che non mi costi, figlio mio, ti ho visto crescere, nasconderti
dietro il muro dell’orto ogni volta che avevi combinato un guaio,
accanirti per ore ad imparare i nodi delle reti, spaventarti la notte
quando il vento ululava sulla scogliera e il mare ruggiva, quasi sulla
porta di casa, ma la tua strada è un’altra e lo sapevo fin dall’inizio,
quando ho accettato di custodirti, sapendo che non mi appartenevi. Non
preoccuparti, il re lo sa che non conosci la corte, ha permesso lui che
crescessi lontano, per essere chiamato al momento giusto e questo
momento è venuto ora.”
Il
ragazzo non abbandonò il suo cipiglio, ma era decisamente stupito:
quello era il discorso più lungo che avesse mai sentito da suo padre.
Non
c’era niente da aggiungere e non si dissero nulla, mentre il giovane si
caricava sulle spalle la pesante sacca e accompagnava il padre verso la
barca, ormeggiata a pochi passi. Qualche altro pescatore si affaccendava
attorno alle imbarcazioni nella bruma dell’alba.
Si
fermarono qualche istante sulla riva, a contemplare la massa scura delle
acque che andava progressivamente colorandosi di rosa all’orizzonte, poi
il giovane si volse, incamminandosi su per il sentiero che lo avrebbe
condotto sulla grande strada reale, che fino ad oggi aveva percorso solo
per andare al villaggio più grande ove si teneva il mercato.
Il
castello o (Ingresso)
Camminò
per giorni, in terre sconosciute, salendo colline, scendendo in valli
fitte di boschi ombrosi, percorse lande deserte in cui udì il latrato
agghiacciante degli sciacalli, attraversò grandi città che gli
sembravano la capitale, ma ogni volta che chiedeva gli veniva detto di
procedere
Si rese
conto che si stava avvicinando alla sua meta, perché cominciò ad
incontrare sempre più spesso gente con un sacco simile al suo sulle
spalle. Dopo molte esitazioni si decise a chiedere a qualcuno di loro
dove stessero andando.
“Al
banchetto del re, che proclamerà il principe senza volto, cavaliere del
regno.”
Non era
possibile si trattasse di lui, e poi se anche lo avesse creduto non lo
avrebbe certo detto ai viandanti che gli camminavano accanto, dignitosi,
ben vestiti, quasi regali al suo confronto!
A
toglierlo dall’imbarazzo fu comunque la vista del castello.
Stava su
un colle alto, imponente di mura e di fossati, maestoso di torri e di
guglie. Non aveva mai visto niente di simile, nemmeno nella sua
fantasia. Al centro svettava un edificio più alto con una immensa cupola
d’oro.
I
dettagli però gli sfuggivano, perché attorno alla parte più bassa, forse
per l’umidità che saliva dai fossati, stagnava una nebbia persistente,
che nemmeno il sole più caldo riusciva a sfaldare.
Si
accorse di essere sul ponte levatoio solo per il rumore sordo del legno
sotto i suoi piedi, mentre seguiva le ombre della folla numerosa che
ormai andava nella sua stessa direzione. Man mano che percorreva le
robuste assi del ponte vide una luce sempre più sfolgorante che disegnò
il grande arco del portale del castello, spalancato davanti a lui. Non
aveva ancora messo piede sul pavimento di granito dall’altra parte del
fossato, quando un canto maestoso si innalzò da mille bocche,
accompagnato da strumenti che suonavano dentro il castello:
“Maestà, gloria e potenza al re, onore e vittoria al suo cavaliere,
scudo e baluardo è il suo castello, s’innalza a lui il canto di mille
schiere.
Lui
loderemo in eterno e per sempre, perché ci salva con mano potente,
dell’ingiustizia ci ha tolto il fardello, lui solo il santo, il fedele,
il vivente”.
Continuò
così per molto tempo, finché il cortile del castello non fu pieno di
gente, uomini, donne, bambini e anziani, ricchi e poveri insieme, di
ogni statura e forma, ma tutti splendenti di una luce straordinaria.
Poi
sulla cima della grande scalinata al centro del cortile apparve un uomo
in vesti magnifiche, che disse con voce possente:
“Pace
dal re, dal suo figlio diletto e dall’amore che da essi si effonde, ai
convenuti che qui sono stati chiamati per il grande banchetto in onore
del cavaliere che sarà nominato.”
Come
un’onda gigantesca che si abbatte sulla scogliera la folla rispose il
suo assenso.
Poi si
disperse come inghiottita dalle mura stesse del castello e il giovane si
ritrovò da solo.
La prova o (L’atto penitenziale)
Rimase
lì, perplesso, chiedendosi dove fossero andati tutti, guardandosi
attorno. Non si accorse del vecchio, finché non si sentì toccare
delicatamente su una spalla.
“Benvenuto giovane principe, sono El, il custode della giustizia del
regno. Prima che tu diventi cavaliere devo scrutare il tuo cuore, perché
nessuno può entrare al banchetto con cuore impuro.”
Così
dicendo, lo condusse in disparte, in una piccola stanza, chiudendo alle
loro spalle la porta di quercia massiccia.
Il
giovane era confuso, non sapeva cosa dire, cosa fare, anche se il
vecchio gli sembrava bonario, con un viso mite e un tocco gentile.
Questi
restava silenzioso, con gli occhi socchiusi, in attesa.
Passò un
tempo che gli sembrò lunghissimo, poi il ragazzo, si fece coraggio:
“Non
so, io ho sempre fatto il pescatore, non ho rubato sul peso del pesce,
ho sempre dato una mano con le altre barche, se mio padre non mi avesse
ordinato di venire qui, sarei rimasto al villaggio. Forse voi signore,
potete aiutarmi?”
Gli
occhi del vegliardo si accesero di compassione puntandosi sul viso del
ragazzo, che si sentì come incatenato. Non seppe precisamente come
accadde, ma pian piano i ricordi i sentimenti, le piccole cose
vergognose che teneva dentro, si accalcarono sulla porta delle sue
labbra, per uscire, prima piano come un filo d’acqua, poi impetuose come
un torrente in piena. Ricordò i piccoli tradimenti, mascherati per non
sembrare vile con gli amici, la volta che aveva rubato al mercato,
quando aveva detto cose non vere a lei su di un amico, perché temeva di
perdere la sua attenzione, quando aveva sperato che il padre si perdesse
in mare, perché non aveva fatto niente per salvare la mamma, quando
aveva odiato il signore del cielo perché gli aveva portato via l’unico
bene nella sua misera vita!
Pian
piano le lacrime si portarono via i detriti della sua meschinità, fino
all’ultimo orgoglioso scatto che aveva avuto con il padre quando era
partito, che ora riconosceva non era affatto pietà per la sua solitudine,
ma rabbia contro un re che gli voleva cambiare la vita.
Sollevò
lo sguardo, ora più limpido sul volto del vecchio e vide due perle, due
piccole lacrime che gli rigavano le guance. Non erano tristezza o
disgusto a segnare i lineamenti dell’uomo, ma partecipazione profonda,
come se capisse meglio di lui quanto quel male avesse ferito i suoi
giovani anni. Il vecchio si alzò, lo abbracciò e le due lacrime caddero
sul suo capo. Fu come un balsamo, come un fuoco purificatore, come
l’acqua fredda di una sorgente, come il soffio di un vento che spazzi la
nebbia, e fu pronto.
L’Addestramento o (Liturgia della parola)
Venne il
tempo degli addestramenti, serrati, intensi, sulle armi, sulla storia
del regno, sulla filosofia dei cavalieri, sulle gesta del re.
Per
giorni il giovane si esercitò con la spada, imparò la funzione dei vari
pezzi dell’armatura, ad usare il leggero scudo, a correre per ore nella
polvere con i sandali dorati, senza che si sporcassero, a digiunare e a
conoscere tutte le sfumature di etichetta di un pranzo fra i nobili. I
maestri si alternavano istruendolo sulla saggezza antica, insegnandogli
a ricordare i canti della sua gente, raccontandogli di come il re fosse
sceso in battaglia contro un nemico mortale, di quando fu cacciato come
un impostore e mandato a morire sulla montagna fuori dalla città, mentre
i suoi nemici banchettavano a palazzo, di come tornò splendente e
vittorioso, per trasformare la città che c’era prima nel castello in cui
si trovava adesso.
Finalmente si avvicinava il gran giorno della sua investitura e il
giovane non vedeva l’ora di indossare l’armatura e di presentare la sua
spada al re. Già, perché il re non lo aveva ancora mai visto, anche se
in un certo senso sentiva che era presente nelle parole dei maestri,
nelle lacrime del vecchio El, nella voce tonante dell’uomo che lo aveva
salutato il primo giorno.
Il Giuramento o (La professione di fede)
Il
giorno del giuramento lucidò la sua armatura, la indossò e fu finalmente
ammesso nella parte interna del castello.
Fino ad
ora aveva potuto circolare per i locali della servitù, nelle scuderie,
nei cortili esterni dove si svolgevano le esercitazioni, ma ora varcando
la grande porta entrò nella prima sala, la grande sala del giuramento.
I suoi
occhi si sgranarono, riconoscendo intorno a lui i volti di coloro che lo
avevano accompagnato lungo la strada, solo che adesso erano tutti in
armi, uomini donne, persino i bambini con spade e scudi adatti alle loro
dimensioni.
I loro
volti raggianti si riflettevano sulle armature tirate a lucido, mentre
anch’egli si univa al gruppo di coloro che avrebbero giurato per la
prima volta. C’erano altri giovani come lui, con i volti tirati per
l’emozione, i gesti trattenuti, timorosi di essere troppo goffi o
esagerati.
Una
tromba squillò e il silenzio si fece intenso, quasi palpabile.
L’uomo
che li aveva accolti all’inizio, si alzò su di un basamento che lo
rendeva ancora più imponente e la sua voce tuonò dall’alto:
“Giurate voi per il re che ci ha fatti suo popolo?”
Gli
scudi si alzarono nella luce abbagliante del sole che entrava dalle
grandi finestre della sala e il giovane si ritrovò a vibrare nel grido
unanime: “Lo giuro.”.
“Giurate voi per il re che ci ha liberati dal nemico, fino a dare la
vita, per tornare vittorioso e regnare per sempre?”
Per la
seconda volta la sala tremò, mentre le spade guizzavano nel sole.
“Giurate voi per la fraternità dei cavalieri, per la purezza dei loro
cuori, per coloro che li hanno preceduti nella battaglia, per la
vittoria finale che ci attende?”
La sala
intera si inchinò, in un ondeggiare profondo, mentre un canto scaturiva
dalle mille gole, come un turbine di vento, un irrompere di acque
spumeggianti, la nostalgia di una terra non ancora creata eppure
palpitante di vita, la luce di un sole giovane, ineffabile, nel cielo
del primo mattino di un altro regno: “Lo giuro.”.
Il dono o (L’offertorio)
Ora era
un cavaliere, sentiva naturale la corazza su di lui, la spada e lo scudo
erano leggeri e forti, eppure il suo cuore non era ancora contento,
avvertiva che gli mancava qualcosa: non aveva mai visto il re.
Aveva
compiuto il suo dovere, aveva scoperto che questa era la sua vita, amato
le storie che gli avevano raccontato, i duri giorni dell’addestramento,
ma il re non lo aveva incontrato, forse era occupato altrove e non
sapeva neppure che lui era diventato cavaliere!
Intanto
la folla si mosse e il giovane fu spinto innanzi, in un’altra sala,
ancora più grande.
Finalmente era nella sala del trono, con l’immensa cupola a sovrastarla
e al fondo un grande trono, composto da tre seggi impreziositi di oro e
gemme e ai loro piedi un seggio più piccolo su cui sedeva una donna con
un magnifico manto che scendeva fino a terra e una corona sul capo.
“Principe senza nome, vieni avanti e fai la tua offerta.”.
Non
avrebbe saputo dire da quale dei tre seggi fosse venuta la voce pacata
che lo chiamava, così come anche se non lo avevano nominato, sapeva che
stavano parlando a lui. Questa parte della cerimonia nessuno gliela
aveva spiegata e non sapeva proprio cosa avrebbe dovuto dire o fare, ma,
volgendosi attorno vide solo facce sorridenti che lo invitavano a
muoversi, perciò prese la sacca dalla quale non si separava mai e si
incamminò verso il trono, mentre la folla si faceva da parte,
lasciandogli un varco.
Giunto a
qualche passo dal trono si inchinò confuso e balbettò: “non so cosa
offrire, le mie mani sono vuote e le vostre maestà sono così grandi!”.
Fu la
donna ad accennare con il capo verso di lui e a dirgli con dolcezza:
“Guarda in quella tua sacca, non hai proprio nulla?”.
Il
giovane frugò perplesso nella sacca che credeva vuota e le sue mani
incontrarono l’anfora di vino e l’involto del pane che il padre gli
aveva dato prima di partire.
Imbarazzato estrasse gli oggetti e mormorò:
“Ho
solo un po’ di pane secco e una piccola anfora di vino, ma…”.
“Andrà benissimo,” gli sorrise la signora
alzandosi e prendendo le offerte dalle sue mani.
“Seguitemi, venite al banchetto del re.”.
Il
banchetto e la scomparsa del re o (La liturgia eucaristica)
La donna
si incamminò, oltrepassando il trono e dietro ad esso, un’altra porta su
cui era scolpito il racconto della grande vittoria del re.
La sala
in cui entrarono era immensa, con un tavolo che le girava tutto attorno,
al quale si sedettero tutti quelli che entravano. Il giovane stava per
fermarsi in un angolo, ma la donna lo invitò con delicata fermezza:
“No,
il tuo posto non è qui, vieni avanti, perché le tue offerte diventeranno
pane e vino per tutti.” Non capì, ma obbedì,
seguendola fino al capo opposto della sala, dove la signora depose le
sue offerte davanti all’uomo che aveva guidato la cerimonia. Il giovane
fu fatto sedere accanto a lui e lo ascoltò mentre benediceva le sue
offerte e ricordava la grande storia del re, la sua vittoria sul male e
di come dalle offerte della nostra povertà egli potesse trarre
nutrimento per tutto il suo popolo.
Fu
allora che lo vide, al centro della sala. Non era come se lo sarebbe
aspettato, un vecchio saggio con la barba bianca, ma un giovane,
difficile da definire sia nell’aspetto che nell’età, grande eppure umile,
bello eppure famigliare, forte e fragile, stanco e ferito eppure
vittorioso e trionfante.
Il
giovane aveva gli occhi ancora fissi sul re, che era comparso come
all’improvviso, quando questi venne verso di lui, portando un pezzetto
del suo pane e un piccolo calice di vino. Si accorse con stupore che non
indossava l’armatura, né vesti sfarzose e splendenti, ma un grembiule
come quello che usava suo padre quando puliva il pesce.
Il re è
davanti a lui:
“Sei
stato fedele fin qui, per questo ti darò un nome, ti chiamerai Benedetto.”.
Gli porge il pane, poi con garbo gli accosta alle labbra il calice e,
scompare.
La
sorpresa è così grande che per un attimo Benedetto sbatte le palpebre,
incredulo, ma il re non c’è più.
Epilogo o (Ringraziamento e congedo)
Una mano
piccola e delicata gli si appoggia sulla spalla e lo costringe a
voltarsi. È la donna incoronata che lo abbraccia con un gioioso sguardo
di madre:
“Non
preoccuparti, Benedetto, succede sempre così, quando si mangia questo
pane si diventa principi, per questo il re mio figlio, svanisce alla
vista degli occhi, perché adesso è in te.”.
Questo è
troppo grande per Benedetto, troppo incredibile per replicare, troppo
immenso per non cadere in ginocchio, aggrappato al manto della madre,
che lo guarda con infinita tenerezza.
È lei
che riprende dopo un tempo sospeso senza altro che gratitudine che
scorre mormorante e profonda in tutta la sala:
“Tu
hai gustato il segreto del re, non potrai più essere il giovane
pescatore che ha lasciato la costa molti giorni fa. Tornerai al tuo
lavoro, forse invecchierai e avrai dei figli, come tuo padre prima di te,
ma sarai sempre un cavaliere e un principe regale, nascosto nei panni di
un uomo qualunque, pronto alla chiamata del re quando verrà. Va in pace,
figlio mio, per la strada che il re ti ha assegnato, portando nel cuore
questo straordinario segreto. Quando vorrai potrai tornare, perché ogni
giorno nel castello qualcuno diventa cavaliere e si rinnova il banchetto
del re.
Racconta ai tuoi figli la loro storia, il loro meraviglioso destino di
principi e, quando il re li chiamerà, non avere paura, lasciali andare…”.
Il canto
ricominciò, maestoso e sereno, mentre la folla si scioglieva,
riversandosi come un fiume dalle porte del castello.
Il
giovane Benedetto, s’incamminò con loro, dopo aver riposto con cura le
armi nella sacca.
Il
ritorno o (La Liturgia nella vita)
Raggiunse il mare qualche giorno dopo, una mattina presto, come quando
lo aveva lasciato. Trovò il padre che rassettava le reti. Quando lo
vide, si alzò e lo attese.
Si fermò
accanto a lui sulla riva, a contemplare il mare che all’orizzonte si
tingeva di rosa, immerso nel profumo del sale che gli ricordava un altro
profumo e il mormorio di una donna che tanto tempo fa, gli raccontava
una splendida storia.
“Che
ne pensi, figlio mio?”.
“Sì,
padre, è un bel giorno per pescare.”.
Qualche
appunto
I
segni coprono e svelano
Nella
storia che vi ho appena raccontato avrete senz’altro capito che parlavo
di una celebrazione della Messa, di ogni messa, nei suoi tratti
essenziali. Allo stesso modo l’acqua è segno nel battesimo perché
rimanda subito all’idea di purificazione, di pulizia, di lavaggio.
Il
mistero liturgico è nascosto sotto i segni, ma proprio per questo è
svelato dai segni stessi.
Ma
allora direte voi perché mai ti sei preso la briga di raccontarci una
messa nascosta sotto la storia dell’iniziazione di un giovane cavaliere?
Perché
il mistero è grande e lo si può raggiungere in modi diversi.
La Messa
è un viaggio come quello dei discepoli di Emmaus, ma è anche banchetto
come nella parabola del re e degli invitati a nozze.
Se mi è
riuscito, attraverso questa storia ora che ne conoscete la chiave di
lettura, potete cogliere molte sfumature della esperienza di ogni messa,
che normalmente sono perdute, o meglio, appannate dalla polvere
dell’abitudine.
Il
sacerdote a volte lo dice, ma forse sorvoliamo sul fatto che siamo
convocati e che a convocarci è il re dell’universo.
In ogni
messa siamo provati nella nostra purezza dall’atto penitenziale e nel
silenzio che precede l’invocazione della pietà di Gesù o la pubblica
confessione dei nostri peccati siamo soli, come il nostro giovane
cavaliere nella stanza del vecchio El, che guarda caso ha uno dei nomi
attribuiti a Dio.
L’ascolto della parola è più di un distratto momento di pausa, ma
addestramento del nostro cuore, approfondimento della conoscenza di Dio,
memoria della storia del suo popolo a cui apparteniamo.
Potremmo
procedere così analizzando ogni parte della storia che vi ho raccontato,
ma lascio a voi questo compito, anche perché nella copia che vi sarà
data vi sono dei titoli che possono aiutarvi.
Il
giuramento ad esempio si chiama anche “(professione di fede)”.
Tutti i
titoli nelle varie parti della storia, portano fra parentesi il
riferimento alle parti della messa.
Applicarvi la vicenda di un cavaliere non è però casuale, ma
strettamente legato ad un particolare sguardo sulla celebrazione
eucaristica.
Il
nostro giovane ad esempio non può accedere alla parte interna del
castello se non quando è pronto a fare il suo giuramento, così come i
catecumeni erano esclusi dalla liturgia eucaristica vera e propria prima
del battesimo.
Permettetemi di aggiungere solo una nota riguardo alla presenza di
Maria nell’Eucaristia.
Nel mio
racconto è molto marcata, soprattutto nella seconda parte, per due
ragioni: in primo luogo nella messa celebriamo il memoriale di Gesù nel
mistero della sua passione, della sua morte e resurrezione e se Maria
era sotto la croce, naturalmente è presente ad ogni memoriale. In
secondo luogo ho voluto che riecheggiasse anche oggi la festa della sua
assunzione e incoronazione gloriosa che solo ieri abbiamo celebrato
insieme.
Conseguenze pratiche
Da
quello che ho fatto oggi con voi si possono dedurre alcune modalità
nell’affrontare i segni dentro e fuori dalla liturgia
I
segni sono sempre analogici
Con i
segni non possiamo dire tutto, possiamo solo rimandare ad un senso più
profondo, possiamo evocare una lettura a più livelli, ma dobbiamo sempre
ricordare che il mistero supera sempre i segni. Anche nella scelta dei
simboli dobbiamo poter attingere al patrimonio comune, senza sovrapporre
troppe simbologie diverse (non ho scelto a caso il percorso di un
cavaliere, perché è più semplice e intuitivo di altri percorsi
iniziatici, quello di un mistico o quello di un atleta, per esempio, che
molti potrebbero non conoscere).
Il
rischio è ad esempio, che nella frenesia di riuscire a dire tutto
attraverso i simboli, si moltiplichino all’infinito. Mi vengono in mente
certi offertori dove sull’altare arriva di tutto, perché non bisogna
trascurare nessuno e allora palloni da calcio, maglioni all’uncinetto,
disegni di bambini piccoli, magari orribili, frutti della terra,
utensili e ceri e libri e chi più ne ha più ne metta, tanto che il
sacerdote per consacrare il pane e il vino deve rintracciarli
faticosamente.
I
segni sono sobri
Tutti i
testi di normativa liturgica insistono sulla sobrietà dei segni, senza
trascurare il decoro, ma in modo che il significato non sia oscurato dal
segno.
I
segni sono catechesi
Come ho
detto a un certo punto abbiamo perso il senso di ciò che facciamo o
celebriamo, per cui oggi è urgente una catechesi che gli antichi
chiamavano mistagogica, cioè capace di introdurre alla profondità del
mistero, attraverso il mistero stesso. In altre parole, per esempio, la
messa è ricca di momenti come avete potuto notare dal racconto che avete
appena ascoltato, e le norme raccomandano che siano date monizioni (brevi
introduzioni esplicative) che aiutino i fedeli a comprendere ciò che
accade. Anche qui, con sobrietà, perché se a ogni gesto segue o precede
una spiegazione o una introduzione o un arricchimento esplicativo in
preghiera, alla fine si perde il senso di unità della celebrazione
liturgica. Meglio per esempio è un piano sistematico, in cui nel corso
di un certo periodo di tempo si decide con il sacerdote di sottolineare
un momento ogni domenica per tanti quanti sono i momenti in cui la
celebrazione è suddivisa. Non bisogna avere paura di ricominciare i
cicli, perché noi tendiamo a dimenticare le cose e ogni tanto è bene
ricordarle.
I
segni sono opera della fantasia dello Spirito
I segni
più belli, sia che riguardino la celebrazione liturgica, sia che si
compiano nel gruppo di preghiera, nascono dalla fantasia dello Spirito
Santo, non dalla stravaganza creativa o emotiva, anche se creatività ed
emotività non sono estranee alla formazione di un segno, così come sono
parte integrante di ogni profezia.
I segni
infatti sono narrazione poetica, che quando nascono dalla preghiera e
dall’ascolto del Signore assumono una densità e una profondità
incredibile.
Mentre
rileggevo la storia che vi ho raccontato, con stupore mi sono reso conto
per esempio che a un certo punto ho smesso di usare il passato, per
adoperare il presente. Questo accade quando il cavaliere riceve il pane
e il vino dal re e la madre del re gli parla. Se stavo parlando di una
messa è ovvio, perché quando il Signore è presente nell’eucaristia
esiste solo il qui e ora della sua manifestazione, il memoriale è
proprio questo attualizzazione del mistero della nostra salvezza. Questo
però è accaduto senza che io lo prevedessi razionalmente, ma
semplicemente attingendo al patrimonio che lo Spirito ha posto in quel
momento nel mio cuore.
Io ho
scelto il narrare, perché è il modo in cui riesco meglio ad esprimermi,
altri potranno scegliere la danza, altri la musica, altri ancora le arti
figurative. Nessuna delle espressioni di comunicazione umana è esclusa
dal diventare segno liturgico o paraliturgico, e, se inserita in un
contesto di preghiera sarà benedetta dalla presenza dello spirito Santo.
Un
esempio per tutti sono le icone, che nella cultura e nella chiesa
orientale sono ben più che opere d’arte, sono quasi sacramenti esse
stesse, perché partecipi della presenza del Signore con la quale sono
state pensate, pregate, preparate, realizzate e nella quale vengono
contemplate.
Infine
vorrei darvi un criterio sicuro per il giudizio su di un segno.
I
segni completi, sono sempre biblici e eucaristici
Le norme
liturgiche e quelle per le benedizioni e per le preghiere di liberazione,
così come i rituali per i sacramenti, contengono una unità di fondo cui
la Chiesa è stata sommamente attenta nel dotare la riforma liturgica di
strumenti efficaci.
Ogni
celebrazione deve essere biblica, cioè in essa direttamente o
indirettamente si deve far riferimento alla parola di Dio e
Cristocentrica, cioè Gesù è principio e fine di ogni culto, ma anche suo
centro, dono essenziale che si offre in ogni preghiera o manifestazione,
o gesto.
La
domanda che ci dobbiamo porre, dunque, nel pensare ad un segno da
realizzare nella preghiera o nelle celebrazioni comunitarie è sempre la
stessa:
si può
leggere in questo segno un riferimento alla Parola di Dio? È Gesù il
centro del dono che stiamo facendo ai nostri fratelli attraverso questo
segno?
Conclusioni
Come vi
avevo promesso all’inizio, vorrei ora mostrarvi cosa mi è stato dato in
preghiera dai fratelli della mia piccola porzione del gregge del
Signore, per guidarmi in questo cammino.
Dopo
l’invocazione dello Spirito Santo il canto in lingue che seguì, mi diede
l’immagine di un castello al suo risveglio, un grande castello, con i
corni da guerra che suonavano, i soldati che si affrettavano sulle mura,
i servi affaccendati a preparare le difese, il re e i suoi ministri
nella sala del trono pronti per una solenne giornata.
A questa
visione o immagine è seguita una parola dalla Lettera agli Ebrei, al
Capitolo sesto, che mi indicava di cosa avrei dovuto parlarvi, o meglio
di cosa non avrei avuto bisogno di dire. Tra parentesi, se vi è una
lettera piena di riferimenti alla liturgia, questa è certamente la
lettera agli Ebrei.
Perciò, lasciando da parte l'insegnamento iniziale su Cristo, passiamo a
ciò che è più completo, senza gettare di nuovo le fondamenta della
rinunzia
alle
opere morte e della fede in Dio, della dottrina dei battesimi,
dell'imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio
eterno.
Questo noi intendiamo fare, se Dio lo permette. (Eb 6, 1-3)
Infine
il Signore mi ha donato una parola che mi è molto cara, perché
costituisce la mia ansia, il motivo della mia vocazione diaconale, la
spinta a testimoniare il Signore ai miei fratelli, un passo della
Scrittura che mi ha indicato con quale cuore avrei dovuto parlarvi.
36
Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite,
come pecore senza pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La messe
è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della
messe che mandi operai nella sua messe!». (Mt 9, 36-37)
Bibliografia
Giacomo
Biffi, Riflessioni sul giorno del Signore, articolo apparso su
Internet;
Congregazione per il culto divino, direttorio su pietà popolare e
liturgia Roma 2002;
La
voce segno/simbolo, nel dizionario liturgico;
tratto da Internet
Congregazione per il culto divino e la disciplina dei
sacramenti, Istruzione Redemptionis Sacramentum, su alcune cose
che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, Roma
2004
Enrico
Mazza, La mistagogia, edizioni liturgiche Roma
Vincenzo
Marco Sirchia, la mistagogia nella chiesa bizantina, Piana degli
Albanesi, 2001
I
principi e norme per l’uso del messale romano e i praenotanda per la
celebrazione eucaristica e il culto dell’eucaristia fuori della messa,
che si possono trovare o sui testi liturgici, o su internet.
S.Cirillo di Gerusalemme, le catechesi mistagogiche, Internet |