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Dio ti Ama adesso!
Liturgia - MINISTERO DI FORMAZIONE LITURGICA

Liturgia e segni, norme e libertà

Lozio, 16 agosto 2006

 

Premessa

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

L’anno scorso abbiamo commentato insieme un’enciclica dedicata all’eucaristia, per cui il mio compito era facile, perché si trattava di riassumere e commentare un testo, dello spessore di cui il santo Padre Giovanni Paolo II era capace.

Questa volta il tema affidatomi è piuttosto impegnativo e tocca il cuore della questione liturgica, così come l’abbiamo scoperta nel Rinnovamento nello Spirito, cioè il ruolo dei segni nella liturgia.

Il tema è lo stesso che avrei dovuto affrontare con i fratelli responsabili per la liturgia a livello nazionale, a Loreto, che per varie ragioni non si è potuto tenere. Lo Spirito soffia dove vuole e ha agito per trasformare un argomento che sarebbe stato condiviso da pochi in un percorso per tutti gli animatori e di questo sono grato al Signore.

Di idee ne avevo parecchie, anzi, si potrebbe dire troppe, perché avrei voluto parlarvi della liturgia in generale, del suo significato antropologico e simbolico, all’interno del quale includere i criteri per la scelta dei segni dentro la liturgia eucaristica e fuori di essa in una dimensione più per così dire profetico-carismatica.

 

Fino a poco tempo fa, dunque, navigavo con il mio sacco di idee in spalla, raccolte leggendo libri, consultando internet, consigliandomi con amici sacerdoti, senza sapere come ordinarle, quali scegliere perché fossero adatte alla comunità di animatori che mi sarei trovato davanti oggi, insomma senza una chiave con cui dare forma alla mia relazione.

In questi casi che si fa? Non lo so, per cui ho chiesto aiuto alla mia comunità, un piccolo gruppo di Lugano, con fratelli che da molti anni condividono con me il cammino nel Rinnovamento.

Non ci crederete, o meglio, siccome siete nel RnS da qualche anno, ci crederete di sicuro, il Signore mi ha risposto, suggerendomi cosa dire e non dire, come dirlo, con quale cuore e a che scopo.

La potenza del Signore si è manifestata ancora una volta nella nostra debolezza, sia perché ai fratelli non avevo spiegato nei dettagli le mie intenzioni, sia perché nessuno di loro, che io sappia, è esperto di liturgia.

Alla fine del mio intervento, vi rivelerò quanto il Signore nella Sua infinita bontà mi ha mostrato e potrete giudicare se sono stato obbediente alla sua parola, o se vi ho messo troppo di me.

 

 

Introduzione

In estrema sintesi cominciamo con il dire che la liturgia è uno dei tre pilastri su cui è costruita la Chiesa. Gli altri due sono la Marturia o testimonianza e la Diaconia o servizio.

La Chiesa è un mistero, ma non nel senso che non si può capire. È un mistero perché supera ogni tentativo di spiegazione o di contenimento in una disciplina scientifica. Le scienze umane, la psicologia, la sociologia, la filosofia, hanno tentato di usare i loro criteri e hanno messo in luce qualche suo tratto, ma sono ben lontane dall’essere riuscite a definire cosa sia effettivamente.

Anche la teologia ha addirittura un settore a parte chiamato ecclesiologia, ma non ha la presunzione di comprendere la Chiesa, nel senso letterale, cioè di poterla circondare totalmente con le sue conoscenze, al massimo può gettarvi una luce imperfetta. Permettetemi di osare e dirvi che persino la Parola di Dio, se con essa intendiamo gli scritti della Bibbia, non può contenere la Chiesa nel suo sviluppo, tanto è vero che il cosiddetto “buon deposito”, il tesoro su cui si fonda, è costituito sì dalla parola biblica, ma anche dalla tradizione che nei secoli l’ha approfondita e incarnata nella storia.

Perché? Perché la Chiesa è il corpo di Cristo, il risorto, il vivente, è viva, cresce con lui, è sacramento della sua presenza in mezzo agli uomini, ma anche popolo, nuovo popolo di Dio, speranza per tutti i popoli, luogo della sua nuova ed eterna alleanza, ma anche madre, capace di generare figli di Dio, di essa Maria santissima è figura e prototipo, primizia del regno, nuova Gerusalemme in perenne costruzione, Baluardo contro Satana il nemico dell’uomo, nave che non si smarrisce nelle tempeste dei secoli, esercito per conquistare cieli nuovi e terre nuove per ogni uomo rinnovato da Gesù, sposa ardente sottomessa al Signore e da lui resa sempre più bella nella molteplicità dei doni e dei carismi che ne ornano la veste, vigna nuova piantata nella terra resa fertile dal sangue di Gesù, in cui gustare i frutti deliziosi della gioia e della fraternità, infine, ma non certo perché esaurita la sua ricchezza, tempio, in cui la gloria vivente di Dio, Gesù risorto è resa presente, contemplata, adorata, celebrata, in un circolo fecondo che sempre più lo rende splendente, fino a che Dio non sia tutto in tutti.

Questa è la chiesa? No, questo è il pallido balbettare di noi piccoli uomini attorno ad un mistero e anche se mettiamo insieme tutte queste immagini, otteniamo solo una bozza, un fotogramma di un immenso film che dura da duemila anni ed è solo l’inizio degli ultimi tempi.

Come ogni cosa, anche la Chiesa, per essere vista nella sua interezza, più è grande e più ha bisogno di distanza da cui essere osservata; l’unica prospettiva ragionevole per abbracciarne la complessità è la patria beata nei cieli dalla quale impareremo a contemplarla forse in modo più chiaro.

Eppure questa è la nostra Chiesa, il luogo ove Gesù vive, la fraternità in cui si manifesta la sua presenza, senza la quale non avrebbe potuto esistere.

La Chiesa allora non si può descrivere, si può solo sperimentare e l’esperienza è quella dello Spirito Santo, la Pentecoste che ha trasformato dodici apostoli, Maria la madre di Dio e circa 107 discepoli nel nucleo consapevole di un evento straordinario, di una teofania, definitiva e irriducibile nel mondo.

Subito questa consapevolezza si è fatta annuncio, Marturia, appunto, nel discorso di Pietro che gli Atti riportano, ma anche celebrazione, nella frazione del pane, nell’ascolto della parola degli apostoli, e servizio, nella condivisione fraterna, nella comunione dei beni, nel servizio ai più deboli, le vedove, gli orfani, i poveri.

Queste tre dimensioni non possono essere separate se non artificialmente, come faremo oggi, ma devono essere tenute presente, perché sono strettamente intrecciate l’una all’altra con parecchi fili che le uniscono in un grande affresco.

La testimonianza è cresciuta, in estensione, diventando dottrina, ricca di contenuti che si sono andati approfondendo nei secoli, hanno attinto agli errori per confutarli, alle sfide per vincerle, si sono lasciati interrogare dai cambiamenti, fino ad arrivare al Catechismo della Chiesa Cattolica, l’ultimo punto fermo da cui partire per il cammino futuro.

Il servizio si è anch’esso sviluppato, dalla comunione semplice, forse mai realizzata totalmente, al diaconato, alle opere di assistenza, ospedali, università, fino alle imprese no-profit e al corpo di dottrina sociale riassunto nel compendio del 2004, fino all’enciclica di Benedetto XVI.

Sarebbe stato disarmonico lo sviluppo della Chiesa se contemporaneamente anche la liturgia non si fosse adeguata, approfondita, arricchita, innalzata fino ai vertici attuali di comprensione e contemplazione del mistero, con la tempesta del Concilio Vaticano II e la progressiva attuazione della riforma ancora in atto.

In questo contesto oggi ci occuperemo di segni, per coglierne la struttura, la funzione, la varietà e lo scopo.

Non si tratterà di un’esposizione scolastica, ma in un certo modo di un esempio da cui spero possiate trarre le dovute conclusioni.

 

Il problema

Testimonianza, celebrazione e servizio si sono sviluppate coerentemente per tutti questi 20 secoli, noi ci siamo dentro, raccogliamo i frutti di questa crescita, dovremmo essere una realtà splendente, piena di carità, coraggiosi testimoni, capaci di incantare le folle con la bellezza dei riti. E com’è che non funziona?

La questione non è nuova, anzi, se ne preoccupavano fin dai primi secoli, perché man mano che la Chiesa cresceva sempre più persone vi aderivano, ma con sempre minore consapevolezza.

Recentemente ho incontrato una signora, frequentatrice assidua della Chiesa, molto costante nella preghiera, seguita da un padre spirituale, attenta alle questioni morali e alla sottigliezza di scelte etiche difficili.

Durante una discussione capitiamo a parlare di battesimo e quando le chiedo cosa pensa che c’entri il battesimo con la morte e resurrezione di Gesù, mi risponde che non capisce, perché per lei il battesimo è una specie di biglietto di ingresso per diventare membri della Chiesa, attraverso una purificazione dal peccato.

“Da sessanta anni sono credente, ma non sapevo che con il battesimo c’entrasse la morte del Signore!”

Questo è un caso forse estremo, ma secondo me non poi tanto.

Il patrimonio della Chiesa è immenso, ma spesso i credenti non ne godono che le briciole, figuriamoci i non credenti che a questo patrimonio dovrebbero potersi avvicinare per gustarne la fragrante immensità!

Così continuiamo a celebrare messe, adorazioni, rosari, preghiere carismatiche, roveti ardenti, convinti che bastino le parole e i gesti perché tutto sia chiaro e comprensibile e possa essere colto nella sua complessità.

Il risultato è che per esempio molti non sanno perché si dovrebbero alzare prima dell’anamnesi e offerta, (uso volutamente il termine tecnico, chi non lo conosce mi chieda poi cosa significa), perché ai tempi ci hanno insegnato a stare in ginocchio fino all’amen. Oppure sembra molto democratico ripetere le parole del sacerdote durante la consacrazione, specialmente nella dossologia finale.

Perché ci si segna con un segno di croce?

Che differenza c’è fra l’olio prebattesimale e l’olio crismale?

Perché i padrini non possono essere divorziati risposati?

Cosa si può portare alle offerte, sull’altare?

Perché non si possono benedire gli anelli di due sposati in seconde nozze civili, dopo un divorzio?

Noi continuiamo a celebrare dei riti, li abbiamo tradotti nelle lingue nazionali, ma quando cerchiamo di penetrarli ne sappiamo decisamente poco.

Se poi siamo noi a dover inventare dei segni, per arricchire quello che non capiamo più, obbediamo non alla struttura del segno, non al contesto, ma alle emozioni, all’espressione del sentimento personale o comunitario.

Oggi non intendo fare la teoria dei segni, né darvi esattamente le norme per inserire un segno in una celebrazione, la prima perché ci vorrebbe troppo tempo, le seconde perché le trovate sul messale, nella prefazione ai libri liturgici oppure tra gli altri, sul sito web www.maranatha.it.

Alla fine di questa relazione che vi verrà consegnata in copia, troverete comunque una bibliografia di testi che potrete consultare per saperne di più e chissà, magari appassionarvi e chiedere ai vostri regionali di poter diventare delegati per la liturgia!

Oggi invece, voglio raccontarvi una storia.

 

La scomparsa del re

 

La chiamata o (Vocazione)

Si svegliò come tutte le mattine, quando la notte era sul punto di tramontare e l’alba non era ancora sorta, le mani umide di rugiada e di salmastro che penetrava nella piccola capanna. Un breve passaggio sul catino che era già pronto accanto al letto, per sciacquarsi la faccia, poi superò le stuoie che separavano lo spazio notturno dalla cucina, con al centro il focolare acceso, sul quale borbottava una pentola di avena. A svegliarlo come al solito era il profumo del pesce che il padre arrostiva ogni giorno, precedendolo. C’era qualcosa di diverso, ma non se ne rese conto subito, finché i suoi occhi non caddero sul padre, seduto accanto al fuoco con una grande sacca fra i piedi, l’aria assorta. Avrebbe dovuto essere fuori, a controllare le reti, o a preparare la barca per uscire a pescare al più presto, quando le reti si riempivano meglio!

Invece se ne stava lì, silenzioso, quasi triste.

“Padre, non stai bene, vuoi che esca da solo? Per trainare me la cavo, poi magari gli altri mi danno una mano per issare le reti?”

Il padre aveva alzato su di lui uno sguardo stanco, ma fiero, la faccia bruciata dal sole, le labbra increspate dalla concentrazione, quasi temesse di dimenticare qualcosa.

“No, oggi tu non vieni con me, devi partire.”

“E dove devo andare, il mercato è domani,… mi… sembra?”

“Tu sai che sei stato portato qui quando eri molto piccolo. Quando c’era ancora la mamma, te l’ha raccontata tante volte questa storia, ricordi?”

Una fitta di dolore si insinuò nei suoi pensieri, mentre risentiva il profumo dei capelli della madre, china sul suo giaciglio a raccontare la favola di lui che era un principe e di quando era stato affidato a loro, avvolto in fasce, portato con una carrozza d’oro, seguito da sette cavalieri in armatura, insieme ad una grande sacca che conteneva i suoi tesori. Una volta, rompendo il segreto, si era azzardato a parlarne con un vecchio pescatore, che nel villaggio godeva fama di grande saggio e questi aveva sorriso e gli aveva detto che per tutte le madri i loro figli sono principi e anche se non era vero, era comunque una bellissima storia.

Da quel giorno non aveva chiesto più alla mamma di raccontargliela e poi lei se n’era andata, portata via da una polmonite in un inverno rigido che persino il mare nella baia si era un po’ ghiacciato.

Sotto il velo umido che era scivolato negli angoli dei suoi occhi, scorse il padre indicare la grossa sacca che stava ai suoi piedi.

“Il re ti manda a chiamare, perché ormai è giunto il tempo, per prendere il tuo posto di principe e cavaliere del regno. Qui dentro troverai le vesti, l’armatura, la spada, i sandali d’oro e qualcosa per il viaggio, del pane, del pesce e un’anfora di vino che ho tenuto per questo momento.”

Il viso del giovane si irrigidì e su di esso comparve un lampo di collera.

“Non so niente di queste storie di principi e cavalieri, sono pescatore e ho imparato a governare una barca, a gettare le reti sui banchi giusti, a contare le stelle per non perdermi, a tagliare il pesce senza sprecarne neanche una lisca, a riconoscere i pesci che potremo vendere, quelli che mangeremo e quelli da ributtare in mare. Qui ci sono i miei amici, c’è …. “ il suo sguardo si addolcì ma non pronunciò il nome che gli era quasi affiorato sulle labbra, “E poi tu come farai da solo, mi hai cresciuto e insegnato che i figli devono onorare i padri, servendoli quando sono stanchi…”

Il padre si appoggiò alla parete della capanna, lo sguardo lontano, come perso in un ricordo, mentre il giovane si sfogava.

“Non pensare che non mi costi, figlio mio, ti ho visto crescere, nasconderti dietro il muro dell’orto ogni volta che avevi combinato un guaio, accanirti per ore ad imparare i nodi delle reti, spaventarti la notte quando il vento ululava sulla scogliera e il mare ruggiva, quasi sulla porta di casa, ma la tua strada è un’altra e lo sapevo fin dall’inizio, quando ho accettato di custodirti, sapendo che non mi appartenevi. Non preoccuparti, il re lo sa che non conosci la corte, ha permesso lui che crescessi lontano, per essere chiamato al momento giusto e questo momento è venuto ora.”

Il ragazzo non abbandonò il suo cipiglio, ma era decisamente stupito: quello era il discorso più lungo che avesse mai sentito da suo padre.

Non c’era niente da aggiungere e non si dissero nulla, mentre il giovane si caricava sulle spalle la pesante sacca e accompagnava il padre verso la barca, ormeggiata a pochi passi. Qualche altro pescatore si affaccendava attorno alle imbarcazioni nella bruma dell’alba.

Si fermarono qualche istante sulla riva, a contemplare la massa scura delle acque che andava progressivamente colorandosi di rosa all’orizzonte, poi il giovane si volse, incamminandosi su per il sentiero che lo avrebbe condotto sulla grande strada reale, che fino ad oggi aveva percorso solo per andare al villaggio più grande ove si teneva il mercato.

 

 

Il castello o (Ingresso)

 

Camminò per giorni, in terre sconosciute, salendo colline, scendendo in valli fitte di boschi ombrosi, percorse lande deserte in cui udì il latrato agghiacciante degli sciacalli, attraversò grandi città che gli sembravano la capitale, ma ogni volta che chiedeva gli veniva detto di procedere

Si rese conto che si stava avvicinando alla sua meta, perché cominciò ad incontrare sempre più spesso gente con un sacco simile al suo sulle spalle. Dopo molte esitazioni si decise a chiedere a qualcuno di loro dove stessero andando.

“Al banchetto del re, che proclamerà il principe senza volto, cavaliere del regno.”

Non era possibile si trattasse di lui, e poi se anche lo avesse creduto non lo avrebbe certo detto ai viandanti che gli camminavano accanto, dignitosi, ben vestiti, quasi regali al suo confronto!

 

A toglierlo dall’imbarazzo fu comunque la vista del castello.

Stava su un colle alto, imponente di mura e di fossati, maestoso di torri e di guglie. Non aveva mai visto niente di simile, nemmeno nella sua fantasia. Al centro svettava un edificio più alto con una immensa cupola d’oro.

I dettagli però gli sfuggivano, perché attorno alla parte più bassa, forse per l’umidità che saliva dai fossati, stagnava una nebbia persistente, che nemmeno il sole più caldo riusciva a sfaldare.

Si accorse di essere sul ponte levatoio solo per il rumore sordo del legno sotto i suoi piedi, mentre seguiva le ombre della folla numerosa che ormai andava nella sua stessa direzione. Man mano che percorreva le robuste assi del ponte vide una luce sempre più sfolgorante che disegnò il grande arco del portale del castello, spalancato davanti a lui. Non aveva ancora messo piede sul pavimento di granito dall’altra parte del fossato, quando un canto maestoso si innalzò da mille bocche, accompagnato da strumenti che suonavano dentro il castello:

“Maestà, gloria e potenza al re, onore e vittoria al suo cavaliere, scudo e baluardo è il suo castello, s’innalza a lui il canto di mille schiere.

Lui loderemo in eterno e per sempre, perché ci salva con mano potente, dell’ingiustizia ci ha tolto il fardello, lui solo il santo, il fedele, il vivente”.

Continuò così per molto tempo, finché il cortile del castello non fu pieno di gente, uomini, donne, bambini e anziani, ricchi e poveri insieme, di ogni statura e forma, ma tutti splendenti di una luce straordinaria.

Poi sulla cima della grande scalinata al centro del cortile apparve un uomo in vesti magnifiche, che disse con voce possente:

“Pace dal re, dal suo figlio diletto e dall’amore che da essi si effonde, ai convenuti che qui sono stati chiamati per il grande banchetto in onore del cavaliere che sarà nominato.”

Come un’onda gigantesca che si abbatte sulla scogliera la folla rispose il suo assenso.

Poi si disperse come inghiottita dalle mura stesse del castello e il giovane si ritrovò da solo.

 

La prova o (L’atto penitenziale)

Rimase lì, perplesso, chiedendosi dove fossero andati tutti, guardandosi attorno. Non si accorse del vecchio, finché non si sentì toccare delicatamente su una spalla.

“Benvenuto giovane principe, sono El, il custode della giustizia del regno. Prima che tu diventi cavaliere devo scrutare il tuo cuore, perché nessuno può entrare al banchetto con cuore impuro.”

Così dicendo, lo condusse in disparte, in una piccola stanza, chiudendo alle loro spalle la porta di quercia massiccia.

Il giovane era confuso, non sapeva cosa dire, cosa fare, anche se il vecchio gli sembrava bonario, con un viso mite e un tocco gentile.

Questi restava silenzioso, con gli occhi socchiusi, in attesa.

Passò un tempo che gli sembrò lunghissimo, poi il ragazzo, si fece coraggio:

“Non so, io ho sempre fatto il pescatore, non ho rubato sul peso del pesce, ho sempre dato una mano con le altre barche, se mio padre non mi avesse ordinato di venire qui, sarei rimasto al villaggio. Forse voi signore, potete aiutarmi?”

Gli occhi del vegliardo si accesero di compassione puntandosi sul viso del ragazzo, che si sentì come incatenato. Non seppe precisamente come accadde, ma pian piano i ricordi i sentimenti, le piccole cose vergognose che teneva dentro, si accalcarono sulla porta delle sue labbra, per uscire, prima piano come un filo d’acqua, poi impetuose come un torrente in piena. Ricordò i piccoli tradimenti, mascherati per non sembrare vile con gli amici, la volta che aveva rubato al mercato, quando aveva detto cose non vere a lei su di un amico, perché temeva di perdere la sua attenzione, quando aveva sperato che il padre si perdesse in mare, perché non aveva fatto niente per salvare la mamma, quando aveva odiato il signore del cielo perché gli aveva portato via l’unico bene nella sua misera vita!

Pian piano le lacrime si portarono via i detriti della sua meschinità, fino all’ultimo orgoglioso scatto che aveva avuto con il padre quando era partito, che ora riconosceva non era affatto pietà per la sua solitudine, ma rabbia contro un re che gli voleva cambiare la vita.

Sollevò lo sguardo, ora più limpido sul volto del vecchio e vide due perle, due piccole lacrime che gli rigavano le guance. Non erano tristezza o disgusto a segnare i lineamenti dell’uomo, ma partecipazione profonda, come se capisse meglio di lui quanto quel male avesse ferito i suoi giovani anni. Il vecchio si alzò, lo abbracciò e le due lacrime caddero sul suo capo. Fu come un balsamo, come un fuoco purificatore, come l’acqua fredda di una sorgente, come il soffio di un vento che spazzi la nebbia, e fu pronto.

 

 

L’Addestramento o (Liturgia della parola)

 

Venne il tempo degli addestramenti, serrati, intensi, sulle armi, sulla storia del regno, sulla filosofia dei cavalieri, sulle gesta del re.

Per giorni il giovane si esercitò con la spada, imparò la funzione dei vari pezzi dell’armatura, ad usare il leggero scudo, a correre per ore nella polvere con i sandali dorati, senza che si sporcassero, a digiunare e a conoscere tutte le sfumature di etichetta di un pranzo fra i nobili. I maestri si alternavano istruendolo sulla saggezza antica, insegnandogli a ricordare i canti della sua gente, raccontandogli di come il re fosse sceso in battaglia contro un nemico mortale, di quando fu cacciato come un impostore e mandato a morire sulla montagna fuori dalla città, mentre i suoi nemici banchettavano a palazzo, di come tornò splendente e vittorioso, per trasformare la città che c’era prima nel castello in cui si trovava adesso.

Finalmente si avvicinava il gran giorno della sua investitura e il giovane non vedeva l’ora di indossare l’armatura e di presentare la sua spada al re. Già, perché il re non lo aveva ancora mai visto, anche se in un certo senso sentiva che era presente nelle parole dei maestri, nelle lacrime del vecchio El, nella voce tonante dell’uomo che lo aveva salutato il primo giorno.

 

 

Il Giuramento o (La professione di fede)

 

Il giorno del giuramento lucidò la sua armatura, la indossò e fu finalmente ammesso nella parte interna del castello.

Fino ad ora aveva potuto circolare per i locali della servitù, nelle scuderie, nei cortili esterni dove si svolgevano le esercitazioni, ma ora varcando la grande porta entrò nella prima sala, la grande sala del giuramento.

I suoi occhi si sgranarono, riconoscendo intorno a lui i volti di coloro che lo avevano accompagnato lungo la strada, solo che adesso erano tutti in armi, uomini donne, persino i bambini con spade e scudi adatti alle loro dimensioni.

I loro volti raggianti si riflettevano sulle armature tirate a lucido, mentre anch’egli si univa al gruppo di coloro che avrebbero giurato per la prima volta. C’erano altri giovani come lui, con i volti tirati per l’emozione, i gesti trattenuti, timorosi di essere troppo goffi o esagerati.

Una tromba squillò e il silenzio si fece intenso, quasi palpabile.

L’uomo che li aveva accolti all’inizio, si alzò su di un basamento che lo rendeva ancora più imponente e la sua voce tuonò dall’alto:

“Giurate voi per il re che ci ha fatti suo popolo?”

Gli scudi si alzarono nella luce abbagliante del sole che entrava dalle grandi finestre della sala e il giovane si ritrovò a vibrare nel grido unanime: “Lo giuro.”.

“Giurate voi per il re che ci ha liberati dal nemico, fino a dare la vita, per tornare vittorioso e regnare per sempre?”

Per la seconda volta la sala tremò, mentre le spade guizzavano nel sole.

“Giurate voi per la fraternità dei cavalieri, per la purezza dei loro cuori, per coloro che li hanno preceduti nella battaglia, per la vittoria finale che ci attende?”

La sala intera si inchinò, in un ondeggiare profondo, mentre un canto scaturiva dalle mille gole, come un turbine di vento, un irrompere di acque spumeggianti, la nostalgia di una terra non ancora creata eppure palpitante di vita, la luce di un sole giovane, ineffabile, nel cielo del primo mattino di un altro regno: “Lo giuro.”.

 

 

Il dono o (L’offertorio)

 

Ora era un cavaliere, sentiva naturale la corazza su di lui, la spada e lo scudo erano leggeri e forti, eppure il suo cuore non era ancora contento, avvertiva che gli mancava qualcosa: non aveva mai visto il re.

 Aveva compiuto il suo dovere, aveva scoperto che questa era la sua vita, amato le storie che gli avevano raccontato, i duri giorni dell’addestramento, ma il re non lo aveva incontrato, forse era occupato altrove e non sapeva neppure che lui era diventato cavaliere!

Intanto la folla si mosse e il giovane fu spinto innanzi, in un’altra sala, ancora più grande.

Finalmente era nella sala del trono, con l’immensa cupola a sovrastarla e al fondo un grande trono, composto da tre seggi impreziositi di oro e gemme e ai loro piedi un seggio più piccolo su cui sedeva una donna con un magnifico manto che scendeva fino a terra e una corona sul capo.

“Principe senza nome, vieni avanti e fai la tua offerta.”.

Non avrebbe saputo dire da quale dei tre seggi fosse venuta la voce pacata che lo chiamava, così come anche se non lo avevano nominato, sapeva che stavano parlando a lui. Questa parte della cerimonia nessuno gliela aveva spiegata e non sapeva proprio cosa avrebbe dovuto dire o fare, ma, volgendosi attorno vide solo facce sorridenti che lo invitavano a muoversi, perciò prese la sacca dalla quale non si separava mai e si incamminò verso il trono, mentre la folla si faceva da parte, lasciandogli un varco.

Giunto a qualche passo dal trono si inchinò confuso e balbettò: “non so cosa offrire, le mie mani sono vuote e le vostre maestà sono così grandi!”.

Fu la donna ad accennare con il capo verso di lui e a dirgli con dolcezza:

“Guarda in quella tua sacca, non hai proprio nulla?”.

Il giovane frugò perplesso nella sacca che credeva vuota e le sue mani incontrarono l’anfora di vino e l’involto del pane che il padre gli aveva dato prima di partire.

Imbarazzato estrasse gli oggetti e mormorò:

“Ho solo un po’ di pane secco e una piccola anfora di vino, ma…”.

“Andrà benissimo,” gli sorrise la signora alzandosi e prendendo le offerte dalle sue mani. “Seguitemi, venite al banchetto del re.”.

 

 

Il banchetto e la scomparsa del re o (La liturgia eucaristica)

 

La donna si incamminò, oltrepassando il trono e dietro ad esso, un’altra porta su cui era scolpito il racconto della grande vittoria del re.

La sala in cui entrarono era immensa, con un tavolo che le girava tutto attorno, al quale si sedettero tutti quelli che entravano. Il giovane stava per fermarsi in un angolo, ma la donna lo invitò con delicata fermezza:

“No, il tuo posto non è qui, vieni avanti, perché le tue offerte diventeranno pane e vino per tutti.” Non capì, ma obbedì, seguendola fino al capo opposto della sala, dove la signora depose le sue offerte davanti all’uomo che aveva guidato la cerimonia. Il giovane fu fatto sedere accanto a lui e lo ascoltò mentre benediceva le sue offerte e ricordava la grande storia del re, la sua vittoria sul male e di come dalle offerte della nostra povertà egli potesse trarre nutrimento per tutto il suo popolo.

Fu allora che lo vide, al centro della sala. Non era come se lo sarebbe aspettato, un vecchio saggio con la barba bianca, ma un giovane, difficile da definire sia nell’aspetto che nell’età, grande eppure umile, bello eppure famigliare, forte e fragile, stanco e ferito eppure vittorioso e trionfante.

Il giovane aveva gli occhi ancora fissi sul re, che era comparso come all’improvviso, quando questi venne verso di lui, portando un pezzetto del suo pane e un piccolo calice di vino. Si accorse con stupore che non indossava l’armatura, né vesti sfarzose e splendenti, ma un grembiule come quello che usava suo padre quando puliva il pesce.

Il re è davanti a lui:

“Sei stato fedele fin qui, per questo ti darò un nome, ti chiamerai Benedetto.”. Gli porge il pane, poi con garbo gli accosta alle labbra il calice e, scompare.

La sorpresa è così grande che per un attimo Benedetto sbatte le palpebre, incredulo, ma il re non c’è più.

 

 

Epilogo o (Ringraziamento e congedo)

 

Una mano piccola e delicata gli si appoggia sulla spalla e lo costringe a voltarsi. È la donna incoronata che lo abbraccia con un gioioso sguardo di madre:

“Non preoccuparti, Benedetto, succede sempre così, quando si mangia questo pane si diventa principi, per questo il re mio figlio, svanisce alla vista degli occhi, perché adesso è in te.”.

Questo è troppo grande per Benedetto, troppo incredibile per replicare, troppo immenso per non cadere in ginocchio, aggrappato al manto della madre, che lo guarda con infinita tenerezza.

È lei che riprende dopo un tempo sospeso senza altro che gratitudine che scorre mormorante e profonda in tutta la sala:

“Tu hai gustato il segreto del re, non potrai più essere il giovane pescatore che ha lasciato la costa molti giorni fa. Tornerai al tuo lavoro, forse invecchierai e avrai dei figli, come tuo padre prima di te, ma sarai sempre un cavaliere e un principe regale, nascosto nei panni di un uomo qualunque, pronto alla chiamata del re quando verrà. Va in pace, figlio mio, per la strada che il re ti ha assegnato, portando nel cuore questo straordinario segreto. Quando vorrai potrai tornare, perché ogni giorno nel castello qualcuno diventa cavaliere e si rinnova il banchetto del re.

Racconta ai tuoi figli la loro storia, il loro meraviglioso destino di principi e, quando il re li chiamerà, non avere paura, lasciali andare…”.

Il canto ricominciò, maestoso e sereno, mentre la folla si scioglieva, riversandosi come un fiume dalle porte del castello.

Il giovane Benedetto, s’incamminò con loro, dopo aver riposto con cura le armi nella sacca.

 

Il ritorno o (La Liturgia nella vita)

 

Raggiunse il mare qualche giorno dopo, una mattina presto, come quando lo aveva lasciato. Trovò il padre che rassettava le reti. Quando lo vide, si alzò e lo attese.

Si fermò accanto a lui sulla riva, a contemplare il mare che all’orizzonte si tingeva di rosa, immerso nel profumo del sale che gli ricordava un altro profumo e il mormorio di una donna che tanto tempo fa, gli raccontava una splendida storia.

“Che ne pensi, figlio mio?”.

“Sì, padre, è un bel giorno per pescare.”.

 

 

Qualche appunto

 

I segni coprono e svelano

Nella storia che vi ho appena raccontato avrete senz’altro capito che parlavo di una celebrazione della Messa, di ogni messa, nei suoi tratti essenziali. Allo stesso modo l’acqua è segno nel battesimo perché rimanda subito all’idea di purificazione, di pulizia, di lavaggio.

Il mistero liturgico è nascosto sotto i segni, ma proprio per questo è svelato dai segni stessi.

Ma allora direte voi perché mai ti sei preso la briga di raccontarci una messa nascosta sotto la storia dell’iniziazione di un giovane cavaliere?

Perché il mistero è grande e lo si può raggiungere in modi diversi.

La Messa è un viaggio come quello dei discepoli di Emmaus, ma è anche banchetto come nella parabola del re e degli invitati a nozze.

Se mi è riuscito, attraverso questa storia ora che ne conoscete la chiave di lettura, potete cogliere molte sfumature della esperienza di ogni messa, che normalmente sono perdute, o meglio, appannate dalla polvere dell’abitudine.

Il sacerdote a volte lo dice, ma forse sorvoliamo sul fatto che siamo convocati e che a convocarci è il re dell’universo.

In ogni messa siamo provati nella nostra purezza dall’atto penitenziale e nel silenzio che precede l’invocazione della pietà di Gesù o la pubblica confessione dei nostri peccati siamo soli, come il nostro giovane cavaliere nella stanza del vecchio El, che guarda caso ha uno dei nomi attribuiti a Dio.

L’ascolto della parola è più di un distratto momento di pausa, ma addestramento del nostro cuore, approfondimento della conoscenza di Dio, memoria della storia del suo popolo a cui apparteniamo.

Potremmo procedere così analizzando ogni parte della storia che vi ho raccontato, ma lascio a voi questo compito, anche perché nella copia che vi sarà data vi sono dei titoli che possono aiutarvi.

Il giuramento ad esempio si chiama anche “(professione di fede)”.

Tutti i titoli nelle varie parti della storia, portano fra parentesi il riferimento alle parti della messa.

Applicarvi la vicenda di un cavaliere non è però casuale, ma strettamente legato ad un particolare sguardo sulla celebrazione eucaristica.

Il nostro giovane ad esempio non può accedere alla parte interna del castello se non quando è pronto a fare il suo giuramento, così come i catecumeni erano esclusi dalla liturgia eucaristica vera e propria prima del battesimo.

Permettetemi di aggiungere solo  una nota riguardo alla presenza di Maria nell’Eucaristia.

Nel mio racconto è molto marcata, soprattutto nella seconda parte, per due ragioni: in primo luogo nella messa celebriamo il memoriale di Gesù nel mistero della sua passione, della sua morte e resurrezione e se Maria era sotto la croce, naturalmente è presente ad ogni memoriale. In secondo luogo ho voluto che riecheggiasse anche oggi la festa della sua assunzione e incoronazione gloriosa che solo ieri abbiamo celebrato insieme.

 

 

Conseguenze pratiche

Da quello che ho fatto oggi con voi si possono dedurre alcune modalità nell’affrontare i segni dentro e fuori dalla liturgia

 

I segni sono sempre analogici

Con i segni non possiamo dire tutto, possiamo solo rimandare ad un senso più profondo, possiamo evocare una lettura a più livelli, ma dobbiamo sempre ricordare che il mistero supera sempre i segni. Anche nella scelta dei simboli dobbiamo poter attingere al patrimonio comune, senza sovrapporre troppe simbologie diverse (non ho scelto a caso il percorso di un cavaliere, perché è più semplice e intuitivo di altri percorsi iniziatici, quello di un mistico o quello di un atleta, per esempio, che molti potrebbero non conoscere).

Il rischio è ad esempio, che nella frenesia di riuscire a dire tutto attraverso i simboli, si moltiplichino all’infinito. Mi vengono in mente certi offertori dove sull’altare arriva di tutto, perché non bisogna trascurare nessuno e allora palloni da calcio, maglioni all’uncinetto, disegni di bambini piccoli, magari orribili, frutti della terra, utensili e ceri e libri e chi più ne ha più ne metta, tanto che il sacerdote per consacrare il pane e il vino deve rintracciarli faticosamente.

 

I segni sono sobri

Tutti i testi di normativa liturgica insistono sulla sobrietà dei segni, senza trascurare il decoro, ma in modo che il significato non sia oscurato dal segno.

 

I segni sono catechesi

Come ho detto a un certo punto abbiamo perso il senso di ciò che facciamo o celebriamo, per cui oggi è urgente una catechesi che gli antichi chiamavano mistagogica, cioè capace di introdurre alla profondità del mistero, attraverso il mistero stesso. In altre parole, per esempio, la messa è ricca di momenti come avete potuto notare dal racconto che avete appena ascoltato, e le norme raccomandano che siano date monizioni (brevi introduzioni esplicative)  che aiutino i fedeli a comprendere ciò che accade. Anche qui, con sobrietà, perché se a ogni gesto segue o precede una spiegazione o una introduzione o un arricchimento esplicativo in preghiera, alla fine si perde il senso di unità della celebrazione liturgica. Meglio per esempio è un piano sistematico, in cui nel corso di un certo periodo di tempo si decide con il sacerdote di sottolineare un momento ogni domenica per tanti quanti sono i momenti in cui la celebrazione è suddivisa. Non bisogna avere paura di ricominciare i cicli, perché noi tendiamo a dimenticare le cose e ogni tanto è bene ricordarle.

 

I segni sono opera della fantasia dello Spirito

I segni più belli, sia che riguardino la celebrazione liturgica, sia che si compiano nel gruppo di preghiera, nascono dalla fantasia dello Spirito Santo, non dalla stravaganza creativa o emotiva, anche se creatività ed emotività non sono estranee alla formazione di un segno, così come sono parte integrante di ogni profezia.

I segni infatti sono narrazione poetica, che quando nascono dalla preghiera e dall’ascolto del Signore assumono una densità e una profondità incredibile.

Mentre rileggevo la storia che vi ho raccontato, con stupore mi sono reso conto per esempio che a un certo punto ho smesso di usare il passato, per adoperare il presente. Questo accade quando il cavaliere riceve il pane e il vino dal re e la madre del re gli parla. Se stavo parlando di una messa è ovvio, perché quando il Signore è presente nell’eucaristia esiste solo il qui e ora della sua manifestazione, il memoriale è proprio questo attualizzazione del mistero della nostra salvezza. Questo però è accaduto senza che io lo prevedessi razionalmente, ma semplicemente attingendo al patrimonio che lo Spirito ha posto in quel momento nel mio cuore.

Io ho scelto il narrare, perché è il modo in cui riesco meglio ad esprimermi, altri potranno scegliere la danza, altri la musica, altri ancora le arti figurative. Nessuna delle espressioni di comunicazione umana è esclusa dal diventare segno liturgico o paraliturgico, e, se inserita in un contesto di preghiera sarà benedetta dalla presenza dello spirito Santo.

Un esempio per tutti sono le icone, che nella cultura e nella chiesa orientale sono ben più che opere d’arte, sono quasi sacramenti esse stesse, perché partecipi della presenza del Signore con la quale sono state pensate, pregate, preparate, realizzate e nella quale vengono contemplate.

Infine vorrei darvi un criterio sicuro per il giudizio su di un segno.

 

I segni completi, sono sempre biblici e eucaristici

Le norme liturgiche e quelle per le benedizioni e per le preghiere di liberazione, così come i rituali per i sacramenti, contengono una unità di fondo cui la Chiesa è stata sommamente attenta nel dotare la riforma liturgica di strumenti efficaci.

Ogni celebrazione deve essere biblica, cioè in essa direttamente o indirettamente si deve far riferimento alla parola di Dio e Cristocentrica, cioè Gesù è principio e fine di ogni culto, ma anche suo centro, dono essenziale che si offre in ogni preghiera o manifestazione, o gesto.

La domanda che ci dobbiamo porre, dunque, nel pensare ad un segno da realizzare nella preghiera o nelle celebrazioni comunitarie è sempre la stessa:

si può leggere in questo segno un riferimento alla Parola di Dio? È Gesù il centro del dono che stiamo facendo ai nostri fratelli attraverso questo segno?

 

Conclusioni

Come vi avevo promesso all’inizio, vorrei ora mostrarvi cosa mi è stato dato in preghiera dai fratelli della mia piccola porzione del gregge del Signore, per guidarmi in questo cammino.

Dopo l’invocazione dello Spirito Santo il canto in lingue che seguì, mi diede l’immagine di un castello al suo risveglio, un grande castello, con i corni da guerra che suonavano, i soldati che si affrettavano sulle mura, i servi affaccendati a preparare le difese, il re e i suoi ministri nella sala del trono pronti per una solenne giornata.

A questa visione o immagine è seguita una parola dalla Lettera agli Ebrei, al Capitolo sesto, che mi indicava di cosa avrei dovuto parlarvi, o meglio di cosa non avrei avuto bisogno di dire. Tra parentesi, se vi è una lettera piena di riferimenti alla liturgia, questa è certamente la lettera agli Ebrei.

Perciò, lasciando da parte l'insegnamento iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è più completo, senza gettare di nuovo le fondamenta della rinunzia

alle opere morte e della fede in Dio,  della dottrina dei battesimi, dell'imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio eterno.

Questo noi intendiamo fare, se Dio lo permette. (Eb 6, 1-3)

Infine il Signore mi ha donato una parola che mi è molto cara, perché costituisce la mia ansia, il motivo della mia vocazione diaconale, la spinta a testimoniare il Signore ai miei fratelli, un passo della Scrittura che mi ha indicato con quale cuore avrei dovuto parlarvi.

36 Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!». (Mt 9, 36-37)

 

 

 

 

Bibliografia

 

Giacomo Biffi, Riflessioni sul giorno del Signore, articolo apparso su Internet;

Congregazione per il culto divino, direttorio su pietà popolare e liturgia Roma 2002;

La voce segno/simbolo, nel dizionario liturgico; tratto da Internet

Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Istruzione Redemptionis Sacramentum, su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia, Roma 2004

Enrico Mazza, La mistagogia, edizioni liturgiche Roma

Vincenzo Marco Sirchia, la mistagogia nella chiesa bizantina, Piana degli Albanesi,  2001

I principi e norme per l’uso del messale romano e i praenotanda per la celebrazione eucaristica e il culto dell’eucaristia fuori della messa, che si possono trovare o sui testi liturgici, o su internet.

S.Cirillo di Gerusalemme,  le catechesi mistagogiche, Internet

 

 
 
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